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L'UNUCI per l'Umbria

Il Volume "La Divisione "Perugia" Dalla Tragedia all'Oblio" è disponibile in tutte le librerie. ISBN 886134305-8, Roma, 2010, Euro 20,00 pag. 329.



Ordini: ordini@nuovacultura.it, http://www.nuovacultura.it/ Collana storia in laboratorio; per ordini diretti risorgimento23@libero.it; per info:ricerca23@libero.it; per entrare in contatto con gli autori: massimo.coltrinari@libero.it



Ricordare i nostri Caduti

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giovedì 28 maggio 2020

Rita Rosani, Medaglia d'oro al Valore Militare alla memoria.

Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS
Via Piangipane, 79/83 - 44121 Ferrara (Italia)
Lavorando in collaborazione con il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea alla newsletter dedicata alle storie di dieci partigiani italiani ebrei, è stata erroneamente individuata una foto sbagliata che identificava 
Uno sbaglio, per il quale ci scusiamo, che ci ha fatto condurre nuove ricerche e riflettere ancora più profondamente sull'importanza di ogni singolo nome, ogni singolo volto delle giovani donne e dei giovani uomini che hanno combattuto per la libertà del Paese. 
Rita Rosani, che vedete ritratta nella foto, aveva solo 24 anni quando è stata uccisa sul Monte Comun da un sottotenente della Guardia Nazionale Repubblicana il 17 settembre del 1944. 
Faceva la maestra elementare alla scuola ebraica di Trieste e decise di unirsi alla Resistenza prima a Portogruaro e poi a Verona. 
"Rita Rosani - racconta Livio Isaak Sirovich autore del libro «Non era una donna, era un bandito». Rita Rosani, una ragazza in guerra (Cierre edizioni) - è stata per molto tempo dimenticata, si sbagliava addirittura il cognome. Trovo che il racconto della sua vita sia esemplare per far capire il disastro delle leggi razziste. Rita è stata fracassata dalla Storia".
Nata a Trieste da una famiglia di media borghesia, era una adolescente come tante, vivace, bizzosa che pensava ai vestiti e agli zatteroni di sughero di moda all'epoca.
Le leggi razziali del 1938 la annichiliscono.
Un trauma che si evince dalle lettere indirizzate al fidanzatino dell'epoca Giacomo Nagler che poi morirà ad Auschwitz. Nelle missive emerge la reazione dei suoi coetanei isolati dalla società: alcuni cadono in depressione, altri iniziano a prendere i primi psicofarmaci. Rita mostra subito un animo ribelle: quando viene vietato alle ragazze di indossare i calzoni corti per andare in bicicletta lei si oppone e continua come se niente fosse, un primo segno della sua vocazione nei confronti della libertà.
Suo padre era il direttore della filiale di una ditta di trasporti ungherese il cui presidente aveva un figlio, Sergio Forti, anche lui futuro partigiano, ricordato per le sue azioni coraggiose e trucidato dopo essere stato torturato.
I Forti e i Rosani - spiega Sirovich - non erano due famiglie particolarmente politicizzate, eppure i due figli prendono questa strada e lottano per liberare l'Italia.
Dalle lettere di Rita si svela la sua maturazione, dal 1940 al 1943 la vediamo diventare una donna altruista, forte, adulta. Quando si unisce ai partigiani pretende di ricevere un'istruzione militare e impara a combattere e spostandosi nelle zone del Valpolicella e di Zevio.
La sua identità ebraica ritorna spesso nella corrispondenza con Giacomo Nagler; prima di unirsi alla resistenza va in sinagoga il sabato e per le festività e aiuta la madre a dare conforto e assistenza agli ebrei dell'Europa centrale che arrivano a Trieste per imbarcarsi verso la Palestina. Per rallegrare le ragazze confeziona piccoli pupazzetti che regala anche ai suoi spasimanti, due di queste si conservano ancora e una in particolare è il suo ritratto vestita da olandesina, il suo tipico travestimento per la festa ebraica di Purim.
Quando il suo assassino la ucciderà, hanno raccontato i testimoni oculari, a chi gli diceva che aveva ucciso una donna chiedendogli come si sarebbe scagionato, risponderà: "Non era una donna, era un bandito".  
"Fu compagna, sorella, animatrice di indomito valore e di ardente fede - si legge nelle motivazioni per il conferimento della Medaglia d'oro - Mai arretrò innanzi al sicuro pericolo ed alle sofferenze della rude esistenza, pur di portare a compimento le delicate e rischiosissime missioni a lei affidate".
Rita era partigiana, ebrea, ma anche una donna, una figlia, con il suo incredibile coraggio ma anche con le sue fragilità, con indomite passioni amorose, con la preoccupazione di mettere in salvo la sua famiglia perseguitata dal nazifascisti.
Ricordare è importante ma lo è ancora di più restituendo un volto, una identità, i sogni, le paure di chi ha ci ha resi liberi dando in cambio la propria vita.

Crediti immagine: Archivio Fondazione CDEC, fondo Antifascisti e partigiani ebrei, b. 16, fasc. 353. 

giovedì 21 maggio 2020

.Partigiani Ebrei Figure della Resistenza 2

Liana Millu, la scrittrice di Birkenau
 Liana Millu (Millul) nasce a Pisa nel 1914 e sviluppa precocemente la sua passione per il giornalismo, scrivendo per il livornese "Il Telegrafo". Dopo aver ottenuto il diploma magistrale inizia ad insegnare a scuola, ma l'anno successivo viene licenziata a causa delle leggi razziali.
Si trasferisce a Genova e continua a scrivere fino all'8 settembre del '43 quando decide di unirsi alla lotta partigiana nel gruppo clandestino "Otto".
Viene arrestata a Venezia in seguito alla denuncia di un delatore il 7 marzo 1944, condotta nel campo di Fossoli e da lì viene deportata ad Auschwitz e trasferita a Ravensbrück.
Due anni dopo la fine della guerra, nel 1947, pubblica "Il fumo di Birkenau", uno dei primissimi memoriali dedicati alla Shoah: una testimonianza importantissima incentrata sull'esperienza delle donne nei lager, come ricorda Primo Levi che firma la prefazione del libro nell'edizione del 1971.
Liana inizia a scrivere il libro subito dopo la liberazione con una matita e ne regala il mozzicone proprio a Levi in una sorta di passaggio di testimone. Scompare a Genova nel 2005.

In questo video realizzato dalla Fondazione Fossoli, Piero Stefani e Ottavia Piccolo dialogano sulla figura di Liana, attraverso ricordi e letture dei suoi brani. 


Luciana Nissim, l'amica di Primo Levi
Nata a Torino nel 1919, nonostante le leggi razziali, Luciana Nissim riesce a laurearsi brillantemente in medicina nel 1943.
Entra in contatto con Primo Levi diventando sua amica e dopo l'armistizio decide di unirsi a lui nella lotta partigiana raggiungendo in Valle d'Aosta il gruppo di combattenti di Giustizia e Libertà. Il 13 dicembre del 1943 viene arrestata con i suoi compagni e condotta prima nel carcere di Aosta e poi nel campo di Fossoli. Da lì nel febbraio del 1944 viene deportata ad Auschwitz dove riesce a salvarsi anche grazie alla sua professione di medico.
Finita la guerra si ricongiunge con la sua famiglia, si specializza in pediatria e sposa Franco Momigliano, anche egli partigiano. Inizia a lavorare a Milano con il grande psicoanalista Cesare Musatti affermandosi nella Società psicanalitica italiana e portando grandi innovazioni di metodo.
La sua storia e i suoi scritti sono raccolti nel libro"Ricordi della casa dei morti e altri scritti" edito da Giuntina. Scompare a Milano nel 1998.

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Rita Rosani
Rita Rosani, la maestra medaglia d'oro
Medaglia d'Oro al Valor Militare, la partigiana Rita Rosani nacque a Trieste nel 1920 da una famiglia ebraica di origine morava.
Il cognome originale della famiglia, poi italianizzato, era infatti Rosenzweig ("rametto di rosa").
Faceva la maestra elementare alla scuola ebraica ed era fidanzata con Giacomo Nagler, detto Kubi, che verrà ucciso ad Auschwitz.
Dopo aver salvato la sua famiglia dalla deportazione, facendola riparare in Friuli, decise di unirsi alla Resistenza prima a Portogruaro e poi a Verona. Formata la banda "Aquila", combattè nelle zone del Valpolicella e di Zevio. Venne catturata sul Monte Comun e uccisa da un sottotenente della Guardia Nazionale Repubblicana il 17 settembre del 1944.
Questa la motivazione con cui le è stata assegnata la Medaglia d'Oro alla memoria: "Perseguitata politica, entrava a far parte di una banda armata partigiana vivendo la dura vita di combattente. Fu compagna, sorella, animatrice di indomito valore e di ardente fede. Mai arretrò innanzi al sicuro pericolo ed alle sofferenze della rude esistenza, pur di portare a compimento le delicate e rischiosissime missioni a lei affidate".
Su di lei, Livio Isaak Sirovich ha scritto il libro "«Non era una donna, era un bandito». Rita Rosani, una ragazza in guerra" (Cierre Edizioni).

Foto: Anonimo, Ritratto di Rita Rosani a Napoli, agosto 1941 Archivio CDEC, Fondo fotografico Rosani Rita - inv. 332-001
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Enzo Sereni 
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Emilio Sereni
Enzo e Emilio Sereni, storia di due fratelli 
 Nato nel 1905 a Roma da una famiglia dell'alta borghesia (il padre era il medico dei Re d'Italia), Enzo Sereni si appassiona fin da giovanissimo al movimento e agli ideali sionisti. Dopo la laurea in Filosofia, a 22 anni fa l'aliyah (letteralmente "salita") e si trasferisce nella Palestina mandataria dove inizia a lavorare e costuire kibbutz di Givat Brenner.
Socialista e pacifista, Sereni scrive saggi e fa traduzioni diventando un vero e proprio riferimento culturale. Quando in Europa la nube del nazismo si avvicina, si prende l'incarico di aiutare gli ebrei perseguitati a fare l'aliyah e viene temporaneamente arrestato dalla Gestapo.
Aiuta ad organizzare le SOE, le unità paracadutistiche inglesi Special Operations Executive e crea un settore speciale dell'Agenzia ebraica che aveva lo scopo di salvare gli ebrei europei perseguitati dai nazisti. Nel 1944 si fa paracadutare nel Nord Italia dove assume il nome di Samuel Barda ma viene catturato poco dopo e deportato a Dachau dove viene assassinato.
Sul Monte Herzl di Gerusalemme, conosciuto anche come Har Hazikaron, il Monte del Ricordo, una targa celebra il suo coraggio.
Per approfondire la sua storia, il libro: "Enzo Sereni. L'emissario" di Ruth Bondy (Le Château Edizioni).

Il fratello Emilio Sereni, nato nel 1907, si laurea in Agronomia e si iscrive ventenne al Partito Comunista. Attivo in politica, fa molti viaggi tra cui uno nel 1930 a Parigi dove entra in contatto con Palmiro Togliatti. Rientrato in Italia viene condannato al carcere ma amnistiato riesce a tornare in Francia dove prosegue la sua azione antifascista.
Condannato nuovamente nel 1943 riesce a fuggire e stabilirsi a Milano occupandosi della direzione dell'ufficio di agitazione e propaganda. Ricopre il ruolo di rappresentante del partito nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia di Milano. Finita la guerra assume gli incarichi di Ministrodell'assistenza postbellica, Ministro dei lavori pubblici e Senatore. Fondamentali i suoi studi sulla condizione delle campagne italiane e la questione agraria.

Le vicende straordinarie di questa famiglia ebraica italiana sono custodite e raccontate nel romanzo storico della scrittrice Clara Sereni (figlia di Emilio)"Il gioco dei regni" (ed. Giunti).

Foto:  Anonimo, Ritratto di Enzo Sereni, 1940 ca.
Archivio CDEC, Fondo antifascisti e partigiani ebrei in Italia 1922-1945, b. 18, fasc. 400
Anonimo, Ritratto di Emilio Sereni, 1945-1950 ca.
Archivio CDEC, Fondo antifascisti e partigiani ebrei in Italia 1922-1945, b. 17, fasc. 399
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS
Via Piangipane, 79/83 - 44121 Ferrara (Italia)

giovedì 14 maggio 2020

Partigiani Ebrei Figure della Resistenza 1

Partigiani, italiani, ebrei,
ragazzi della resistenza
Erano dei ragazzi. Studiavano all'università, alcuni sedevano ancora sui banchi di scuola. Intessevano amori epistolari, scrivevano racconti, uscivano con gli amici. Nel 1938 con le leggi razziali erano stati alienati dalla società, espulsi dall'università e dalla scuola, cancellati dalla vita pubblica.
Erano dei ragazzi a cui era appena stato negato ogni diritto e che negli occhi dei propri genitori vedevano smarrimento, confusione, indecisione. 
È così che quei ragazzi, italiani, ebrei, perseguitati, senza più un punto fermo, decidono di unirsi ad altri e combattere per tornare ad essere liberi e liberare tutto il Paese. Mettono in salvo le loro famiglie e si espongono al doppio pericolo, quello di essere ebreo e antifascista.
Si muovono sulle montagne, dormono in scomodi rifugi di fortuna, vengono spediti al confino o catturati.
Sono tantissimi gli ebrei italiani, donne e uomini, che hanno fatto la Resistenza e contribuito alla liberazione dell'Italia. 
Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah vuole condividere con voi dieci storie di coraggio, idealismo e generosità.  Perché  la conquista della libertà è una sfida che si combatte ogni giorno e che ogni giorno deve essere omaggiata, ripensando a quei ragazziche sulle montagne hanno reso migliore il nostro mondo.

"Questo 25 aprile, - scrive il Presidente del MEIS Dario Disegni - in una situazione così drammatica come quella che stiamo vivendo, deve segnare una grande riscossa morale e civile, che ci faccia riflettere non solo sugli orrori del passato, ma anche sulle profonde ingiustizie e sulle diseguaglianze ancora presenti nella nostra società. Una riscossa che, nel ricordo del 25 aprile e di quanti caddero per la nostra libertà, tra i quali Emanuele Artom e tanti partigiani ebrei, ci faccia uscire dall’attuale crisi in cui è precipitato di colpo l’intero pianeta, più umani, più retti, più solidali e decisi a costruire un mondo più giusto, più equo, più vivibile, in una parola migliore di quello nel quale abbiamo finora vissuto".

Si ringrazia il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea per la collaborazione.
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Emanuele Artom
Emanuele Artom, diario di un partigiano
Nato ad Aosta nel 1915 da una famiglia torinese, Emanuele Artom cresce nel capoluogo piemontese e studia al Liceo classico Massimo D'Azeglio dove è alunno di Augusto Monti. Si iscrive alla facoltà di Lettere laureandosi a pieni voti nel 1937.
Con il fratello Ennio, morto tragicamente in un incidente in montagna, è animatore di un circolo culturale ebraico al quale partecipano, tra gli altri, Primo Levi, Franco Momigliano e Luciana Nissim.
Nel 1943 si unisce al Partito d'Azione e come partigiano prende il nome di Eugenio Ansaldi. Sempre in prima linea e impegnato in attività complesse e pericolose, ricopre l'incarico di commissario politico.
Catturato nel 1944, viene barbaramente torturato e muore in carcere a causa delle sevizie subite.
Il suo diario, edito nella versione integrale da Bollati Boringhieri con il titolo "Diario di un partigiano ebreo" (a cura di Guri Schwarz), è considerato uno strumento prezioso dal punto di vista storico ma è stato elogiato anche per il suo valore letterario. 
La madre di Emanuele, Amalia, laureata in Matematica, è stata a lungo preside della scuola media ebraica di Torino a lui intitolata.

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Matilde Bassani Finzi
Matilde Bassani Finzi e la scuola di via Vignatagliata
Nata a Ferrara nel 1918, Matilde Bassani fin da piccola si è nutrita di ideali e politica. Suo padre, professore di tedesco all'Istituto tecnico venne infatti licenziato negli anni '20 perché antifascista; lo zio, il professore Ludovico Limentanti, firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti e suo cugino era il fisico e partigiano Eugenio Curiel.
Ad avere un ruolo importante nella sua formazione fu anche il suo professore Francesco Viviani (lo stesso dello scrittore Giorgio Bassani) morto a Buchenwald e la maestra socialista Alda Costa.
Laureatasi brillantemente in Lettere, Matilde assieme a Giorgio Bassani e a Primo Lampronti fu una delle insegnanti della scuola ebraica ferrarese di via Vignatagliata che accolse i ragazzi espulsi dagli istituti pubblici.
Quella di via Vignatagliata fu una scuola d'eccellenza, dove accanto agli autori immortali della letteratura italiana, si studiavano poeti contemporanei e si trasmettevano ideali di libertà e uguaglianza.
Nel '43 venne arrestata e condotta nelle carceri di via Piangipane (dove sorge adesso il MEIS) per la sua attività antifascista. Liberata nel luglio dello stesso anno, scappò a Roma e incontrò il futuro marito Ulisse Finzi con il quale condivise la scelta resistenziale.
Dopo la guerra si affermerà come psicologa restando sempre in prima linea nella difesa dei diritti e ricomprendo incarichi di prestigio nell'Unione Femminile Nazionale e presso il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane.
Intervistata da Anna Maria Quarzi, Presidente dell'Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, nel 1997, ha detto: "Fin dalla più tenera età ho succhiato latte e antifascismo. La mia famiglia, infatti, era antifascista per naturale avversione alla dittatura, per amore della libertà". 

Foto: Archivio storico e fotografico della famiglia Finzi - Milano
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Franco Cesana
Franco Cesana, in guerra a 13 anni
Nato a Mantova nel 1931, Franco Cesana è spesso ricordato come il più giovane partigiano caduto nella Resistenza italiana. Cresciuto a Bologna, venne espulso dalla scuola pubblica dopo la promulgazione delle leggi razziali e fu accolto nell'Orfanotrofio Israelitico di Torino e di Roma.
Seguendo le orme del fratello Lelio, nemeno tredicenne si arruolò nelle Brigate Garibaldidichiarando di essere maggiorenne. Vicino Pescarola, alla periferia di Bologna, lui e il fratello furono colti di sopresa dal fuoco nemico, Lelio riuscì a salvarsi, Franco no. Di lui si conserva una toccante lettera alla madre nella quale la rassicura sulla sua condizione: “Così non devi impensierirti per me che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire”.
La storia di Franco Cesana è stata raccontata nella mostra "Stelle senza un cielo. Bambini nella Shoah" realizzata dallo Yad Vashem di Gerusalemme e il MEIS in collaborazione con il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea-CDEC e l'Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna.

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Eugenio Curiel
Eugenio Curiel, il fisico della Resistenza
 Nato a Trieste nel 1912 da una colta e agiata famiglia ebraica, Eugenio Curiel si distinse per il suo impegno politico sempre fortemente legato alla propria formazione intellettuale.
Dopo il biennio di ingegneria all'Università di Firenze e un passaggio al Politecnico di Milano decide di iscriversi alla facoltà di Fisica dell'università fiorentina nella quale suo zio Ludovico Limentani è docente di filosofia morale. Il suo percorso di studi brillante è scandito da periodi nei quali si dedica all'insegnamento nelle scuole, fino poi ad approdare all'Università di Padova come assistente. Frequentando l'ambiente universitario, Curiel stringe legami di amicizia e si avvicina all'attivismo politico di ispirazione comunista.
Allontanato dall'insegnamento dopo le leggi razziali, inizia a spostarsi tra l'Italia e la Svizzera.
Ricercato per la sua attività antifascista, viene arrestato nel 1939 a Trieste. Condannato al confino, è trasferito sull'isola di Ventotene.
Con la caduta del fascismo, Curiel torna a Milano per riprendere le sue attività politiche. Il 24 febbraio 1945 viene però riconosciuto dalle Brigate Nere e, dopo un inseguimento, colpito a morte.
Ha ricevuto la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Foto: Anonimo, Ritratto di Eugenio Curiel, 1935-1940 ca.
Archivio CDEC, Fondo Antifascisti e partigiani ebrei in Italia 1922-1945, b. 5, fasc. 99
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Mosè Di Segni
Mosè Di Segni, il medico libero
Medico, antifascista, sionista, partigiano.
Tante sono le anime di Mosè Di Segni, nato nel 1903 a Roma e scomparso nel 1969. Padre di tre figli, Elio, Frida e Riccardo (il Rabbino capo della comunità ebraica di Roma), Mosè Di Segni si specializzò in pediatria a Firenze e fu animatore del circolo sionista Avodà fondato da Enzo Sereni.
Nel 1936 venne inviato come medico militare in Spagna  ma due anni dopo a causa delle leggi razziali venne radiato dall'esercito e licenziato dall'ospedale Spallanzani di Roma dove lavorava.
Consigliere della comunità ebraica si impegnò attivamente per aiutare gli ebrei romani negli anni più bui. Avvertito da un amico di essere su una lista di persone destinate alla deportazione riuscì a riparare a Serripola (San Severino Marche) dove si unì come partigiano alle Brigate Garibaldi non venendo mai meno alla sua vocazione di medico e aiutando la popolazione locale.
Proprio per questo il Comune di San Severino Marche ha conferito ai suoi tre figli qualche anno fa la cittadinanza onoraria.
Di recente è stato pubblicato il libro "Mosè Di Segni medico partigiano. Memorie di un protagonista della Guerra di Liberazione (1943-1944)", a cura di Luca Maria Cristini (San Severino Marche, Edizioni della Riserva naturale regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, 2011).



                                           fonte: Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e                                             della Shoah - MEIS
             Via Piangipane, 79/83 - 44121 Ferrara (Italia)

mercoledì 6 maggio 2020

La vicenda degli IMI

Il volume riporta un ampia descrizione di come l'Esercito Tedesco riusì' a catturare oltre 800.000 mila soldati italiani e a deportarli in Germania. Di questi 200.000 aderirono all'Asse. In Germania vi erano già 200.000 lavoratori italiani a contratto, che data la particolare situazione del settembre 1943 in gran parte persero i loro diritti e furono trattati come lavoratori coatti. In Totale il numero dei lavoratori italiano in Germania nel dicembre 1943 era circa di 1 milione.