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Contro tutti e tutto. I soldati Italiani nei Balcani nel 1943

Il Volume "La Divisione "Perugia" Dalla Tragedia all'Oblio" è disponibile in tutte le librerie. ISBN 886134305-8, Roma, 2010, Euro 20,00 pag. 329.



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Un Triste destino per la Divisione "Perugia"

Un Triste destino per la Divisione "Perugia"
La Divisione "Perugia" avrebbe avuto miglior sorte se Informazioni ed Intelligence avessero trovato più ascolto presso i Comandi Superiori

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giovedì 9 maggio 2013

Cefalonia. l'8 Settembre ad Argostoli. Le truppe di Cefalonia


Le Trattative

(8 – 15 SETTEMBRE 1943)
 Alle 18 i radiotelegrafisti di servizio della Marina appresero da Radio Londra che il Governo italiano aveva concluso l’armistizio con gli Alleati.
La notizia si propagò fulminea per le vie della piccola città suscitandovi frenetiche manifestazioni di gioia.
“Si udirono a lungo – dice padre Formato, cappellano militare del 33° artiglieria – colpi di fucile, di mitragliatrici e di bombe a mano. Si videro soldati italiani fraternizzare e cantare a braccetto  con soldati tedeschi. La gente si abbracciava per le vie. Le campane delle chiese, anche quelle delle campagne, suonavano a distesa”.
Il primo a chiedere conferma della notizia fu il comando Marina che si pose subito in contatto telefonico col Comando Marina di Patrasso: ma il telefonista fece appena in tempo a captare dall’altro capo della linea queste parole: “siamo sopraffatti dai tedeschi”. Dopo di che la comunicazione si interruppe definitivamente.
Alle 19, il comando della divisione “Acqui” apprese dalla radio italiana l’annunzio ufficiale dell’armistizio.
Il generale comandante, Antonio Gandin, ne dette comunicazione a tutti i comandi dipendenti ed ordinò la consegna delle truppe negli alloggiamenti, la intensificazione della vigilanza, il coprifuoco alle 20 per la popolazione, la perlustrazione notturna per le vie di Argostoli.
“Gli ordini vennero prontamente eseguiti; - dice il capitano Ermanno Bronzini del comando della “Acqui” – io stesso percorsi in macchina le strade con un trombettiere del comando, dal quale facevo suonare ad ogni angolo la ritirata. Ogni rumore cessò. Dei greci non si vide più per le strade neppure l’ombra: si udiva solo il passo cadenzato dei pattuglioni. I militari tedeschi di stanza ad Argostoli, circa trecento, sparirono anch’essi dalla circolazione. Però del comando tedesco – a cui il gen. Gandin aveva ordinato le stesse misure precauzionali – nessuno si fece vivo presso il nostro comando”.
Alle 21 circa giunse al comando della divisione “Acqui” un radiogramma del comando 11ª armata che fu subito trasmesso a tutti i reparti dell’isola. Il dispaccio – secondo il capitano Apollonio comandante della terza batteria del 33° artiglieria – così diceva: “Seguito conclusione armistizio truppe italiane 11ª armata seguiranno questa linea  condotta. Se tedeschi non faranno atti violenza truppe italiane non rivolgeranno armi contro di loro. Truppe italiane non faranno causa comune con ribelli né con truppe anglo – americane che sbarcassero. Reagiranno con la forza ad ogni violenza armata. Ognuno rimanga suo posto con compiti attuali. Sia mantenuta con ogni mezzo disciplina esemplare. Comando tedesco informato quanto precede. Siano immediatamente impartiti ordini cui sopra a reparti dipendenti. Assicurare. Firmato gen. Vecchiarelli”. 
In seguito a tale dispaccio il gen. Gandin dispose che taluni reparti dislocati nelle vicinanze per la difesa costiera, si trasferissero in Argostoli a protezione del comando truppe e del palazzo degli affari civili.
Il movimento avvenne a notte inoltrata e “dette l’impressione ad ufficiali e soldati – secondo quanto riferisce il sottotenente medico Pietro Boni – che fosse in relazione ad un previsto atteggiamento  ostile da parte delle truppe tedesche, sia quelle in Argostoli che quelle dislocate nella penisola di Paliki”.
Il radiogramma del comandante dell’11ª armata aveva frattanto imposto al comandante delle truppe dell’isola nuovi e gravi orientamenti che esigevano più precise direttive.
Il comando della “Acqui” ritentò perciò la comunicazione col comando dell’11ª armata dislocato sul continente greco.
Vani riuscirono i tentativi attraverso la linea telefonica, a cui si è già accennato.
Le stazioni radio del comando divisione e del comando Marina, falliti i tentativi di comunicazione diretta, tentarono il collegamento attraverso i comandi dell’VIII e del XXVI corpo d’armata, anch’esso dislocati sul continente: ma nessuno rispose.
E del pari inutile  riuscì il tentativo attraverso le isole di Zante, di Santa Maura, di Corfù.
Il lavoro delle radio si protrasse invano, con disperata insistenza, per tutta la notte.
Alle 23, giunse dal Governo al comando Marina l’ordine radiotelegrafico che i “mas” e le altre unità navali salpassero da Argostoli per un porto dell’Italia meridionale. L’ordine ebbe esecuzione immediata. “In tal modo – commenta il capitano Bronzini – aumentò il nostro isolamento col continente greco e con l’Italia. Unico mezzo marittimo che ci rimase fu un motoscafo della Croce Rossa”.
L’8 settembre in Argostoli finì in una calma apparentemente profonda.
Ma nei comandi militari, negli alloggiamenti delle truppe, in ogni casa della popolazione greca, alla intensa esplosione di giubilo provocato dall’inatteso evento, subentrò negli animi – come tutti i testimoni concordemente affermano – un penoso senso di perplessità, quasi un “presentimento collettivo di sciagura”.

LE TRUPPE DI CEFALONIA


Presidiava l’isola la divisione “Acqui” quasi al completo (un reggimento, il 18° fanteria, era distaccato a Corfù) e costituita – oltre che dal comando della divisione, tenuto dal generale Antonio Gandin ed un comando di fanteria divisionale tenuto dal generale Luigi Gherzi – da due reggimenti di fanteria (il 17° e il 317° rispettivamente comandati dal ten. col. Ernesto Cessari e dal col. Ezio Ricci, entrambi in s.p.e.) e da un reggimento di artiglieria divisionale (il 33°, comandato dal col. in s.p.e. Mario Romagnoli). Seguivano reparti vari del genio, i servizi divisionali (tra cui tre ospedali da campo ed un nucleo chirurgico), una compagnia di carabinieri ed una compagnia di guardie di finanza.
Della divisione facevano anche parte, a rinforzo, quattro gruppi di artiglieria, due sezioni di mitragliere da 20, due compagnie mitraglieri.
Il Comando Marina Argostoli – in dipendenza disciplinare dal comando della “Acqui” – era tenuto dal capitano di fregata in s.p.e. Mastrangelo. Partiti la notte dell’8 i “mas” ed altre unità similari, rimasero a Cefalonia gli elementi del comando, due batterie ed i soli ufficiali della flottiglia dragamine.
Il totale delle truppe italiane si aggirava sugli 11 mila uomini di truppa e 525 ufficiali.
Integrava il presidio italiano un contingente di truppe tedesche giunto nell’isola fra il 5 e il 10 agosto e costituito da due battaglioni di fanteria da fortezza con molte armi pesanti ed una batteria su otto pezzi semoventi da 75 ed uno da 105 al comando del tenente di artiglieria in s.p.e. Fauth.
La guarnigione tedesca ammontava a circa duemila uomini fra cui 25 ufficiali ed era comandata dal ten. col. di fanteria in s.p.e. Hans Barge.
L’isola era divisa, per la difesa, in tre settori, dipendenti dal comando della “Acqui”, il quale dipendeva, a sua volta, dal comando dell’VIII corpo d’armata e dal comando dell’11ª armata.
Il Settore Nord era assegnato al 317° fanteria rinforzato da due gruppi di artiglieria, più sei batterie di vario calibro; più la batteria da 120 della Marina schierata a Làrdigo, più la batteria semoventi tedesca in Argostoli. La sede del comando – tenuto dal ten. col. Cessari – era a Keramiaes.
Il settore Lixuri era assegnato alle truppe tedesche, rinforzate da artiglierie italiane, con sede del comando – tenuto dal ten. col. Barge – a Liguri.
La sezione di sanità a Frankata; due ospedali da campo ed il nucleo chirurgico ad Argostoli; la sezione sussistenza a Valsamata.
Tali, in breve, le forze e la dislocazione tattica del presidio di Cefalonia alla data dell’8 settembre.
Forze, relativamente, notevoli, poiché fra le isole Jonie, (immediate avanstrutture difensive, per posizione geografica, della parte sud – occidentale della penisola balcanica), l’isola di Cefalonia, all’imbocco dei canali di Patrasso e Corinto, avrebbe certo assunto, in caso di orientamento operativo degli Alleati verso la Grecia, una funzione di primo piano quale “porta” sulla maggior via di penetrazione nel continente greco.
Nell’isola esistevano pure – secondo il capitano Bronzini – sufficienza di viveri per circa novanta giorni ed una disponibilità di munizionamento per tre o quattro giorni, all’incirca, di medio consumo.
Le condizioni materiali del soldato a Cefalonia erano quelle comuni a tutte le truppe italiane in patria e nei diversi teatri di operazioni. Ossia, nel più dei casi, al di sotto del mediocre. Fra l’altro, per quanto riguarda Cefalonia: scarso il vestiario e più specialmente le calzature; ridotto all’indispensabile il vitto, e tuttavia quasi sempre insufficiente alle condizioni di vita di un soldato in guerra.
Sicchè, per queste e per altre deficienza, il regime disciplinare, costretto a reggersi, pur nelle contingenze ordinarie, su uno sproporzionato spirito di sacrifizio dei gregari, non presentava – qui allo stesso modo che altrove – sintomi rassicuranti di stabilità.
Il fante del 317° fanteria, Dante Umbri, ci tiene però a porre in particolare rilievo il suo affetto e la sua gratitudine per il sottotenente Mario Piscopo. Egli dice: “il tenente ci offriva le sue sigarette, il suo pane e il suo vitto, e persino il suo giaciglio. E questo è successo a me. Più che un ufficiale era una amico. Durante le marce in montagna mi chiedeva: Umbri, se non ce la la fai a portare lo zaino dallo a me. E posso dire che tante prove le ho sopportate per lui, altrimenti non so neanche io che cosa avrei fatto”. Si chiede, infine angosciato: “Sarà perito anche lui, nell’infame eccidio, il mio tenente?”.
Questa ed altre testimonianze stanno a dimostrare che, malgrado tutto, il morale delle truppe dell’isola alla vigilia dell’armistizio doveva essere buono: nessuno dei superstiti, almeno, ha fatto finora dichiarazioni, a tal riguardo, contrarie.
Buone erano anche le relazioni del nostro presidio con la popolazione greca del luogo. I soldati della “Acqui”, molti da lungo tempo nell’isola, avevano intrecciato con essa rapporti di viva e reciproca simpatia, appena contenuta dalle limitazioni imposte dallo specifico rapporto politico. La prova migliore si ebbe la sera dell’8 settembre quando, nel tripudio suscitato dall’annunzio dell’armistizio, i civili greci circondavano per le vie i nostri ufficiali ed i nostri soldati per implorarli a “non lasciarli soli con i tedeschi”.
Le truppe tedesche, come s’è detto, erano giunte da poco nell’isola. “Erano state accolte – dice il capitano Bronzini – con grande cameratesca cordialità da parte dei comandi italiani. Il comandante della divisione, in un apposito ordine del giorno, aveva dato loro, con fervide parole, il benvenuto. Né la cordialità dei rapporti fra il comando della divisione ed il comando tedesco si era fermato  alle sole parole; ma venne di mano in mano esprimendosi attraverso fatti concreti, quali l’intima collaborazione, i frequenti scambi di visite, l’assistenza alle truppe tedesche largamente offerta dai nostri comandi

Né risulta che nel mese di permanenza in comune sull’isola siano mai avvenuti incidenti fra le truppe dei due paesi.
Se però non ci furono attriti, non ci furono neppure (tranne la sera dell’8 settembre. In cui, probabilmente, i tedeschi cedettero che l’armistizio valesse anche per loro) manifestazioni collettive od atti singoli di spontanea fraternità guerriera.
Tutto si ridusse – come altrove – a dichiarazioni convenzionali, più specialmente fra comandi e comandi, che però non trovavano rispondenza negli stadi medi ed inferiori, se non in un reciproco cameratismo rispettoso sì ma controllato; e, in definitiva, assai freddo.
Occorre infine ricordare che la divisione “Acqui” era la erede diretta delle tradizioni “carsiche” della brigata omonima (17° e 18° di fanteria); tradizioni che, come mostreranno gli eventi di questi giorni, si erano mantenute vive anche nella più ampia compagine divisionale.

Cefalonia. Una ricostruzione del 1945


Pubblichiamo il Sommario del Volume di G. Moscatelli del volume "Cefalonia", scritto nel 1945. E' un documento veramente interessante in quanto consiste nella ricostruzione dei fatti accaduti nell'Isola di Cefalonia nel settembre ottobre 1943. Una descrizione di prima mano, senza i condizionamenti degli anni successivi. Pubblicheremo ampi estratti di questa opera per documentare questa tragedia nel 70° anniversario degli avvenimenti 

martedì 30 aprile 2013

Foligno e la sua Caserma



Grazie alle attente cure di Mario di Spirito ha visto la luce il volume "La Caserma e la città", uno spaccato iconografico della Caserma "Ferrante Gonzaga del Vodice " di Foligno
Il volume è possibile richiederlo al Comando caserma ed alla Pro Loco di Foligno che è stata, insieme ad altri Enti istituzionali la promotrice della iniziativa

domenica 21 aprile 2013

Deganutti Cecilia, medaglia d'oro della guerra di liberazione


Deganutti Cecilia nata nel 1914 ad Udine. Infermiera Volontaria della C.R.I. Partigiana combattente
Biografia




Insegnante elementare a Castione di Strada dal 1941, frequentò i corsi di infermiera volontaria della CRI presso il Comitato provinciale di Udine e prestò per qualche tempo servizio all’ospedale civile e in quello militare di Udine. Trasferita al posto di soccorso ferroviario ivi vi si trovava nel settembre 1943 quando militari e civili italiani venivano caricati nei carri bestiame e deportati in Germania. Le dolorose scene alle quali assistette la spinsero a partecipare alla lotta di resistenza e divenne partigiana. Affiancatosi al gruppo di assistenza ai feriti, disimpegnò anche opera di collegamento collaborando attivamente con i radiotelegrafisti della Missione alleata. Arrestata il 6 gennaio 1945 ad Udine sotto l’accusa di spionaggio e favoreggiamento al nemico, fu fucilata a Trieste il 4 aprile successivo.










domenica 24 marzo 2013

Seconda Guerra Mondiale


Il preludio della guerra: la conferenza di Monaco del settembre 1938
di Giovanni Cecini

La La Grande Guerra nella sua travolgente evoluzione e nel riassetto dell’Europa, attraverso la Conferenza della pace di Parigi, ridisegnò completamente la carta geografica del continente. Tra i nuovi stati che videro la luce in quell’occasione vi fu la Cecoslovacchia. Essa venne creata con  il trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919) accorpando alcune regioni, storicamente separate, dei vecchi Imperi tedeschi, del Regno d’Ungheria e delle piccole nobiltà polacche. Il territorio si suddivideva così tra la Boemia e la Moravia, per cultura, etnia e lingua più vicine al mondo tedesco, la Slovacchia e la Rutenia subcarpatica, legate invece per storia al contesto slavo e magiaro, e Teschen di origine polacca.
La situazione variegata e per nulla omogenea della popolazione, con posizione dominante degli slovacchi e dei cechi, questi ultimi forti della designazione di Praga a capitale, non favoriva una buona conciliazione tra le diverse realtà regionali che componevano il giovane stato. Per di più il contesto generale della Mitteleuropa, uscito traumatizzato dal conflitto mondiale, non era di per sé fattore di stabilità. Una menomata Germania, le umiliate Austria e Ungheria da una parte e le rafforzate nazionalità polacca e rumena dall’altra erano tutti fattori di forte agitazione nel contesto geopolitico della zona e quindi elementi scatenanti di revisionismi e recriminazioni.
Se gli anni Venti erano passati senza troppi turbamenti, a fronte della moderata politica di Gustav Stresemann da parte tedesca e per merito della decisa politica della Piccola Intesa,[1] l’ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1933, mostrò all’Europa come la zona tra le Alpi e i Carpazi fosse un’area calda non meno dei cruenti Balcani. In questo senso la politica aggressiva nazista, dopo aver occupato militarmente la Renania nel marzo del 1936 ed essersi annessa l’Austria (Anschluss) nel marzo del 1938, puntava i suoi rapaci artigli sullo Stato cecoslovacco, serio baluardo contro l’espansione tedesca verso lo spazio vitale a Est (Lebensraum im Osten). Rispetto ai precedenti colpi di mano, Berlino però in questa circostanza doveva giocare la partita con molta più prudenza. Infatti oltre a una forte difesa naturale costituita dall’arco montagnoso al confine con la Germania e a una solida capacità economica e industriale (Škoda), la Cecoslovacchia poteva contare su un presidente incorruttibile come Edvard Beneš e sulle alleanze con Francia e Unione Sovietica, a cui Praga si sarebbe sicuramente appellata in caso di imminente minaccia tedesca.
Lo stato di cose portò quindi Hitler a progettare un piano molto sottile da abile giocatore d’azzardo quale era. Attraverso l’opera «squadrista» del partito nazista sudeto (Sudeten Deutsche Partei), capeggiato da Konrad Henlein, la Germania iniziò a reclamare la tutela della popolazione germanofona abitante nella regione dei Sudeti, che secondo le accuse tedesche, come minoranza, era oggetto di vessazioni da parte dello Stato cecoslovacco. In realtà gli oltre 3 milioni di tedeschi di questa zona, se da un lato si sentivano diversi dalla maggioranza boema e morava, dall’altra non avevano mostrato tutto quell’entusiasmo di separarsi da Praga e essere inglobati sotto la protezione totalitaria del Führer, che invece il movimento di Henlein con ostinazione diffondeva.
In questo clima, a tratti conciliante e a tratti aggressivo, davanti a una folla immensa Hitler il 13 settembre 1938 si profuse in un discorso molto violento in cui presentò richieste estreme di cessione territoriale, che Beneš non solo rifiutò, ma rigettò come vero e proprio ultimatum militare. A questo punto, dopo anni di tacita indifferenza, le diplomazie di Londra e Parigi, garanti dell’integrità e dell’indipendenza della Cecoslovacchia al tavolo della Pace, tentarono di intervenire per riportare a buoni consigli le pretese espansionistiche tedesche. Le astute argomentazioni del Führer, intervallando suppliche e minacce, e le azioni violente dei nazisti sudeti, presentate come difesa contro il razzismo antitedesco dei cecoslovacchi, portarono le grandi potenze europee a intervenire affinché si preservasse l’incerta pace, convinti della buona fede del cancelliere tedesco.
Neville Chamberlain, primo ministro britannico, iniziò quindi un’intensa trattativa per risolvere la questione senza l’uso delle armi. Il 15 settembre si recò nel rifugio alpino di Hitler a Berchtesgaden per incontrarsi con il dittatore. Questi si dimostrò risoluto nelle sue posizioni, disposto anche a intraprendere una guerra totale pur di salvare i connazionali dei Sudeti, tuttavia accettò una dilazione dei suoi propositi, per attendere le consultazioni del governo a Londra. Tornato in patria e ottenuto l’appoggio del suo esecutivo, il premier inglese si mise in contatto con il governo francese di Édouard Daladier e arrivò alla conclusione che per il mantenimento della pace era necessario sacrificare l’integrità della Cecoslovacchia. Per questo Londra e Parigi fecero intendere a Beneš che ogni ulteriore resistenza nazionale, avrebbe comportato da parte anglo-francese l’abbandono del suo popolo al proprio destino. In tale clima a Praga le reazioni a questa ipotesi furono decisamente negative creando inquietudine e instabilità, anche perché a questo punto anche la Polonia aveva la possibilità di inoltrare rivendicazioni su Teschen.
Nonostante la crisi non mostrasse via d’uscita, Chamberlain incontrò di nuovo Hitler il 23 settembre a Bad Godesberg, accordando la disponibilità di Gran Bretagna e Francia a favorire il Reich nei Sudeti. La risposta tuttavia, secondo il gioco al rialzo del Führer, era arrivata troppo tardi. Le agitazioni al confine, secondo Hitler, imponevano alla Germania di agire e farlo subito. L’inglese non sapendo come controbattere a questo nuovo ultimatum, chiese quindi il motivo dell’incontro e se fosse stato possibile un ulteriore rinvio dell’attacco. Il dittatore sembrò inamovibile, pronto a entrare nei Sudeti il 1° ottobre.
I contatti diplomatici tra i governi a questo punto si fecero febbrili, frammisti da dichiarazioni di disponibilità a mobilizzare le truppe in caso di guerra e tentativi di trovare un’ultima possibile conciliazione. Ecco quindi che Chamberlain cercò di giocare l’ultima carta e il 28 settembre chiese a Hitler e a Mussolini di superare la crisi in una conferenza internazionale per risolvere pacificamente la situazione.
La Gran Bretagna e la Francia, sentendosi impreparate di fronte a uno sforzo bellico lontano e impegnativo, scelsero la negoziazione a tutti i costi, puntando sulla reciproca simpatia che il Duce, considerato allora uomo saggio e moderato dalle democrazie occidentali, accordava al dittatore austriaco. In extremis per il giorno successivo venne convocata una conferenza a Monaco su proposta del «mediatore» Mussolini (in realtà su iniziativa del maresciallo Hermann Göring), spinto dall’impreparazione dell’Italia a una guerra su vasta scala e dal timore di un eccessivo rafforzamento della Germania. Facendo un grosso favore a Hitler, l’italiano era riuscito a convincere gli interlocutori diplomatici a un incontro con francesi, inglesi e tedeschi, senza però il coinvolgimento del governo di Beneš, che rimaneva escluso dalle decisioni finali. Questa scaltra mossa non poteva che indispettire la Cecoslovacchia, oggetto stesso del contendere, dovendo i rappresentanti valutare la legittimità delle rivendicazioni tedesche su una porzione del proprio territorio e quindi stravolgere l’integrità fisica e sociale del suo Stato sovrano.
Il congresso aprì la sessione dei lavori il 29 settembre, alla quale parteciparono le quattro delegazioni, anche se il peso dei padroni di casa si rivelò sin dall’inizio preponderante. Considerata l’impreparazione e la mancanza di coordinamento tra inglesi e francesi, Chamberlain e Daladier arrivarono a Monaco come semplici comparse, lasciando la scena alla teatralità di Hitler e di Mussolini. Il Führer ricevette di persona il dittatore italiano al confine di Kufstein, concordando con lui la linea politica da seguire e spettacolarizzò al massimo l’evento con ostentazioni e riviste militari.
Dopo un’intensa giornata dove Hitler si dimostrò sempre più intransigente sui suoi propositi, i rappresentanti dei quattro paesi convenuti firmarono l’accordo (ricalcando quasi alla lettera i contenuti espressi nell’ultimatum di Bad Godesberg) con dei protocolli esecutivi aggiuntivi, nei quali si sanciva il passaggio della regione dei Sudeti al Reich a partire dal 10 ottobre, senza che il governo di Praga potesse esprimere obiezioni. Tale cessione comportava per la Cecoslovacchia la perdita di una superficie di oltre 25.000 kmq, costituita da una regione ricca di risorse minerarie e di vitale importanza militare, in quanto unico baluardo naturale nei confronti di un’eventuale successiva aggressione tedesca sull’intero paese.
In maniera ingenua Chamberlain e Daladier si reputarono soddisfatti e non mossero riserve, anche perché il Führer ribadì in quella circostanza di chiedere solo cittadini tedeschi, non cecoslovacchi. Assicurò che questa sarebbe stata la sua ultima pretesa territoriale, avendo sanato in pieno le ingiustizie della Conferenza della pace del 1919, che aveva reso i suoi compatrioti stranieri tra loro e soggetti a paesi diversi. Mussolini insieme al ministro degli Esteri, nonché suo genero, Galeazzo Ciano tornò in Italia pieno d’orgoglio per il ruolo di arbitro internazionale ricoperto, ma vide di cattivo auspicio il largo entusiasmo degli italiani verso la pacifica soluzione raggiunta. Cosciente dell’impreparazione del suo paese per una possibile nuova guerra, concretizzò ancora di più il forte allineamento tra Italia e Germania, che porterà alla firma del «Patto d’acciaio», sancendo un’alleanza difensiva-offensiva e consacrando le due nazioni come sorelle, solidali e compagne sia in pace che in guerra.
Anche Chamberlain, al rientro in patria, fu accolto trionfalmente come garante della pace, a fronte anche della firma di un patto di reciproca amicizia tra Germania e Regno Unito, siglato sempre a Monaco il 30 settembre. Appena sceso dall’aereo in un commovente discorso, esibendo alla folla di curiosi e di giornalisti la firma di «Herr Hitler» accanto alla sua sui trattati, il premier non mancò di lodare oltre misura quello che in realtà era un simulacro giuridico come un atto di concordia e di pace. Tra le poche voci critiche oltre la Manica, si alzò quella di Winston Churchill, allora senza incarichi governativi, il quale sostenne, in un discorso polemico tenuto davanti alla Camera dei Comuni il 5 ottobre, che non si stava profilando la fine, ma l’inizio di un incubo: «Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra».
Come era facilmente intuibile per il futuro premier britannico, Hitler fino ad allora aveva solo ripetuto il suo ritornello preferito e sei mesi dopo l’accordo siglato a Monaco, il Führer gettò la maschera e occupò la Boemia e la Moravia. L’avanzata fu fulminea e il 15 marzo le truppe tedesche entrarono a Praga. L’annessione ora comprendeva territori mai appartenuti a stati tedeschi, annullando qualsiasi scusante di tipo nazionale o etnico. Il presidente ceco Beneš venne obbligato a dimettersi e a esiliare; al suo posto i tedeschi crearono un protettorato tedesco in Boemia e Moravia e il governo fantoccio filonazista (primo di una lunga serie) del monsignor Jozef Tiso nell’«indipendente» Slovacchia. L’annullamento della Cecoslovacchia se da una parte cancellava una costruzione artificiale della Pace di Parigi, dall’altra dava un pesante colpo non solo alla stabilità d’Europa e alla «santità dei trattati» (per usare le parole del ministro britannico Antony Eden, fortemente critico verso l’Appeasement), ma ai concetti stessi di libertà e democrazia. L’occupazione infatti garantiva ai tedeschi un numero ragguardevole di uomini validi da utilizzare come schiavi, ampie risorse economiche e un trampolino di lancio verso Est, avendo annullato un altro impedimento strategico alla propria avanzata, che doveva con la conquista dello spazio vitale, portare alla costruzione della «Grande Germania».
Di fronte alla barbaria nazista i governi britannico e francese non si rivelarono all’altezza delle responsabilità di cui erano portatrici e furono incapaci di reagire, ancora nella speranza di preservare «la causa della pace» nella logica ingenua del dialogo e della sincerità dei propositi hitleriani. Per di più questa estrema arrendevolezza delle democrazie occidentali lasciò il diritto internazionale in balia degli eventi. Se tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939 Ungheria e Polonia si annettevano alcune porzioni di territorio cecoslovacco ai loro confini, anche l’Italia nella primavera del 1939 volle saldare i conti con le sue rivendicazioni, attaccando e occupando l’Albania. Stessa logica seguì Stalin, che nella politica antibolscevica del governo conservatore di Londra non era stato né considerato, né interpellato a proposito delle trattative sulle sorti dei Sudeti. Per questo  motivo l’Unione Sovietica si sentì autorizzata anch’essa a trattare con Hitler, per preservare e rafforzare il suo fianco europeo, questa volta a spese degli Stati baltici e della Polonia. Era la prova generale della guerra, ormai con una Germania consolidata nelle sue posizioni strategiche e con in campo potenti forze armate, in procinto di terrorizzando il mondo.


[1] L’alleanza, nata contro il revisionismo ungherese nel 1920 tra Cecoslovacchia e Jugoslavia, a cui si aggiunse poi anche la Romania, negli anni Trenta trovò la sua principale ragione nell’ostacolare l’espansionismo tedesco, anche grazie all’appoggio politico esterno della Francia.

martedì 19 marzo 2013

La difesa di Ancona Pontificia: un nuovo volume


Presentato
 al Cenacolo Marchigiano di Roma, lo scorso 16 marzo 2013, il volume di Massimo Coltrinari, 
L'ULTIMA DIFESA PONTIFICIA DI ANCONA
7-29 SETTEMBRE 1860
La fine del potere temporale dei Papi nelle marche.
 Tomo I La piazzaforte
Roma, Editrice Nuova Cultura, 2012, pag. 346
per informazioni sul volume:www.storiainlaboratorio.blogspot.com
 Il volume è anche presente al bar Belli, al passo della Somma, sopra Spoleto