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Contro tutti e tutto. I soldati Italiani nei Balcani nel 1943

Il Volume "La Divisione "Perugia" Dalla Tragedia all'Oblio" è disponibile in tutte le librerie. ISBN 886134305-8, Roma, 2010, Euro 20,00 pag. 329.



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Un Triste destino per la Divisione "Perugia"

Un Triste destino per la Divisione "Perugia"
La Divisione "Perugia" avrebbe avuto miglior sorte se Informazioni ed Intelligence avessero trovato più ascolto presso i Comandi Superiori

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mercoledì 25 maggio 2011

“Non si parte!” : il movimento di renitenza alla leva nel Regno del Sud

Gioconda Bartolotta

Il 23 novembre 1944 viene pubblicato sui quotidiani l’annuncio del bando di “Presentazione alle armi “ per i giovani delle classi dal 1914 al primo scaglione di quella del 1924, rispondente all’esigenza di completare l’organico delle forze impegnate sul campo e che avrebbe dovuto trovare realizzazione a cominciare dal Lazio e dalla Campania per concludersi in Sicilia. Si trattava in sostanza di continuare nell’azione di ricostituzione dell’esercito, intrapresa dal governo subito dopo il trasferimento a Brindisi, che si era resa necessaria in seguito allo sbandamento dei soldati dopo l’annuncio dell’armistizio .

In Sicilia, però, la reazione al provvedimento in questione non si fece attendere e, sui muri di ogni centro dell’isola, presero a comparire scritte di aperta disapprovazione per lo stesso, cui presto si accompagnò la diffusione di manifesti che sollecitavano a non rispondere al richiamo e nei quali si sottolineava il bisogno, che la Sicilia stessa aveva, di giovani di cui servirsi per ricostruire quanto era andato distrutto e per rifondare su valori nuovi e diversi lo spirito della sua popolazione martoriata dal recente conflitto. Era dunque impensabile, in una situazione del genere, che questi accettassero di buon grado di andare in guerra.

Alla necessità dello Stato di tenere fede agli impegni contratti con gli Alleati, con la quale pure si voleva giustificare il richiamo alle armi, si rispondeva che comunque la nostra era una nazione vinta e che quegli stessi Alleati che ci avrebbero potuto aiutare a ricostruirla “(...) non possono dimenticare - e a ragione - che fra loro e noi c’è un taglio più forte di loro stessi (...) aperto col sangue dei caduti loro in tre anni di guerra“ . Considerazione amara e polemica dalla quale pare trasparire una non totale fiducia a proposito del reale atteggiamento che gli Alleati potevano adottare nei nostri confronti.

Di diverso tono il contenuto di un volantino, ritrovato vicino Palermo, diffuso da un gruppo di studenti, nel quale si sottolineava che le condizioni poste con l’armistizio dell’8 settembre erano così indegne per il fiero popolo italiano che questo non avrebbe dovuto legittimarle presentandosi alle armi, essendo unica condizione valida per tornare a combattere che l’Italia venisse riconosciuta come un vero e proprio paese alleato .

Un manifesto rinvenuto ad Agrigento poneva l’accento sul fatto che l’Italia - come già era stato annunciato - avrebbe dovuto subire forti perdite territoriali, una volta terminata la guerra, e questa era una prospettiva che - al pari di tante altre - non poteva certa essere considerata come favorevole, ai fini della presentazione alle armi .

Molto forte l’attacco contenuto in un altro manifesto ritrovato, anche questo, a Palermo: “ (...) l’infame nemico di ieri e di sempre ricco di dollari e di sterline ha bisogno di carne da cannone per risparmiare i suoi preziosi soldati. Al solito i vilissimi nostrani che hanno impedito ai valorosi soldati italiani di conquistare la vittoria, vorrebbero mandare a morire per la grandezza dell’America e della Inghilterra la nostra gioventù (...)“.

La matrice politica di quest’appello è più immediatamente individuabile che nei precedenti, leggendosi ad un certo punto “ (...) I fratelli del Nord si accingono a venire a liberarvi. E’ questione di qualche mese e sarà la vera liberazione (...)“ . Nel considerare quanto accadde tra il 1944 ed il 1945 in Sicilia non si può infatti sorvolare sul ruolo svolto in proposito dai fascisti che, nel malcontento popolare, speravano di trovare terreno fertile per il progetto di una loro riorganizzazione, ora che il duce, libero e a capo della RSI sostenuta dai tedeschi, aveva ripreso fiato ed annunciava potersi ancora, sul fronte bellico, “ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa delle iniziative in mano germanica“ , il che avrebbe dovuto avere conseguenze facilmente intuibili sulle sorti politiche italiane .

Per diverso tempo, la contestazione mantenne un carattere non violento ma, in seguito, degenerò in atti che di pacifico avevano ben poco. Così il 14 dicembre la popolazione insorge a Catania, in risposta all’uccisione di un giovane dimostrante, colpito dal fuoco dei militari .

Il “ Tempo “ del 15 dicembre 1944 titola: “Manifestazioni di studenti contro il richiamo alle armi - Molti edifici pubblici tra i quali il Municipio, il Tribunale , e l’Ufficio Leva incendiati “.

L’insurrezione continua fino al giorno successivo, quando esercito e polizia riassumono finalmente il controllo della situazione.

Diversi quotidiani si occuparono di tale episodio sia ricostruendone la dinamica che commentandolo nel merito, seguendo, nel far ciò, una linea comune, ponendo cioè l’accento su quanto importante fosse in quel momento “la ricostruzione del paese “cui bisognava che tutti contribuissero senza lasciarsi andare a gesti istintivi ed incontrollati .

In relazione ai fatti accaduti, il 15 dicembre era intervenuto anche il C.L.N. della provincia che, nell’esprimere tutto il suo sdegno per quanto avvenuto, poneva l’accento sull’operato “(...) degli elementi separatisti in combutta con gli affini superstiti del fascismo (...)” la cui azione era certo tesa a “(...) creare imbarazzi e difficoltà ai movimenti politici ansiosi di lavorare per la ricostruzione materiale e morale del paese (...)“. Si invitava pertanto la popolazione a mantenersi estranea a tali indegni propositi .

Il punto sui disordini cittadini viene fatto anche in un articolo de “L’Unità” – sempre del 15 dicembre – in un trafiletto del quale si riporta un comunicato diramato dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio che “(…) deplora il tentativo di sabotare la guerra liberatrice, tanto più esecrabile ove si consideri che nel resto d’Italia l’arruolamento procede regolarmente e che nelle regioni ancora occupate i patrioti offrono spontaneamente il loro contributo di sangue e di martirio nell’impari lotta contro il nemico (…)” e che si conclude con un appello alla “(…) generosa popolazione siciliana perché, raccolta nelle sue organizzazioni politiche e sindacali, collabori con le pubbliche autorità per mantenere nell’isola le nobili tradizioni di solidarietà nazionale (…)” .

Nello stesso periodo violenti scontri si ebbero anche in altre zone dell’isola, nonostante l’Alto Commissario per la Sicilia - nel tentativo di prevenire ulteriori disordini - avesse disposto il divieto di riunione e di assembramento nei luoghi pubblici e presto la rivolta popolare si estese a ben cinque province dell’isola.

Uno dei luoghi più “caldi” fu certamente Ragusa, dove, dopo l’arrivo delle prime cartoline di richiamo, la popolazione venne chiamata ad una riunione e si procedette ad istituire un comitato che elaborasse un piano di azione. Tra i motivi che spingevano i richiamati ragusani a non presentarsi alle armi era di non poco conto il fatto che molti di loro avevano in precedenza militato nelle fila degli armati della RSI - anzi Ragusa, per la resistenza opposta al governo, sembra essersi meritata la medaglia d’oro della Repubblica di Salò - e pertanto, ora, ritenevano di non poter rispondere ad una “(...) assurda e mostruosa chiamata, che doveva schierarli contro quegli stessi uomini con i quali avevano condiviso le ansie, le trepidazioni, i dolori e le sofferenze di una guerra che assieme avevano voluto e combattuto (...)”. Anche in questo caso l’esito era scontato, grazie all’intervento repentino ed efficace delle forze di polizia. La città fu riconsegnata all’ordine e si avviò subito il rastrellamento dei quartieri nei quali aveva avuto origine la sommossa, tra cui quello divenuto famoso de “I mastri dei carretti” che era stato “(...) il primo a sentire il grido dei Non si parte (...)” . L’operazione si concluse con l’arresto di molti dei protagonisti dei moti e con il loro invio al confino nell’isola di Ustica, che poterono abbandonare solo nel luglio 1946 in seguito all’amnistia disposta dalla Repubblica .

A dicembre anche Palermo insorge. La sommossa palermitana aveva, però, avuto un drammatico precedente nella strage del 19 ottobre 1944, quando i soldati – pure in seguito ad una aggressione di cui vennero fatti oggetto – spararono sulla folla che manifestava contro il carovita in contemporanea con lo sciopero degli impiegati comunali. Due mesi dopo, il 15 dicembre 1944, studenti universitari manifestarono contro il richiamo alle armi, contestazione che venne subito negativamente giudicata e dal C.L.N. e dalla locale sezione del Movimento Giovanile Comunista .

A leggere però il numero del “ Popolo “ del giorno successivo sembra che la sommossa di Palermo - anch’essa inevitabilmente degenerata in fatti di sangue - si sia distinta da quella di Catania per aver avuto, quest’ultima, un carattere più politico - la reazione contraria ai richiami, appunto- che non la prima, per lo scoppio della quale decisiva sarebbe stata “(...) la fame, dovuta al prezzo governativo del pane (...)” .

Lo stesso articolista afferma inoltre che di una tale situazione avrebbero approfittato tanto i fascisti quanto i separatisti, per favorire i loro reciproci e, in certi casi, convergenti interessi, sobillando la pubblica opinione e spronando il popolo alla rivolta.

Il ruolo del separatismo


Tra i separatisti c’erano delle componenti il cui primario intento era quello di non consentire lo sviluppo ulteriore dei partiti impegnati nella guerra che si facevano portatori di istanze popolari e che così grande consenso erano già riusciti a conseguire tra le masse.

Nel movimento separatista – che sembra, però, fosse riuscito a trovare sostenitori anche fra gli studenti, “(…) per un malinteso spirito di orgoglio regionale” - militavano infatti per lo più elementi della grande borghesia agraria, la cui preoccupazione principale era la difesa del diritto di proprietà il che, evidentemente, li rendeva “nemici naturali“ del partito comunista che tanta parte ricopriva nella guerra di liberazione - e che in Sicilia era il più grande partito di massa - lasciando così supporre che , una volta che il governo dell’Italia liberata fosse riuscito ad estendere la sua giurisdizione sul resto del paese, questo si sarebbe visto riconosciuto il contributo a ciò fornito con “ricompense “ di natura politica .

Col nuovo Alto Commissario per la Sicilia, Aldisio - che sostituiva l’ex Prefetto di Palermo, Francesco Musotto, che della stessa carica era stato in precedenza investito su decisione degli Alleati e che si distingueva dal primo per le sue simpatie socialiste - era giunta al potere la Democrazia Cristiana il che si ritenne potesse aprire delle strade ad un’azione anticomunista svolta, come dice La Morsa, “dall’interno attraverso azioni più o meno indirette“ . In tal modo, offrendo ai grandi proprietari una garanzia al mantenimento del proprio status economico - il che aveva una valenza politica rilevantissima, dato chepermetteva di incanalare e di controllare le tendenze eversive che questi, con la loro presenza nel movimento separatista, sembravano sostenere - si rendeva possibile adottare, ora, nei confronti del separatismo una politica di opposizione più decisa e severa rispetto a quanto non si fosse potuto fare con Musotto il quale - per ovvie ragioni politiche - non poteva che mostrarsi disponibile ad una azione cauta e di compromesso . Sul tema del separatismo interviene in quei giorni la “Voce Repubblicana“ che nel precisare come “(...) il nome stesso del movimento separatista è un errore, tanto più grave perchè per molti è un equivoco (...)“, ridimensiona - o almeno tenta di farlo - il carattere di estremismo per cui il movimento si era distinto.

L’autore dell’articolo in proposito sostiene che il sentimento diffuso nell’isola è quello repubblicano, non volendo più la Sicilia sentire parlare di Savoia e di monarchia, chè le ricordano una gestione accentratrice e “coloniale “, un regime ed una guerra che le ha portato solo lutti.

Era da questa istituzione, deludente e poco responsabile, che ci si doveva allontanare e non dall’Italia.

E’ certo, comunque, che il Governo dell’Italia liberata prese atto dell’insofferenza che cresceva nell’isola a riguardo e dell’esigenza, che andava facendosi sempre più sentita, di affidarne l’amministrazione non più ad autorità a tale scopo inviate in Sicilia in rappresentanza dello Stato centrale ma a personale del luogo che, della propria terra, conoscesse tutte le ricchezze, i problemi e le potenzialità . Per quanto riguarda nello specifico il movimento separatista propriamente inteso, è certo che i suoi membri agirono da protagonisti nelle vicende successive al richiamo alle armi, addirittura traendo dalle sollevazioni popolari tanto di quel vigore che si impegnarono nella loro causa fino ad arrivare al punto di poter da lì a poco - queste le voci che circolavano - giungere a proclamare l’indipendenza dell’isola .

e repubbliche del 1944 – 45. La Repubblica di Comiso

Così a Comiso, dove sembrava che i tempi fossero ormai maturi perchè si potesse realizzare il progetto - preparato già da tempo - dell’on. La Rosa che aveva cercato e trovato l’appoggio dei separatisti del luogo per far partire, non appena ci fosse stato il richiamo alle armi, una rivolta che si sarebbe poi dovuta estendere al resto della Sicilia.

E così nel dicembre del 1944, gli studenti del paese, ricevuta la cartolina di richiamo, iniziarono una protesta nella quale subito coinvolsero il resto della popolazione che prese a guardare ad essi come a dei “benemeriti “.
Vennero organizzati comizi e dimostrazioni in cui i giovani intervenivano facendosi portatori del sentimento di delusione che tanti aveva assalito al momento dell’annuncio, da parte del Governo, del cambiamento di fronte. Ed ora finalmente, anche per quanti ritenevano che i morti amaramente pianti, la fame e gli stenti giustificassero la protesta molto più di qualunque scelta politica - per quanto non condivisibile essa fosse - era arrivato il tempo di ergersi contro chi a quelle durissime condizioni di vita li voleva ulteriormente costringere, piuttosto che agire concretamente per porvi rimedio.

Fu anzi addirittura necessario che gli studenti, ritenendo che non fosse ancora il momento giusto, placassero gli animi di tutti quelli che, esasperati, avrebbero voluto subito ricorrere alla forza.

Niente fu lasciato al caso. Si procedette a rifornire gli uomini di tutte le armi, di ogni specie, che fu possibile rastrellare, “(...) la città fu divisa in zone e gli uomini inquadrati nelle squadre cittadine che dovevano controllare tutta l’attività e costituire l’esercito permanente della Repubblica di Comiso (...)“ .

Venne istituito un “ Comitato del Popolo” che dichiarò decaduta l’autorità dello Stato e costituita, di contro, la Repubblica di Comiso alla quale sembra che Mussolini avrebbe conferito la medaglia d’argento della RSI .

Per diversi giorni i comisani riuscirono a respingere tutti i tentativi fatti dai militari di riconquistare le loro posizioni e ripristinare l’ordine pubblico nel paese. Tutto questo sarebbe costato ai ribelli morti e feriti ma ciò non li fece desistere dall’intento di impedire il rientro ai “(...) soldati di un Governo che aveva prostituito il Paese allo Straniero (...)“ tanto più che si sperava, sempre stando alla ricostruzione fornita da Cilia, in un repentino intervento delle forze del Nord .

Arrivò tuttavia il momento della resa. La prospettiva di vedere il paese raso al suolo, come era stato minacciato, costrinse i comisani a considerare più oculatamente il da farsi. Venne costituito pertanto un comitato parlamentare che avrebbe dovuto “(...) trattare un armistizio dignitoso e giusto (...)“. Non fu tuttavia possibile realizzare tale proposito ponendo la controparte, come unica condizione alla rinuncia a rappresaglia nei confronti della popolazione, l’accettazione della resa incondizionata.

Nel pomeriggio del 10 gennaio le forze governative rientrarono a Comiso , senza peraltro che agli abitanti venisse risparmiata - come pure era stato promesso - una violenta persecuzione che portò in carcere la gran parte di quanti avevano partecipato ai moti e costrinse molti giovani a presentarsi alle armi .


La Repubblica Popolare di Piana degli Albanesi

Anche a Piana degli Albanesi, il 31 dicembre del 1944, era stata proclamata la “Repubblica Popolare” ad opera di Giacomino Petrotta che, nella neo-proclamata repubblica, si avvalse anche dell’ accondiscendenza del Sindaco - che conservò la sua carica perchè favorevole al nuovo assetto istituzionale che era venuto configurandosi - per il compimento di alcuni atti di chiara ingerenza nella pubblica amministrazione e che si sostanziarono, ad esempio, nell’impedire oltre l’espletamento delle proprie funzioni a quanti non erano graditi specie per la loro precedente militanza fascista.

Tutto ciò fino alla fine di febbraio del 1945 quando, con l’arrivo in forza dei militari, l’ordine pubblico venne ristabilito e la repubblica soppressa . Pure, in quei cinquanta giorni l’esperienza repubblicana venne compiutamente realizzata perchè “(…) le masse sono armate, il medio ceto è legato più o meno di propria volontà agli obiettivi egemonici del popolo, perché è impedita la leva militare e resa realmente obbligatoria per gli agrari la consegna del grano ai magazzini popolari a favore delle masse più povere ed affamate (…)” .

Le conseguenze della mancata risposta al richiamo e i problemi posti nel caso di presentazione alle armi.
Questa dunque la situazione in Sicilia, fra il 1944 ed il 1945.

Ma l’ondata di contestazione al provvedimento di richiamo investì tutte le zone della penisola che da esso furono interessate e, di ciò, dovettero prendere atto le autorità competenti investite del compito di presiedere alla presentazione alle armi.

Nei rapporti inviati dalle Regie Prefetture al governo si documenta con precisione questo stato di cose sottolineando anche che la mancata risposta all’appello ben si comprendeva, ”(...) essendo facilmente intuibili gli ulteriori sacrifici cui andrebbe incontro il popolo con una più larga partecipazione alla guerra, mentre assai deboli sono le illusioni di effettivi benefici, basate solo su promesse rimaste aleatorie, non essendo ancora stato assunto dagli Alleati nessun preciso impegno al riguardo (...)” . E’ da sottolineare inoltre che la resistenza opposta al richiamo alle armi poteva finire coll’arrecare un danno all’immagine dell’Italia, già duramente penalizzata nella partecipazione alle operazioni di guerra, “(…) nella considerazione degli Alleati” .

La mancata affluenza di grandissima parte dei richiamati rappresentava, tuttavia, un enorme perdita , in termini di potenziale, per l’esercito tanto che il Ministero della Guerra si vide costretto, ai primi di gennaio del 1945, a ripresentare il bando, stabilire nuovi termini per la presentazione e promettere che non si sarebbe dato corso ad alcun procedimento penale per quanti non avevano ancora risposto al richiamo purchè, ovviamente, decidessero di farlo allora .

La nuova chiamata del gennaio 1945 riguardò anche il secondo scaglione della classe 1924 ed il primo di quella 1925 - ultima classe utile per la leva- nel tentativo di rimediare alla scarsa affluenza in precedenza registrata.

Ma ancora una volta non si ottennero i risultati sperati tanto che, nel febbraio dello stesso anno, un generale dello Stato Maggiore auspicava, per porre finalmente riparo a questa situazione, il ricorso a soluzioni drastiche che avrebbero dovuto colpire direttamente la massa dei richiamati distogliendoli dal proposito, eventualmente maturato, di opporre resistenza al provvedimento prospettando loro, come conseguenze di tale malaugurata decisione, la cancellazione dalle liste politiche o l’eliminazione dagli studi.

C’erano però anche problemi di altro genere da affrontare, che riguardavano quanti, invece, ai bandi di richiamo decidevano di rispondere, presentandosi così ai distretti.

Da alcuni telegrammi, inviati nel febbraio 1945 alle autorità competenti dall’Alto Commissario Aldisio, si desume che il trattamento ad essi riservato nei campi di raccolta non era certo tale da confermarli nella scelta fatta né, tantomeno, tale da poter incentivare altri richiamati a partire, in tal modo ponendo, evidentemente, nel nulla gli sforzi operati dalle autorità civili e militari in questa direzione.

Così, ad esempio, il 27 gennaio 1945 “(...) disertarono dal campo affluenza Afragola - nel quale i volontari si trovavano in pessime condizioni: il campo era allagato e loro non erano neanche stati forniti dei necessari “indumenti militari”- circa mille richiamati siciliani su milleduecento colà affluiti dal 15 gennaio detto (...)” .

Era naturale, dunque, che Aldisio avvertisse la necessità - testimoniata dalla qualifica di “precedenza assoluta su tutte le precedenze assolute” al telegramma da lui in proposito inviato - di informare chi di dovere su quanto stava accadendo, chiedendo un intervento immediato perché “(...) incidenti simili siano evitati curando affettuosamente i richiamati (...)” .

Conclusioni
Il quadro che emerge dall’analisi delle vicende registratesi in Sicilia tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, non sembra essere minimamente rispondente all’idea, che generalmente si è abituati a condividere, di un movimento resistenziale che ha visto impegnati sul fronte della lotta contro il nazifascismo tutte le forze “vive e sane” del nostro paese e a cui sarebbe stato dato un sostanziale apporto dalle masse popolari, spontaneamente impegnatesi nella lotta contro il tedesco invasore e nell’estirpazione della “mala pianta” del fascismo. L’Italia dell’ultimo anno di guerra fu, invece, anche il Paese dei renitenti alla leva, delle donne pronte a sfidare le autorità per impedire la partenza per il fronte dei loro figli e dei loro compagni, di quanti vivevano la frustrazione conseguente alle misere condizioni di vita cui erano costretti, di quanti si mantennero estranei all’attivismo politico, perché ormai convinti dell’inutilità di continuare a riporre fiducia in coloro che si proponevano per l’amministrazione della cosa pubblica, ogni volta promettendo risposta alle istanze più urgenti dell’isola che restavano però sistematicamente irrisolte, di quanti, invece, alla vita politica parteciparono in prima persona, tentando però la via delle Repubbliche popolari in polemica – e a volte violenta – replica all’immobilismo delle autorità competenti. Tutto ciò a riprova dell’esistenza di una situazione diversa da quella largamente propagandata e che però, non per questo, sembra essere meno attendibile pur essendo meno eroica e meno adatta alla costruzione del mito della partecipazione di massa per la rinascita del Paese alla vita democratica.

Le motivazioni con cui si giustificava la renitenza alla leva erano principalmente di carattere pratico, mentre ruolo minore sembrano aver avuto quelle di carattere essenzialmente politico ed ideologico. In tali condizioni non sembra possibile considerare disonorevole la decisione di anteporre le preoccupazioni quotidiane, gli affetti e gli interessi personali al dovere di continuare a combattere. Quella in cui fino ad allora ci si era impegnati era stata una guerra che aveva arrecato solo lutti e miserie, e sul prosieguo della quale non si era autorizzati a nutrire speranze di positivi esiti.

La volontà di proporre, come alternativa alla continuazione della guerra stessa, l’impegno per la ricostruzione civile ed economica della propria terra era lì a testimoniare il dinamismo e non l’inerzia, la determinazione e non la mancanza di volontà di quanti ritenevano fosse giunta l’ora di offrirle, finalmente, nuove opportunità.

martedì 5 aprile 2011

IL PROGETTO CONTINUA

Il Progetto Storia in Laboratorio continua anche per i mesi fino alla chisura delle scuole. I cntributi saranno pubblicati nel numero di settembre di "I Risorgimento d'Italia"


 AREA TEMATICA : Sorico culturale


 TITOLO: Storia In Laboratorio

 ENTE ORGANIZZATORE : UNUCI sezione di Spoleto in collaborazione con la rivista “Il secondo Risorgimento d’Italia”


 DESCRIZIONE SINTETICA DEL PERCORSO E DELLE ATTIVITA’ DIDATTICHE PROPOSTE.

Nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano, l’UNUCI, nel quadro delle attività volte a far conoscere gli avvenimenti di storia Patria, propone agli studenti delle scuole secondarie di I e II grado il progetto “Storia in laboratorio” già sperimentato negli anni passati.

La proposta prevede seminari/convegni sui temi che hanno interessato il territorio del Comune di Spoleto, a partire dal passaggio di Spoleto dallo Stato preunitario allo Stato Nazionale (17 settembre 1860) fino alla Guerra di Liberazione (1943 – 1945), allo scopo di tener viva la memoria storica locale nel più ampio contesto di quella nazionale. In particolare agli studenti, opportunamente coordinati dai loro professori, si chiede di svolgere ricerche, fare interviste, raccogliere materiali, informazioni e testimonianze, a partire dall’ambiente familiare.

Scopo del progetto è quello di guidare gli studenti, nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano (17 marzo 1861 – 17 marzo 2011), ad una riflessione sul significato profondo della ricorrenza. Un processo di unificazione che è passato, oltre al 17 marzo 1861, attraverso altre due date non meno importanti: il 4 novembre 1918, la fine vittoriosa della I Guerra Mondiale e la conclusione del processo di unificazione nazionale ovvero del I Risorgimento ed il 25 aprile 1945 che rappresenta la conclusione della Guerra di Liberazione e quindi del II Risorgimento italiano.

Sotto la guida degli insegnanti, il materiale raccolto sarà sistemato in maniera organica secondo tassonomie stabilite in precedenza al fine di attribuire ad esso un preciso valore semantico e di valenza storica. Tutti i lavori degli studenti verranno pubblicati sulla Rivista “Il Secondo Risorgimento d'Italia”.


 DURATA: settembre 2010 – aprile 2011

 DESTINATARI: Scuole Secondarie di I e II Grado

 COSTI : Gratuito

 CONTATTI : Franco Fuduli ((tel. 0743.223401), Massimo Coltrinari (tel. 06.46913238), Osvaldo Biribicchi (tel. 06.46912838)

giovedì 10 marzo 2011

 Macrostoria e Microstoria: nota a margine
La macrostoria rappresenta la sintesi degli avvenimenti che si sono succeduti in una determinata epoca in determinato territorio. La necessità di sintesi rappresenta l’esigenza di conoscere quanto accaduto precedentemente in quel luogo al fine di avere una idea, un quadro chiaro del succedersi del tempo: con ciò la Storia assolve alla sua funzione.
Ma questa visione a tutto tondo non esclude la possibilità, anzi la sollecita, di scendere, via via a seconda degli interessi e degli scopi che si vogliono perseguire , nel particolare, a cerchi concentrici, restringendo sempre più i due parametri considerati, il tempo, ovvero l’epoca presa in esame, e lo spazio, ovvero il territorio di interesse.
Questi cerchi concentrici vengono fissati da chi si avvicina alla Storia, in base ai suoi scopi ed interessi.
Processando questo concetto di macrostoria, in un approccio lineare ed orizzontale, non ciclico, si arriva a poter individuare e definire l’antitesi della macrostoria, ovvero la microstoria. Via via che si vuole conoscere in modo sempre più preciso e definito fatti e situazioni, ci si avvina al concetto di microstoria.
La microstoria rappresenta la conoscenza di un determinato fatto o evento in un individuato punto spaziale, nella sua complementarità assoluta.. La conoscenza nei suoi minuti dettagli dell’evento è la caratteristica della microstoria che in essa si esalta, mentre, come appare ovvio, si attena e scompare nel concetto opposto di macrostoria.

In questo asse orizzontale, quindi, chi si avvicina alla Storia può muoversi e quindi fissare il suo punto di osservazione o, di conseguenza, di conoscenza.
Esiste,pertanto, un filo rosso che unisce, in modo non ciclico, ma lineare la macro e la microstoria, che permette di affrontare ogni argomento storico, o meglio di ricostruire avvenimenti del passato, in base alle motivazioni., interessi e scopi.
Nel fare un esempio, si può ben prendere Anzio è l’evento del 22 Gennaio 1944, ovvero lo sbarco Angloamericano volto ad aggirare le difese tedesche imperniate su Cassino e quindi conquistare Roma e portare il fronte più a Nord possibile.
Se prendiamo in esame il fattore spazio, in questo evento, dal punto di vista microstorico, si possono andare a visitare ed approfondire tutti gli aspetti minuti che hanno interessato Anzio e Nettuno e tutte le implicazioni relative, restringendo la ricostruzione al particolare.
Dal punti di vista della macrotoria, questo evento si inserisce come episodio della Campagna d’Italia condotta dagli Alleati, campagna che aveva come obiettivo iniziale l’uscita dell’Italia dalla coalizione dell’Asse, e poi quello di tenere aperto un fronte in Europa al fine di attirare il maggior numero di unità tedesche, per alleggerire la pressione sul Fronte russo. Per gli Italiani questo evento si inserisce nella Guerra di Liberazione, in cui le forze non aderenti alla coalizione hitleriana collaboravano con gli Alleati al fine di giungere alla fine della guerra con una partecipazione tale da poter definire in modo accettabile il futuro assetto dell’Italia, uscita sconvolta dalla crisi armistiziale del 1943
Se prendiamo in esame il fattore tempo, vediamo che per gli Italiani la Guerra di Liberazione poteva rappresentare una sorta di Secondo Risorgimento, in quanto le uniche due forze che nella prima metà del 900 erano alla guida del Paese, si erano, per motivi vari, liquefatte ed implose. Occorreva una nuova azione per definire l’assetto istituzionale dell’Italia stessa, o nuovo o quello passato rigenerato da questa esperienza.
Il riferimento in questo processo è il primo Risorgimento, in cui per fare l’Italia ci si dovete impegnare in una lotta contro Potenze straniere e contro il potere temporale dei Papi per definire lo Stato Italiano. I motivi che nei due processi sono i medesimi, ed il fine uguale. Ecco perchè, come macrostoria, si può parlare di Primo e di Secondo Risorgimento.
Quindi lo sbarco di Anzio del gennaio 1944, episodio della Campagna d’Italia per gli Alleati, per noi Italiani è un evento che permette di focalizzare gli sforzi di definire attraverso la Guerra di Liberazione il nuovo asseto istituzionale dell’Itala, avendo come riferimento il processo unitario del primo risorgimento.

venerdì 18 febbraio 2011

Il Consiglio della Corona dell’8 Settembre 1943, nelle memorie del maggiore Luigi Marchesi

e nelle motivazioni

del Maresciallo Pietro Badoglio e di S. M. il Re Vittorio Emanuele III


Riccardo Scarpa

Il Consiglio della Corona, convocato da S. M. il Re Vittorio Emanuele III, alle cinque e mazza pomeridiane dell’8 Settembre 1943, nella sala Don Chisciotte del Palazzo del Quirinale, nel quale verrà deciso di dare notizia dell’armistizio firmato a Cassibile da parte del Generale Giuseppe Castellano e del Generale Walter Bedell Smith, e gli eventi che hanno immediatamente preceduto la riunione, condizionandone l’esito, e ne sono seguiti, costituiscono tasselli imprescindibili per ricostruire esattamente un momento determinante nella Storia d’Italia. Eventi, peraltro, descritti solo da testimonianze dei presenti, con tutti i limiti che tale fonte pone. La descrizione più dettagliata è senza dubbio contenuta nella testimonianza dell’allora Maggiore Luigi Marchesi, in servizio allo Stato Maggiore del Regio Esercito, proveniente dagli Alpini. Figlio d’un Colonnello del Regio Esercito, era entrato nella Regia Accademia di Fanteria e Cavalleria nel 1928. Sottotenente nel 1931 ed inviato al 3° reggimento Alpini sulle Alpi occidentali, alpinista ed istruttore di sci, ammesso alla Scuola di Guerra a ventisette anni, nel 1940 era stato inviato in missione al Comando Supremo della Wermacht, per la sua conoscenza della lingua tedesca, sulla linea Maginot. Dallo scoppio della guerra era stato, per ben tre anni, col Generale Vittorio Ambrosio, che aveva seguito all’ufficio operazioni della 2ª Armata, allo Stato Maggiore del Regio Esercito, al Comando Supremo, ed a Cassibile, col Generale Giuseppe Castellano, durante la fase conclusiva del negoziato per l’armistizio. Il Marchesi ha pubblicato, su questi eventi, due memorie: Come siamo arrivati a Brindisi, uscito per i tipi della Bompiani nel 1969, e: 1939-1945 – Dall’impreparazione alla resa incondizionata, edito da Mursia nel 1993. Il Generale Enrico Boscardi, Direttore del Centro Studî e Ricerche Storiche sulla Guerra di Liberazione, nel presentare quest’ultima pubblicazione del Marchesi, il 17 Giugno del 1993, in Palazzo Barberini, ha evidenziato alcuni elementi essenziali, sull’oggetto che ci concerne. Il Maggiore Luigi Marchesi era rientrato a Roma il 5 di Settembre del 1943, da Cassibile, per riferirne al Generale Vittorio Ambrosio, e consegnare, oltre ad una lettera del Gen. Giuseppe Castellano che accompagnava il testo dell’armistizio e delle clausole aggiuntive, un biglietto del Gen. Bedell Smith pel Maresciallo Pietro Badoglio e due pro memoria, per i Capi di Stato Maggiore della Regia Marina e della Regia Aeronautica e, per il SIM, l’Ordine di Operazioni per la 82ª divisione airborne degli Stati Uniti d’America, cioè il piano della famosa operazione GIANT DUE, colla quale quella divisione americana avrebbe dovuto essere aviotrasportata a Roma, il giorno stesso della pubblicazione dell’armistizio, per garantire la difesa della Capitale del Regno d’Italia dalle forze germaniche. Il successivo 7 Settembre giunsero a Roma il Gen. Maxwell Taylor ed il Col. William Tudor Gardiner per verificare la fattibilità dell’operazione GIANT DUE. Essi vennero ricevuti dal Col. Salvi e dallo stesso Marchesi. Questi assicurò al Gen. Taylor che i campi d’aviazione erano, con tutta probabilità, stati preparati per l’atterraggio dei velivoli che avrebbero dovuto trasportare la 82ª divisione aerotrasportata nordamericana. Infatti i relativi ordini erano stati impartiti allo Stato Maggiore della Regia Aeronautica il giorno 5. Perciò suggerì un’incontro col Gen. Giacomo Carboni, nella sua veste di Comandante del Corpo d’Armata Motorizzato, dal quale avrebbe dovuto dipendere la 82ª divisione aerotrasportata nordamericana durante l’operazione GIANT DUE, secondo gli accordi di Cassibile. Il Gen. Maxwell Taylor, tra l’altro, informò il Magg. Luigi Marchesi che «l’indomani notte saranno lanciati i paracadutisti e subito dopo gli aerei cominceranno ad atterrare». Egli aggiunse che, sempre l’indomani, 8 Settembre, sarà, contestualmente, il giorno dell’operazione Avalanche, cioè dello sbarco, ed il giorno in cui il Maresciallo Pietro Badoglio dovrà divulgare l’armistizio. Ciò malgrado il Marchesi avesse fatto presente all’ospite che il Comando Supremo non s’attendeva tale comunicazione prima di quattro o cinque giorni. Tuttavia, come ribatté il Taylor, l’armistizio di Cassibile non predefiniva alcuna data. Sopraggiunto il Generale Giacomo Carboni, questi volle parlare col Gen. Maxwell Taylor senza il Marchesi dichiarando, alla fine:«tutto aggiustato, adesso andiamo da Badoglio». Il Gen. Giacomo Carboni, dopo un colloquio col Gen. Maxwell Taylor ed il Col. William Tudor Gardiner ed un secondo colloquio a Villa Italia, residenza del Maresciallo Pietro Badoglio, indusse quest’ultimo a firmare un telegramma pel Gen. Dwight D. Eisenhower che chiedeva di ritardare la proclamazione dell’armistizio e cancellare l’operazione GIANT DUE: «dati cambiamenti e il precipitare situazione ed esistenza forze tedesche zona di Roma». Forze che renderebbero, a detta del Carboni, impossibile l’operazione della 82ª divisione paracadutisti, in quanto non ci sarebbero state forze sufficienti per garantire gli aeroporti. Solo dopo il messaggio di risposta del Gen. Dwight D. Eisenhower, che intima al rispetto degli impegni assunti e minaccia, in caso contrario, di far conoscere a tutto il mondo l’«affare», viene avvertito, dal Ministro Acquarone, S. M. il Re, che dispone immediatamente la convocazione del Consiglio della Corona per le ore cinque e mezza pomeridiane, nella sala del Don Chisciotte. Sono presenti il Capo del Governo Maresciallo Pietro Badoglio, il Capo di Stato Maggiore Generale Vittorio Ambrosio, il Ministro della Guerra Generale Antonio Sorice, il Ministro della Regia Marina Ammiraglio Raffaele De Courten, il Ministro della Regia Aeronautica Gen. Renato Sandalli, il capo del SIM, Gen. Giacomo Carboni, il Sottocapo di Stato Maggiore del Regio Esercito De Stefanis, in rappresentanza del Gen. Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, impegnato in un colloquio col Gen. Westphall, l’Aiutante di campo di S. M. il Re Paolo Puntoni, ed il detto Magg. Luigi Marchesi. In quella sede il Gen. Giacomo Carboni, che aveva mandato a casa il Gen. Maxwell Taylor ed il Col. William Tudor Gardiner dopo aver di fatto annullato l’operazione GIANT DUE, attacca violentemente il Generale Giuseppe Castellano, la sua conduzione del negoziato per l’armistizio, tace ogni cosa sull’operazione GIANT DUE, che aveva rifiutato senza avvisare nessuno, e propone di sconfessare Capo del Governo, Capo di Stato Maggiore Generale, il Gen. Giuseppe Castellano, e di ritrovare immediatamente un’intesa coi germanici, e riconfermare l’alleanza dell’Asse e la volontà di proseguire la guerra al fianco del Terzo Impero Germanico nazionalsocialista. Il Magg. Marchesi, che era stato chiamato fuori dalla sala, vi rientra per dare la notizia che Radio Algeri, alle ore sei e mezza pomeridiane, aveva diffuso la proclamazione dell’armistizio col Regno d’Italia, sia col messaggio del Gen. Dwight D. Eisenhower che colla traduzione in Inglese del messaggio del Maresciallo Pietro Badoglio. Il Gen. Giacomo Carboni, a questo punto, riprese a parlare sostenendo che ciò non cambiava nulla nella sua proposta. Viene, però, interrotto dal Maggiore Luigi Marchesi, che inizia: «con una precisa esposizione degli accordi intervenuti con il Comando Alleato dopo la firma dell’armistizio, illustrai – egli prosegue – l’importanza che gli anglo-americani annettono alla nostra collaborazione militare. Essa soltanto, ed in misura della sua entità, avrebbe potuto cancellare la durezza delle clausole armistiziali». E proseguì:«La anticipazione dell’armistizio da parte degli alleati era per noi una dolorosa sorpresa. A rigore, però, gli alleati erano nei termini degli accordi, perché la data ipotetica del 12, indicata dal Gen. Castellano, (…) era frutto di una deduzione del generale stesso (…) Era stato un errore non dare credito alla comunicazione del Gen. Taylor e, peggio ancora, illudersi circa la possibilità di ottenere una proroga. Parlare di tradimento da parte degli anglo americani, come il Gen. Carboni aveva appena accennato, era assurdo (…) Non mantenere fede agli accordi presi e firmati avrebbe costituito storicamente un indelebile macchia di disonore per l’Italia. La firma dell’armistizio da parte del delegato italiano il giorno 3 era stata fotografata e cinematografata da giornalisti, fotografi e curiosi. Il testo del proclama che doveva subito, senza ulteriori ritardi, essere diramato dal Maresciallo Badoglio, si trovava nella sua stesura integrale nelle mani degli Alleati. C’era da aspettarsi, ritardando ancora, che ne dessero essi stessi lettura dalle loro stazioni radio (come, infatti, fecero). Dissi che qualora non avessimo mantenuto gli impegni presi, potevamo contare con tutta sicurezza su una vastissima reazione alleata. Raccontai che il Gen. Alexander ci aveva accolti a Cassibile, dopo aver saputo che il Gen. Castellano non aveva ancora la delega per firmare l’armistizio e come egli ci aveva fatto sapere che, sui campi dell’Africa settentrionale e della Sicilia, era concentrata la più grossa formazione da bombardamento che mai si fosse avuta durante la guerra. Il bombardamento aereo tedesco della città ci sarebbe, forse, stato; niente tuttavia, in confronto a quello che certamente avremmo potuto subire dagli anglo americani». Dopo un silenzio degli astanti, il Gen. Giacomo Carboni tentò di riprendere la parola, ma Sua Maestà il Re glielo impedì, con un gesto perentorio, si alzò, il Consiglio era sciolto. Uscirono tutti, tranne il Capo del Governo. Il Sovrano decise con rapidità; dopo qualche minuto uscì anche il Maresciallo Pietro Badoglio, e dichiarò: «Il Re ha deciso che l’armistizio venga proclamato secondo gli accordi». Chiese, quindi, al Gen. Vittorio Ambrosio da dove potesse trasmettere l’annuncio alla Nazione e, poiché non era stato installato al Quirinale nessun impianto per trasmissioni radiofoniche, come avrebbe dovuto essere installato per chiare disposizioni date al Gen. Carboni, si recò alla sede dell’EIAR, in via Asiago. Sul contesto nel quale si svolse il Consiglio della Corona l’8 Settembre del 1943, e sulle necessitate decisioni operative che ne seguirono, così ebbe ad esprimersi il Maresciallo Pietro Badoglio, pochi giorni dopo lo sbarco a Brindisi, parlando a Limone delle Puglie: «Mi si fa colpa di avere tardato a concludere l’armistizio. Cosa questa ingiusta, poiché è evidente che per addivenire ad una conclusione bisognava prima che aderisse anche l’altra parte: e sino al 3 Settembre noi non abbiamo avuto il consentimento alleato. Una semplice dichiarazione di resa, umiliante, ossia soltanto da parte nostra, ci avrebbe consegnato in pieno potere ai tedeschi senz’alcuna speranza di aiuto da parte degli anglo-americani ancora ben lontani da Roma […] Proclamato l’armistizio, subito le divisioni germaniche stanziate nei pressi della capitale si mossero contro la città, e, per cause che saranno a suo tempo appurate, dopo qualche episodio di eroica resistenza, la difesa crollò. Non era più possibile rimanere a Roma senza cadere nelle mani dei tedeschi (cioè, senza lasciare l’Italia priva di un governo legittimo); perciò, tutta la famiglia reale, io, e i ministri che avevo potuto avvertire, ci recammo a Brindisi, passando per Tivoli e Pescara» . Sua Maestà il Re, Vittorio Emanuele III, così descrive il contesto e le decisioni da Lui prese in base a quel Consiglio della Corona: «La sera dell’8 Settembre le divisioni tedesche che si trovavano nei pressi della capitale, mossero verso Roma. Se il lancio dei paracadutisti alleati nei dintorni della città avesse avuto luogo, oppure se lo sbarco ad Anzio fosse avvenuto l’8 Settembre, né il governo, né tantomeno il Re e la famiglia reale, si sarebbero mossi da Roma. Invece, rimanere prigionieri nella capitale, significava lasciare l’Italia priva del capo dello Stato e del governo legittimo, od unicamente con un governo illegittimo alla mercé dei tedeschi. […] Nulla di glorioso, ha detto qualcuno? Ma sembra che alla gloria un Re debba saper rinunciare quando l’interesse del Paese esige che egli operi in libertà e con vantaggio per la Nazione. Rimanere a Roma sarebbe stato fare la fine del reggente Horthy che i tedeschi costrinsero a dire alla radio il contrario di quanto spontaneamente espresso qualche giorno prima. Se nel 1940 gli inglesi fossero rimasti a Dunkerque per morire tutti sul posto, avrebbero scritto una pagina evidentemente più gloriosa, ma inutile, o ben poco utile, mentre gli stessi soldati servirono molto meglio dopo, quando l’esercito britannico, ricostituito, passò all’offensiva. Quindi, non fuga, né rifugio all’estero, per me, ciò che sarebbe stato abbandonare la Patria. Se mi recai col governo a Brindisi, cioè in una parte libera del suolo della Nazione, fu per creare in piena libertà un governo legittimo, ricostruire un esercito, come subito avvenne, evitando che i soldati delle divisioni italiane rimaste al Sud fossero considerati prigionieri di guerra. La cobelligeranza, ottenuta dal mio governo, salvò parecchie cose, compresi gli interessi personali di molti antimonarchici, specie dell’ultima ora, che con il loro carico d’odio non sarebbero rientrati in quel periodo in Italia senza la cobelligeranza» . Quindi il Re ed il governo avrebbero deciso diversamente se, l’8 Settembre del 1943, avesse avuto luogo l’operazione GIANT DUE, che non ebbe luogo perché, prima che S. M. il Re fosse informata d’alcun ché e convocasse il Consiglio della Corona, il Gen. Giacomo Carboni s’assunse la responsabilità morale, militare e politica di imporre agli alleati di rinunciare all’operazione già programmata. Dal tono delle dichiarazioni del Gen. Giacomo Carboni nel Consiglio della Corona si evince, altresì, come l’iniziativa del medesimo fosse ispirata dal tentativo di porre il Sovrano ed il governo nelle condizioni di denunciare l’armistizio appena sottoscritto e costringerli all’alleanza col Terzo Impero Tedesco, sino alla completa debellatio delle potenze dell’Asse, nel quadro d’una scelta politica decisamente filogermanica. Il Re, sentito l’intervento del semplice Maggiore Luigi Marchesi, invece, operò una scelta decisamente opposta e la attuò avendo il coraggio di decisioni certamente gravi, per le conseguenze, ma che si dimostrarono le uniche in grado di salvare la personalità internazionale dello Stato italiano nato dal primo Risorgimento, e di porre le basi istituzionali, militari e politiche della Guerra di Liberazione, secondo Risorgimento d’una Nazione. E vennero scelte le province libere del mezzogiorno, anziché la Sardegna, come innanzi programmato, per essere più vicini al fronte, ed agli italiani delle province occupate, esattamente come in altre circostanze il Re soldato decise di resistere sulla linea del Piave, invece che ritirarsi sul Po, come anche allora avrebbero preferito gli alleati.

mercoledì 9 febbraio 2011

Ritirata di Russia e 150°  Anniversario dell'Unità d'Italia
Rossosch (Medio Don). Percorrere una delle strade più tragiche della Storia d’Italia. E’ questa l’idea, che sta realizzando un gruppo di camminatori lombardi. Sono in cinque, tutti con considerevoli esperienze come alpini e scout. Alessio Cabello, Cristiano Baroni, Diego Pellacini, Giancarlo Cotta Ramusino e Nicola Mandelli hanno organizzato questa passeggiata di oltre 150 chilometri dalle rive del fiume Don a Nikolajewka, l’odierna Livenka, dove, il 26 gennaio 1943, quello che rimaneva delle divisioni italiane riuscì a rompere l’accerchiamento delle truppe sovietiche ed uscì dall’infernale “sacca”. Decine di migliaia di nostri ragazzi persero la vita in quelle giornate terribili, le peggiori di sempre per le Forze Armate italiane. Le temperature erano allora intorno ai 30 gradi sottozero, i campi pieni di neve e le vie principali occupate dai mezzi corazzati sovietici.

L’anniversario del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia ha reso questa iniziativa ancora più significativa. Il nostro – hanno scritto prima della partenza – “è un cammino che vuole incontrare anche coloro che vivono in quelle terre. Non ci sono vette da conquistare o méte da raggiungere. E’ un viaggio per ricordare quanto terribile sia il dramma della guerra e per prodigarsi per evitarla in futuro”.
In passato tre di loro hanno percorso più volte il cammino di Santiago di Compostela, quello di San Francesco, la via Francigena. Diego Pellacini ha girato molto in America ed in Africa, mentre Nicola Mandelli ha scalato montagne come l’Aconcagua o il Kilimangiaro.
“Ogni territorio – dice Giancarlo Cotta Ramusino – vive la propria evoluzione: il tempo non si è certo fermato al 1943 così come verso Roncisvalle non si ode il corno di Rolando”. Proprio per cercare al massimo il contatto con la gente il gruppo non ha portato con sé delle tende. Come 68 anni fa furono costretti a fare i militari dell’Armir – per non restare di notte all’addiaccio – chiederanno ospitalità nelle izbe. Sono tantissime le storie delle donne russe ed ucraine che curarono, salvandoli, i nostri poveri ragazzi assiderati così assomiglianti ai loro figli schierati, però, sul fronte opposto. L’anima slava ha sempre un posto di riguardo verso chi soffre.
“L’idea di questa impresa – continua Cotta Ramusino – è venuta a Cristiano Baroni circa un anno fa. A me subito è apparsa un po’ troppo ambiziosa”. La parte più complessa è stata quella di raccogliere informazioni sufficienti soprattutto perché nessuno del gruppo parla russo. L’incontro con la professoressa Gianna Valsecchi e l’ausilio della sezione Ana di Casatenovo si sono rivelati “fondamentali”.
Infatti, se si cerca sulle carte geografiche russe non si trova Nikolajewka, dizione presente sulle carte militari tedesche della Prima guerra mondiale utilizzate dalle truppe italiane. Lo stesso Mario Rigoni Stern, autore dell’indimenticabile racconto “Il Sergente nella neve”, ebbe non poche difficoltà a ritrovare il luogo dove lasciò per sempre tanti suoi compagni d’armi. Scoprì, però, l’izba in cui mangiò insieme a dei soldati nemici in un momento di tregua della battaglia. Certe cose incredibili accadono solo in Russia.
Vedi anche MUSEO DEL MEDIO DON Rossosch – Russia.
g.d’a.


Nella Collana Storia In Laboratorio è stato pubblicato il volume N.14

Massimo. Coltrinari.


I prigionieri italiani nella Seconda Guerra Mondiale in Unione Sovietica
 La guerra Italiana all’URSS – 1941-1943
 Le Operazioni
 Roma, Editrice Nuova Cultura, Euro 20

Il Volume può essere chiesto a odrini@nuovacultura.it oppre a risorgimento23@libero.it

martedì 4 gennaio 2011

Presentazione del vol. n. 6 della Collana Storia in Laboratorio


Il Comune di Osimo, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia A.N.P.I., Associazione Combattenti della Guerra di Liberazione, Venerdi 14 Gennaio 2011 ore 17,30, nella Sala Grande del Palazzo Municipale, organizzano, con l’introduzione di Massimo Morroni, la presentazione del volume di

Giorgio Prinzi e Massimo Coltrinari

“Salvare il Salvabile”
La crisi armistiziale dell’8 settembre 1943. Per gli Italiani il momento delle scelte
Edizioni Nuova Cultura Università La Sapienza Roma

L’incontro si inserisce nelle attività per dotare Osimo di un Giardino della Memoria dedicato alle vittime civili del 1940-1945, e quelle per il riaddobbo del Monumento al Corpo Italiano di Liberazione in località Casenuove

Elementi indicativi e contenuti del volume sono disponibili su www.coltrinarimassimo.blogspot.com

domenica 2 gennaio 2011

Relazione

Il Consiglio della Corona dell’8 Settembre 1943, nelle memorie del maggiore Luigi Marchesi
e nelle motivazioni
del Maresciallo Pietro Badoglio e di S. M. il Re Vittorio Emanuele III

Riccardo Scarpa

Il Consiglio della Corona, convocato da S. M. il Re Vittorio Emanuele III, alle cinque e mazza pomeridiane dell’8 Settembre 1943, nella sala Don Chisciotte del Palazzo del Quirinale, nel quale verrà deciso di dare notizia dell’armistizio firmato a Cassibile da parte del Generale Giuseppe Castellano e del Generale Walter Bedell Smith, e gli eventi che hanno immediatamente preceduto la riunione, condizionandone l’esito, e ne sono seguiti, costituiscono tasselli imprescindibili per ricostruire esattamente un momento determinante nella Storia d’Italia. Eventi, peraltro, descritti solo da testimonianze dei presenti, con tutti i limiti che tale fonte pone. La descrizione più dettagliata è senza dubbio contenuta nella testimonianza dell’allora Maggiore Luigi Marchesi, in servizio allo Stato Maggiore del Regio Esercito, proveniente dagli Alpini. Figlio d’un Colonnello del Regio Esercito, era entrato nella Regia Accademia di Fanteria e Cavalleria nel 1928. Sottotenente nel 1931 ed inviato al 3° reggimento Alpini sulle Alpi occidentali, alpinista ed istruttore di sci, ammesso alla Scuola di Guerra a ventisette anni, nel 1940 era stato inviato in missione al Comando Supremo della Wermacht, per la sua conoscenza della lingua tedesca, sulla linea Maginot. Dallo scoppio della guerra era stato, per ben tre anni, col Generale Vittorio Ambrosio, che aveva seguito all’ufficio operazioni della 2ª Armata, allo Stato Maggiore del Regio Esercito, al Comando Supremo, ed a Cassibile, col Generale Giuseppe Castellano, durante la fase conclusiva del negoziato per l’armistizio. Il Marchesi ha pubblicato, su questi eventi, due memorie: Come siamo arrivati a Brindisi, uscito per i tipi della Bompiani nel 1969, e: 1939-1945 – Dall’impreparazione alla resa incondizionata, edito da Mursia nel 1993. Il Generale Enrico Boscardi, Direttore del Centro Studî e Ricerche Storiche sulla Guerra di Liberazione, nel presentare quest’ultima pubblicazione del Marchesi, il 17 Giugno del 1993, in Palazzo Barberini, ha evidenziato alcuni elementi essenziali, sull’oggetto che ci concerne. Il Maggiore Luigi Marchesi era rientrato a Roma il 5 di Settembre del 1943, da Cassibile, per riferirne al Generale Vittorio Ambrosio, e consegnare, oltre ad una lettera del Gen. Giuseppe Castellano che accompagnava il testo dell’armistizio e delle clausole aggiuntive, un biglietto del Gen. Bedell Smith pel Maresciallo Pietro Badoglio e due pro memoria, per i Capi di Stato Maggiore della Regia Marina e della Regia Aeronautica e, per il SIM, l’Ordine di Operazioni per la 82ª divisione airborne degli Stati Uniti d’America, cioè il piano della famosa operazione GIANT DUE, colla quale quella divisione americana avrebbe dovuto essere aviotrasportata a Roma, il giorno stesso della pubblicazione dell’armistizio, per garantire la difesa della Capitale del Regno d’Italia dalle forze germaniche. Il successivo 7 Settembre giunsero a Roma il Gen. Maxwell Taylor ed il Col. William Tudor Gardiner per verificare la fattibilità dell’operazione GIANT DUE. Essi vennero ricevuti dal Col. Salvi e dallo stesso Marchesi. Questi assicurò al Gen. Taylor che i campi d’aviazione erano, con tutta probabilità, stati preparati per l’atterraggio dei velivoli che avrebbero dovuto trasportare la 82ª divisione aerotrasportata nordamericana. Infatti i relativi ordini erano stati impartiti allo Stato Maggiore della Regia Aeronautica il giorno 5. Perciò suggerì un’incontro col Gen. Giacomo Carboni, nella sua veste di Comandante del Corpo d’Armata Motorizzato, dal quale avrebbe dovuto dipendere la 82ª divisione aerotrasportata nordamericana durante l’operazione GIANT DUE, secondo gli accordi di Cassibile. Il Gen. Maxwell Taylor, tra l’altro, informò il Magg. Luigi Marchesi che «l’indomani notte saranno lanciati i paracadutisti e subito dopo gli aerei cominceranno ad atterrare». Egli aggiunse che, sempre l’indomani, 8 Settembre, sarà, contestualmente, il giorno dell’operazione Avalanche, cioè dello sbarco, ed il giorno in cui il Maresciallo Pietro Badoglio dovrà divulgare l’armistizio. Ciò malgrado il Marchesi avesse fatto presente all’ospite che il Comando Supremo non s’attendeva tale comunicazione prima di quattro o cinque giorni. Tuttavia, come ribatté il Taylor, l’armistizio di Cassibile non predefiniva alcuna data. Sopraggiunto il Generale Giacomo Carboni, questi volle parlare col Gen. Maxwell Taylor senza il Marchesi dichiarando, alla fine:«tutto aggiustato, adesso andiamo da Badoglio». Il Gen. Giacomo Carboni, dopo un colloquio col Gen. Maxwell Taylor ed il Col. William Tudor Gardiner ed un secondo colloquio a Villa Italia, residenza del Maresciallo Pietro Badoglio, indusse quest’ultimo a firmare un telegramma pel Gen. Dwight D. Eisenhower che chiedeva di ritardare la proclamazione dell’armistizio e cancellare l’operazione GIANT DUE: «dati cambiamenti e il precipitare situazione ed esistenza forze tedesche zona di Roma». Forze che renderebbero, a detta del Carboni, impossibile l’operazione della 82ª divisione paracadutisti, in quanto non ci sarebbero state forze sufficienti per garantire gli aeroporti. Solo dopo il messaggio di risposta del Gen. Dwight D. Eisenhower, che intima al rispetto degli impegni assunti e minaccia, in caso contrario, di far conoscere a tutto il mondo l’«affare», viene avvertito, dal Ministro Acquarone, S. M. il Re, che dispone immediatamente la convocazione del Consiglio della Corona per le ore cinque e mezza pomeridiane, nella sala del Don Chisciotte. Sono presenti il Capo del Governo Maresciallo Pietro Badoglio, il Capo di Stato Maggiore Generale Vittorio Ambrosio, il Ministro della Guerra Generale Antonio Sorice, il Ministro della Regia Marina Ammiraglio Raffaele De Courten, il Ministro della Regia Aeronautica Gen. Renato Sandalli, il capo del SIM, Gen. Giacomo Carboni, il Sottocapo di Stato Maggiore del Regio Esercito De Stefanis, in rappresentanza del Gen. Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, impegnato in un colloquio col Gen. Westphall, l’Aiutante di campo di S. M. il Re Paolo Puntoni, ed il detto Magg. Luigi Marchesi. In quella sede il Gen. Giacomo Carboni, che aveva mandato a casa il Gen. Maxwell Taylor ed il Col. William Tudor Gardiner dopo aver di fatto annullato l’operazione GIANT DUE, attacca violentemente il Generale Giuseppe Castellano, la sua conduzione del negoziato per l’armistizio, tace ogni cosa sull’operazione GIANT DUE, che aveva rifiutato senza avvisare nessuno, e propone di sconfessare Capo del Governo, Capo di Stato Maggiore Generale, il Gen. Giuseppe Castellano, e di ritrovare immediatamente un’intesa coi germanici, e riconfermare l’alleanza dell’Asse e la volontà di proseguire la guerra al fianco del Terzo Impero Germanico nazionalsocialista. Il Magg. Marchesi, che era stato chiamato fuori dalla sala, vi rientra per dare la notizia che Radio Algeri, alle ore sei e mezza pomeridiane, aveva diffuso la proclamazione dell’armistizio col Regno d’Italia, sia col messaggio del Gen. Dwight D. Eisenhower che colla traduzione in Inglese del messaggio del Maresciallo Pietro Badoglio. Il Gen. Giacomo Carboni, a questo punto, riprese a parlare sostenendo che ciò non cambiava nulla nella sua proposta. Viene, però, interrotto dal Maggiore Luigi Marchesi, che inizia: «con una precisa esposizione degli accordi intervenuti con il Comando Alleato dopo la firma dell’armistizio, illustrai – egli prosegue – l’importanza che gli anglo-americani annettono alla nostra collaborazione militare. Essa soltanto, ed in misura della sua entità, avrebbe potuto cancellare la durezza delle clausole armistiziali». E proseguì:«La anticipazione dell’armistizio da parte degli alleati era per noi una dolorosa sorpresa. A rigore, però, gli alleati erano nei termini degli accordi, perché la data ipotetica del 12, indicata dal Gen. Castellano, (…) era frutto di una deduzione del generale stesso (…) Era stato un errore non dare credito alla comunicazione del Gen. Taylor e, peggio ancora, illudersi circa la possibilità di ottenere una proroga. Parlare di tradimento da parte degli anglo americani, come il Gen. Carboni aveva appena accennato, era assurdo (…) Non mantenere fede agli accordi presi e firmati avrebbe costituito storicamente un indelebile macchia di disonore per l’Italia. La firma dell’armistizio da parte del delegato italiano il giorno 3 era stata fotografata e cinematografata da giornalisti, fotografi e curiosi. Il testo del proclama che doveva subito, senza ulteriori ritardi, essere diramato dal Maresciallo Badoglio, si trovava nella sua stesura integrale nelle mani degli Alleati. C’era da aspettarsi, ritardando ancora, che ne dessero essi stessi lettura dalle loro stazioni radio (come, infatti, fecero). Dissi che qualora non avessimo mantenuto gli impegni presi, potevamo contare con tutta sicurezza su una vastissima reazione alleata. Raccontai che il Gen. Alexander ci aveva accolti a Cassibile, dopo aver saputo che il Gen. Castellano non aveva ancora la delega per firmare l’armistizio e come egli ci aveva fatto sapere che, sui campi dell’Africa settentrionale e della Sicilia, era concentrata la più grossa formazione da bombardamento che mai si fosse avuta durante la guerra. Il bombardamento aereo tedesco della città ci sarebbe, forse, stato; niente tuttavia, in confronto a quello che certamente avremmo potuto subire dagli anglo americani». Dopo un silenzio degli astanti, il Gen. Giacomo Carboni tentò di riprendere la parola, ma Sua Maestà il Re glielo impedì, con un gesto perentorio, si alzò, il Consiglio era sciolto. Uscirono tutti, tranne il Capo del Governo. Il Sovrano decise con rapidità; dopo qualche minuto uscì anche il Maresciallo Pietro Badoglio, e dichiarò: «Il Re ha deciso che l’armistizio venga proclamato secondo gli accordi». Chiese, quindi, al Gen. Vittorio Ambrosio da dove potesse trasmettere l’annuncio alla Nazione e, poiché non era stato installato al Quirinale nessun impianto per trasmissioni radiofoniche, come avrebbe dovuto essere installato per chiare disposizioni date al Gen. Carboni, si recò alla sede dell’EIAR, in via Asiago. Sul contesto nel quale si svolse il Consiglio della Corona l’8 Settembre del 1943, e sulle necessitate decisioni operative che ne seguirono, così ebbe ad esprimersi il Maresciallo Pietro Badoglio, pochi giorni dopo lo sbarco a Brindisi, parlando a Limone delle Puglie: «Mi si fa colpa di avere tardato a concludere l’armistizio. Cosa questa ingiusta, poiché è evidente che per addivenire ad una conclusione bisognava prima che aderisse anche l’altra parte: e sino al 3 Settembre noi non abbiamo avuto il consentimento alleato. Una semplice dichiarazione di resa, umiliante, ossia soltanto da parte nostra, ci avrebbe consegnato in pieno potere ai tedeschi senz’alcuna speranza di aiuto da parte degli anglo-americani ancora ben lontani da Roma […] Proclamato l’armistizio, subito le divisioni germaniche stanziate nei pressi della capitale si mossero contro la città, e, per cause che saranno a suo tempo appurate, dopo qualche episodio di eroica resistenza, la difesa crollò. Non era più possibile rimanere a Roma senza cadere nelle mani dei tedeschi (cioè, senza lasciare l’Italia priva di un governo legittimo); perciò, tutta la famiglia reale, io, e i ministri che avevo potuto avvertire, ci recammo a Brindisi, passando per Tivoli e Pescara» . Sua Maestà il Re, Vittorio Emanuele III, così descrive il contesto e le decisioni da Lui prese in base a quel Consiglio della Corona: «La sera dell’8 Settembre le divisioni tedesche che si trovavano nei pressi della capitale, mossero verso Roma. Se il lancio dei paracadutisti alleati nei dintorni della città avesse avuto luogo, oppure se lo sbarco ad Anzio fosse avvenuto l’8 Settembre, né il governo, né tantomeno il Re e la famiglia reale, si sarebbero mossi da Roma. Invece, rimanere prigionieri nella capitale, significava lasciare l’Italia priva del capo dello Stato e del governo legittimo, od unicamente con un governo illegittimo alla mercé dei tedeschi. […] Nulla di glorioso, ha detto qualcuno? Ma sembra che alla gloria un Re debba saper rinunciare quando l’interesse del Paese esige che egli operi in libertà e con vantaggio per la Nazione. Rimanere a Roma sarebbe stato fare la fine del reggente Horthy che i tedeschi costrinsero a dire alla radio il contrario di quanto spontaneamente espresso qualche giorno prima. Se nel 1940 gli inglesi fossero rimasti a Dunkerque per morire tutti sul posto, avrebbero scritto una pagina evidentemente più gloriosa, ma inutile, o ben poco utile, mentre gli stessi soldati servirono molto meglio dopo, quando l’esercito britannico, ricostituito, passò all’offensiva. Quindi, non fuga, né rifugio all’estero, per me, ciò che sarebbe stato abbandonare la Patria. Se mi recai col governo a Brindisi, cioè in una parte libera del suolo della Nazione, fu per creare in piena libertà un governo legittimo, ricostruire un esercito, come subito avvenne, evitando che i soldati delle divisioni italiane rimaste al Sud fossero considerati prigionieri di guerra. La cobelligeranza, ottenuta dal mio governo, salvò parecchie cose, compresi gli interessi personali di molti antimonarchici, specie dell’ultima ora, che con il loro carico d’odio non sarebbero rientrati in quel periodo in Italia senza la cobelligeranza» . Quindi il Re ed il governo avrebbero deciso diversamente se, l’8 Settembre del 1943, avesse avuto luogo l’operazione GIANT DUE, che non ebbe luogo perché, prima che S. M. il Re fosse informata d’alcun ché e convocasse il Consiglio della Corona, il Gen. Giacomo Carboni s’assunse la responsabilità morale, militare e politica di imporre agli alleati di rinunciare all’operazione già programmata. Dal tono delle dichiarazioni del Gen. Giacomo Carboni nel Consiglio della Corona si evince, altresì, come l’iniziativa del medesimo fosse ispirata dal tentativo di porre il Sovrano ed il governo nelle condizioni di denunciare l’armistizio appena sottoscritto e costringerli all’alleanza col Terzo Impero Tedesco, sino alla completa debellatio delle potenze dell’Asse, nel quadro d’una scelta politica decisamente filogermanica. Il Re, sentito l’intervento del semplice Maggiore Luigi Marchesi, invece, operò una scelta decisamente opposta e la attuò avendo il coraggio di decisioni certamente gravi, per le conseguenze, ma che si dimostrarono le uniche in grado di salvare la personalità internazionale dello Stato italiano nato dal primo Risorgimento, e di porre le basi istituzionali, militari e politiche della Guerra di Liberazione, secondo Risorgimento d’una Nazione. E vennero scelte le province libere del mezzogiorno, anziché la Sardegna, come innanzi programmato, per essere più vicini al fronte, ed agli italiani delle province occupate, esattamente come in altre circostanze il Re soldato decise di resistere sulla linea del Piave, invece che ritirarsi sul Po, come anche allora avrebbero preferito gli alleati.

mercoledì 29 dicembre 2010

a tutti i lettori di questo blog


i più sinceri
AUGURI
DI UN SERENO, FELICE, E PROSPERO
2001

giovedì 9 dicembre 2010

Il Museo ed il Plastico di Roma Imperiale
11 dicembre, sabato, 10.30
Il museo della Civilta' Romana nasce dalla raccolta di una numerosissima serie di materiali realizzati in occasione della Mostra Archeologica del 1911. Si tratta di interessantissimi plastici ricostruttivi realizzati in scala e non, dei principali edifici pubblici e privati dell'impero romano; ad essi si aggiungono riproduzioni di strumenti ed oggetti di uso domestico, suppellettili varie, strumenti da lavoro, ecc. che testimoniano i diversi aspetti della civilta' Romana. L'importanza didattica del Museo nato nel 1955 e' indiscussa: la nostra visita vertera' sulla conoscenza dei principali monumenti di Roma, della loro tecnica edilizia e della topografia antica della citta', attraverso i plastici. Il percorso terminera' con la visione d ... >>> info e dettagli

lunedì 20 settembre 2010

E uscito il volume:

L'investimento e la presa di Ancona
La conclusione della campagna di annessione delle Marche
20 settembre - 8 ottobre 186
di
Massimo Coltrinari




278 Pagine,
illustrazioni
20,00 euro
Edizioni Nuova Cultura
è reperibile in tutte le librerie d'Italia,
in Ancona, presso la Libreria Canonici, Corso Garibaldi,112
per ordini diretti: ordini@nuovacultura.it,






Il Volume riporta la prefazione del Sindaco di Ancona,
Prof. Fiorello Gramillano

mercoledì 21 luglio 2010

Il Nuovo Corso della Turchia
Cesare Merlini1
9/07/2010
È stato un bene che il Presidente Obama, in una recente intervista al Corriere della sera, abbia implicitamente corretto il suo ministro della difesa che pochi giorni prima, nel corso di una visita in Europa, aveva accusato gli europei di allontanare la Turchia dall’Occidente, negandole l’adesione all’Ue. La cosa più sbagliata che americani ed europei potrebbero fare è abbandonarsi a reciproche recriminazioni sulle responsabilità rispettive per i nuovi orientamenti della politica estera di Ankara, secondo la formula - who lost Turkey - in voga a Washington. È persona notoriamente cauta ed equilibrata, Robert Gates, che era capo del Pentagono già nella precedente amministrazione Bush – unico esito ancora reperibile dell’apertura fatta dal nuovo presidente a una gestione più bipartisan della cosa pubblica. E che il governo americano, indipendentemente dalla sua coloritura politica, fosse a favore dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea era cosa arcinota. La preferenza degli Stati Uniti, del resto, è più che comprensibile, viste le enormi potenzialità per loro (e per tutto l’Occidente) di un tale sviluppo, anche se l’insistenza con cui è stata espressa è apparsa a volte eccessiva, come un omaggio generosamente offerto a carico di una carta di credito altrui (cioè degli europei).Nuovo corsoMa la tesi che le scelte autonome e spesso eclatanti, compiute di recente da Erdogan in materia di politica internazionale, siano conseguenza diretta della porta solo semiaperta – o semichiusa, ambiguamente semichiusa, diciamolo pure – lasciata dagli europei all’adesione della Turchia all’Ue, non resiste ad analisi anche sommaria. Davvero Gates pensa che avere un piede, o anche due, in Europa avrebbe portato il primo ministro turco ad ignorare la reazione della sua opinione pubblica, in particolare quella del suo partito, all’operazione “piombo fuso” condotta da Israele a Gaza nell’inverno 2008-09? È da lì che il “nuovo corso” di Ankara ha assunto visibilità, come hanno dimostrato il clamoroso incidente di Davos con Shimon Peres poche settimane dopo, e il sovrappiù di consenso domestico che Erdogan ne ha tratto. Ma esso risale a diversi anni prima, una delle novità essendo la crescente attenzione dei cittadini per i temi di politica estera, prima riservati, per tradizione, a un circolo ristretto ed elitario, comprendente il business e i militari – molto secolare ma poco democratico. E da Davos si arriva all’altro incidente, l’ultimo, quello della flotilla cosiddetta umanitaria, allestita con il sostegno del partito turco al potere e maldestramente e sanguinosamente fermata dalle forze speciali israeliane, prima che raggiungesse Gaza.Orbene, come ci si poteva aspettare, Obama ha detto al Corriere che “sarebbe saggio accettare la Turchia nell’Unione”. Ma ha anche aggiunto: “Riconosco che questo solleva sentimenti forti in Europa e non penso che il ritmo lento o la riluttanza europea sia il solo o il predominante fattore di alcuni cambiamenti d’orientamento osservati di recente nell’atteggiamento turco” (il corsivo è aggiunto). A Washington si dovrebbe riflettere sul fatto che i “cambiamenti d’orientamento” e i conseguenti avvenimenti sono anzi apparsi agli occhi di coloro che sono contrari da sempre all’allargamento dell’Ue alla Turchia, come una conferma ex-post sia dell’incompatibilità delle nuove logiche internazionali e regionali di Ankara con quelle dell’Ue, sia dell’incapacità dell’Unione (e dei suoi principali partner, già inclini alla cacofonia fra loro) di imporre una pur vaga disciplina comune alla media potenza turca. Responsabilità UsaPeraltro, chi in Europa cercasse argomenti per affermare che, al contrario, le principali responsabilità della deriva “eretica” turca si situano dall’altro lato dell’Atlantico, non avrebbe grande difficoltà a trovarne qualcuno. Per esempio: è probabile che Erdogan, nel fare assumere al suo paese a predominanza musulmana il complesso ruolo di collaborazione con Israele e di mediazione fra lo stato ebraico e i suoi nemici arabi, contasse sull’influenza moderatrice americana prima su Olmert e poi su Netanyahu, soprattutto dopo l’impegnativa svolta annunciata da Obama in questo senso. Ma i risultati finora appaiono molto deludenti, e non solo agli occhi della dirigenza turca. Il che giunge a riprova del fatto che a Washington la potenza della lobby ebraica tradizionale (non quella di J Street, per intenderci, sulla quale si erano appuntate molte speranze) resta condizionante.Ma ci sono altre lobby che esercitano influenza sul Congresso, contro le preferenze dell’amministrazione. Fra di esse quella degli armeni – ecco un secondo esempio – il cui agitarsi in favore di una risoluzione per dichiarare genocidio il massacro della loro etnia da parte dei turchi (un’ovvietà per la grande maggioranza degli storici, ma forse non un compito per maggioranze parlamentari, quando dalla tragedia è trascorso un secolo) è apparsa come arma ideale di risentimento offerta ai nazionalisti, che si opponevano all’altro complesso capitolo della politica di Erdogan, quello del dialogo con le minoranze interne al fine di cicatrizzare antiche piaghe nazionali. Ora, la tutela delle minoranze etniche è una delle condizioni pressantemente sollecitate dagli europei, come in generale la riforma costituzionale in senso democratico, oggetto di prossimo referendum. Realtà emergenteLa Turchia non è “persa”. È sbagliato affermare che il “fallimento [del negoziato di adesione alla Ue] significherà il ritorno a politiche nazionaliste e autarchiche, nonché alla continuazione delle violenza e dell’instabilità”, come fa Henry Barkey del Carnegie Endowment for International Peace, sulla rivista Survival (53-2, June-July 2010). Le economie emergenti oggi difficilmente sono inclini all’autarchia. Le cifre del primo quadrimestre 2010 parlano di una crescita turca dell’11,4%, seconda solo a quella della Cina. Il debito al 49% del Pil e il deficit che potrebbe scendere sotto il 3% già l’anno prossimo, rientrano nelle condizioni di appartenenza all’euro, mentre lo spread sui titoli pubblici è a 192 (194 in Italia e 980 in Grecia, tradizionale rivale). Ma soprattutto, gli scambi commerciali sono cresciuti con i vicini, cioè con l’Iran, l’Arabia Saudita e la Siria, oltre che con la Russia, primo partner, ma anche con Israele, malgrado le tensioni politiche. E le relazioni economiche con gli americani e gli europei sembrano destinate a restare sufficientemente robuste per natura – grazie allo spirito innovativo che non fa difetto ai turchi – anche in una situazione di minore “appartenenza” della Turchia all’Occidente.Sulle due rive dell’Atlantico condividiamo il desiderio che la democrazia, la laicità delle istituzioni e la separazione dei poteri dello stato crescano in Turchia, ma sempre di più in conseguenza della volontà della gente e sempre meno come requisiti per passare al metal detector dell’ingresso dell’Unione europea, che non è come un aeroporto in cui si entra, per poi prendere l’aereo che si vuole.E se dalla dinamica interna passiamo alla politica estera, il segnale che è venuto da Ankara con l’intesa raggiunta con l’Iran (e il Brasile!) sull’arricchimento dell’uranio iraniano (accordo di scambio solo un po’ più debole di quello prima negoziato dagli occidentali e dai russi e poi disconosciuto da Ahmadinejad) vuole proiettare la Turchia al livello di potenza emergente, non solo economica, che rivendica un ruolo regionale, indipendentemente dalle prospettive di adesione alla Ue e dall’appartenenza alla Nato. Ed è un segnale soprattutto per Washington.È questa la realtà, di cui Europa e Stati Uniti, invece di recriminare fra loro, dovrebbero prendere atto, avendo un comune interesse a definire una strategia ottimale verso questa nuova media potenza, collocata in una posizione chiave nello scacchiere al momento più ostico per l’Occidente.
(articolo tratto da Affari Internazionali)
Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti, Istituto Affari Internazionali.

martedì 6 luglio 2010

Gli arichivi inglesi parlano
Da un documento conservato nei National Archives (HS/9/621/7) apprendiamo che, alla fine del 1940, Emilio Lussu (uno dei principali esponenti dell’antifascismo emigrato) entrava in contatto a Lisbona con un agente inglese, comunicandogli di «essere certo che un’organizzazione partigiana in Sardegna avrebbe creato una vasta azione insurrezionale contro il governo di Roma».La massa di manovra su cui contava Lussu doveva essere costituita dai quadri del Partito Sardo d’Azione, di cui era stato fondatore, «composti da ufficiali e sottoufficiali con una non comune esperienza militare formatasi alla Brigata Sassari che avevano servito ai suoi ordini durante la Grande guerra». Quei reduci, già impiegati durante il conflitto civile che, tra 1919 e 1922, avevano opposto i clan fascisti e antifascisti nell’isola, dovevano operare esclusivamente contro i reparti tedeschi, acquistandosi «il favore dell’esercito italiano che era prevalentemente formato da sardi». L’aspirazione autonomista, continuava Lussu, era diventata generale e in essa poteva riconoscersi l’intero antifascismo isolano. L’azione decisiva, con il concentramento di tutte le bande di guerriglia, sarebbe dovuta avvenire in occasione di una spedizione alleata, alla quale avrebbe fatto seguito «la presa del potere politico e la formazione di un governo provvisorio che avrebbe parlato a tutta l’Italia per spingerla a rovesciare il fascismo». Tra settembre e ottobre del ’41, Lussu raggiungeva Gibilterra e Malta, dove si abboccava con i responsabili dello Special Operations Executive, che dal luglio del ’40 era stato posto sotto il diretto comando di Churchill per organizzare, in tutti i territori controllati dall’Asse «operazioni di sabotaggio, propaganda sovversiva, scioperi, insurrezioni, a supporto della resistenza civile».La risposta alle offerte di Lussu era però tiepida. La freddezza del Soe era spiegabile sulla base di alcuni precisi fattori. In primo luogo, la «poca affidabilità politica di Lussu» e il timore che tra le sue bande si potessero infiltrare elementi del brigantaggio, che l’esponente antifascista definiva «banditismo d’onore». Poi, i reputati fallimenti collezionati dall’Inghilterra nel reclutare una «Legione Italiana» tra gli emigrati residenti negli Stati Uniti e tra i prigionieri detenuti in India. Infine, le condizioni alle quali Lussu subordinava il suo impegno e cioè l’assicurazione che, alla fine del conflitto, l’Italia potesse conservare le sue colonie e i confini stabiliti nel ’19. Inoltre, le trattative erano state negativamente influenzate dal rifiuto di Lussu di entrare a far parte del Soe, motivato dalla convinzione che «nessun esponente dell’antifascismo italiano avrebbe potuto accettare di divenire un agente inglese, mettendosi in questo modo al servizio di una potenza straniera».La situazione mutava a fine gennaio ’42, quando Lussu raggiungeva Londra, sotto lo pseudonimo di Meyer Grienspan, preceduto da un’informativa che lo qualificava come «una personalità di massimo prestigio destinato a intrattenere proficuamente rapporti con i nostri ministri e le più altre gerarchie militari». Durante i colloqui, avvenuti tra febbraio e giugno, Lussu ammorbidiva la sua posizione, rinunciando alla speranza di mantenere sotto sovranità italiana il Dodecanneso e la Cirenaica. La sua richiesta si limitava, ora, a domandare che le risoluzioni di Londra su questa materia restassero segrete «per evitare la contrapposizione col Regio Esercito del quale vorrebbe garantirsi l’appoggio o quanto meno la certezza che esso non spari sui civili al momento della rivolta». Da quel momento Lussu prometteva di cooperare strettamente col Soe non solo in Sardegna, ma anche «nell’Italia centrale e meridionale», purché venisse fornita al suo partito «l’assicurazione politica di potersi diffondere su tutto il territorio nazionale».
Benché il Soe nutrisse la più ampia fiducia nel successo del colpo di mano orchestrato da Lussu, battezzato Operation Postbox, le trattative non arrivarono a nessuna conclusione e l’ardimentoso capitano della Brigata Sassari lasciava Londra con la magra promessa che il gabinetto britannico avrebbe continuato a prendere in considerazione il programma di un’invasione della Sardegna. Nella riunione del War Cabinet del 20 novembre ’42 Churchill considerava, infatti, come obiettivo indispensabile l’occupazione dell’isola, non però per costituirvi un santuario antifascista, ma per farne una grande portaerei terrestre dalla quale scatenare la strategia del moral bombing contro le città italiane del versante tirrenico, compresa Roma. Dimostrandosi del tutto scettico sulla possibilità di veder nascere una rivolta contro il regime di Mussolini, l’inquilino di Downing Street era persuaso che solo l’arma del terrore avrebbe potuto costringere l’Italia alla resa, colpendo il suo popolo il quale «se avesse continuato a percorrere la via del Fascismo avrebbe dovuto sopportare tutte le punizioni e le calamità che si riservano ai vinti».Eppure il programma di Lussu, relativo alla possibilità di scatenare una rivoluzione nel Supramonte, continuava a interessare il Regno Unito, a condizione di poterla trasformare da sollevazione autonomista in rivolta separatista, in modo da fare della Sardegna una nuova gemma dell’Impero Britannico. Non casualmente il Foreign Office aveva elaborato nel ’42 un approfondito studio su questa ipotesi, incentrato sull’«attitude of Sardinia towards Italian rule». Né solo accidentalmente la prima bozza del Trattato di pace con l’Italia, formulata da Anthony Eden, il 5 luglio ’45, insisteva sulla necessità di sottoporre Pantelleria, Lampedusa, Linosa al mandato delle Potenze vincitrici, in attesa forse di incorporare la Sicilia e l’«Isola dei Sardi» nei domini del Commonwealth.eugeniodirienzo@tiscali.it

venerdì 26 marzo 2010

"Sezione Studenti e Cultori della Materia"
Seminario
Chianciano 20-21 marzo 2010
Sono state poste le basi per una nuova “scuola” di storici non ideologizzati con i quali sarà possibile riscrivere, ma in alcuni casi scrivere per la prima volta, gli eventi di uno dei periodi più tragici per l’Italia, quello legato alle vicende armistiziali dell’8 Settembre 1943, alle scelte che vennero individualmente o in gruppo fatte dai singoli, militari o civili che fossero, delle conseguenze di tali scelte, spesso imposte dal contingente, che sfociarono in tragedie ancora poco note o addirittura ignorate se si esclude i pochi super informati addetti ai lavori.
L’occasione è stata data da un seminario di studi della durata di due giorni che si è svolto a Chianciano nell’ambito del Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti regolari delle Forze Armate (Ancfargl) che ha sancito la nascita di una nuova sezione specialistica denominata “Studiosi e cultori della materia” alla quale saranno ammessi, dopo un periodo di prova biennale, studiosi avviati o giovani promettenti leve impegnati in dottorati di ricerca su materie attinenti la Guerra di Liberazione. L’iniziativa fa seguito alla creazione da parte dell’organo associativo, la rivista “il Secondo Risorgimento d’Italia” scaricabile dalla pagina web http://www.secondorisorgimento.it/rivista/sommari/quadrosommari.htm, di una collana di volumi, di cui il sesto della serie “Salvare il salvabile” ha costituito il filo conduttore del seminario nonostante esso sia ancora in fase avanzata di pubblicazione, ma ancora in bozze di stampa e non in libreria.
La tesi sostenuta dal volume è fortemente innovativa, se pure non originale in assoluto come ipotesi, comunque sotto il profilo del “quadro indiziario” di fonti documentali ad essa convergenti appare articolata e ben argomentata, come mai in precedenza, nel delineare uno scenario in cui una fazione, se non il vertice politico militare del tempo nel suo complesso, aveva intrapreso le trattative armistiziali con il fine ultimo di adescare, in perfetto accordo con la Germania ancora alleata, gli angloamericani in una trappola, in un inganno strategico volto a sfruttare le informazioni scambiate in sede di trattative per ributtarli in mare e magari riconquistare la Sicilia che Hitler il 19 luglio a Feltre aveva descritto come la futura Stanlingrado della coalizione nemica.
Il piano ipotizzato nel volume di prossima pubblicazione e commercializzazione non avrebbe però funzionato all’atto pratico per il crollo del fronte interno che il regime aveva sottovalutato, nonostante a seguito dell’avvicendamento di Mussolini con Badoglio il 25 luglio avesse dovuto ricorrere al metodo del bastone (forti misure di ordine pubblico) e della carota, proclamando la caduta del fascismo, sia pure con l’instaurazione di un governo militare e non della democrazia pre regime.
Ai giovani studiosi (età media 30 anni) che hanno partecipato al seminario il direttore e coordinatore Massimo Coltrinari aveva solo fornito uno spunto di approfondimento, senza neppure fare loro leggere, per non influenzarli, il relativo capitolo del volume “Salvare il salvabile”. Il risultato delle loro ricerche è stato sorprendente, in particolare per quanto riguarda una delle argomentazioni a sostegno della tesi di “inganno strategico” secondo la quale la cosiddetta “fuga da Roma” fu un semplice trasferimento a Chieti, dove nel requisito Palazzo Mezzanotte si era cominciato a mettere in piedi una sorta di comando supremo prima che gli eventi, sfuggiti di mano, portassero ad un cambio di programma e l’imbarco sulla corvetta “Baionetta” per fare rotta verso Brindisi e formalizzare quella resa, che avrebbe dovuto invece, secondo l’ipotesi del libro, fungere da specchietto per le allodole. Numerosi gli elementi aggiuntivi frutto di una ricerca condotta in loco, rispetto quelli già riportati in “Salvare il salvabile”, nel senso del potere e delle istituzioni del tempo.
Perora non possiamo dire di più, se non che, in particolare le relazioni relative ai reparti italiani impiegati all’Estero e colti dall’armistizio oltremare, hanno disegnato uno scenario che è difficile immaginare.
Nel congedarci, Massimo Coltrinari ci informa che una analoga due giorni di più ampio respiro si terrà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi. Non dispera in quei giorni di avere in mano le prime copie definitive del libro.
Giorgio Prinzi

sabato 16 gennaio 2010

Il generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore Generale che condusse le trattative di Armistizio nell'estate del 1943
Da "Prinzi G., Coltrinari M., Salvare il Salvabile. La cirsi armistizile dell'8 settembre 1943: per gli Italiani il momento delle scelte, Roma, Edizione Nuova Cultura, 2010
n. 6 della Collana Storia in Laboratorio
in uscita per il mese di Febbraio 2010

mercoledì 6 gennaio 2010

La caduta del Fascimo e la richiesta di Armistizio
Gli Italiani di fronte a se stessi: il momento delle scelte
La Componente etica e morale della Guerra di Liberazione
25 luglio 1943 – 8 settembre 1943

massimo coltrinari

ricerca23@libero.it

(si riportano aalcuni temi che si dibatteranno a margine del Consiglio nazionale della Associazione Combattenti dela Guerra di Liberazione il prossimo 10 aprile (data provvisoria) nel seminario di studi organizzto dalla costituenda Sezione Studenti e Culturi delLA Materia della citata associazione)

Il crollo di un castello di carte. Perché gli esponenti fascisti non salvarono il Fascimo

L’origine della Guerra di Liberazione, come causa remota, è da ricercarsi nel sostanziale fallimento del fascismo sia come movimento che come regime, fallimento che venne a maturazione nella primavera del 1943. Alla luce di quello che poi accadde e che fu uno dei temi della Guerra di Liberazione, ovvero il “tradimento” da parte Italiana della Alleanza con la Germania, il ritorno del fascismo nelle forme e nella attività che diedero vita alla repubblica Sociale Italiana, è interessante e necessario capire il perché il fascisti, che avevano tutte le leve del potere e controllavano tutto lo Stato non difesero Mussolini ed il loro regime nel luglio 1943.

Occorre prendere atto che il fascismo, in tutte le sue manifestazioni, nella primavera ed ancor più all’inizio dell’estate 1943, aveva ormai raggiunto il punto più basso in termini di consenso e di fiducia presso il popolo italiano e nella considerazione internazionale, sia fra i nemici che fra gli alleati.
Aveva fallito tutti i suoi obbiettivi di guerra e la serie ininterrotta di sconfitte, oltre a provocare la perdita di prestigio internazionale, aveva anche alimentato la disistima dell’Alleato germanico e degli alleati minori.
Con l’invasione della Sicilia la guerra era arrivata in casa e nulla sembrava potesse arrestare tanto sfacelo.
Secondo Ruggero Zangrandi, “agli inizi del ’43 il fascismo era spacciato, in conseguenza di tre fattori per buona parte connessi.
Il primo ( che si deve riconoscere come determinante) fu la disfatta militare: la quale completò l’opera di discredito e di corrosione già compiuta dalla guerra, rilevando anche a tanti italiani che, illusi o ingannati, non avevano capito prima, la vera essenza del fascismo.
L’altro fattore che indicava prossimo il crollo del regime era, appunto, costituito dall’insofferenza e dall’opposizione popolari, pressoché generali ormai, non più dissimulate e ogni giorno più pressanti.
C’era infine la circostanza, forse più di tutte significativa, che non esistevano più, praticamente, fascisti. Anche se i vari gruppi di congiurati non se ne erano accorti e, anzi, misurassero i propri sforzi in vista di una temibile resistenza. In realtà, fatta eccezione per gli elementi troppo compromessi, qualche raro fanatico e una minoranza di giovanissimi e di combattenti che, nel clima di esaltazione e di disorientamento provocato dalla guerra, non riuscivano aprendere coscienza, non vi era, in campo fascista, neppure tra i massimi gerarchi, nessuno che avesse intenzione e volontà di difendere il regime. Il vecchio regime aveva, dunque, cessato di esistere di fatto già nella primavera del 1943; e coloro che ne rimossero il cadavere, con qualche anticipo rispetto alle ormai indifferibili esequie, ma con troppo ritardo per rendere l’operazione utile al popolo italiano, non ebbero altri meriti se non quelli che si sogliono riconoscere ai becchini. La loro azione, d’altro canto, fu esclusivamente ispirata a considerazioni di convenienza personale. Le forze che si rilevarono determinanti ebbero come unico stimoloquello di trovare una via di scampo al disastro in cui, insieme al fascismo, s trovarono coinvolte”[1]
E’ in questo clima di ampia sfiducia verso il fascismo che vanno cercate le cause e le motivazioni che, all’indomani della proclamazione dell’armistizio, saranno alla base delle scelte degli Italiani che daranno vita ai “fronti” della Guerra di Liberazione.

Tutti gli esponenti fascisti erano consci che da soli non avrebbero avuto la forza di salvare la situazione. E saranno proprio loro che provocheranno la caduta e l’arresto di Mussolini. L’occasione fu la seduta del Gran Cosiglio del Fascismo con la messa ai voti del cosiddetto “Ordine del Giorno Grandi”, con il quale si riaffidavano al Sovrano Vittorio Emanuele III tutte le sue prerogative; con ciò,in pratica, si esautorava Mussolini e si decretava la fine del regime fascista. Un passo grave, che poneva fine ad una ventennale dittatura di un solo partito, passo aveva motivazioni e ragioni complesse, ma che fu determinato, come elemento scatente la decisione, dall’esito infelice dell’incontro di Feltre del 19 luglio 1943 tra Mussolini e Hitler. In questo incontro l’alleato germanico, con sprezzante alterigia, non aveva concesso nulla a un Mussolini ormai impotente ed esausto. La delegazione italiana era andata a Feltre nella speranza che Mussolini, con il suo prestigio e la sua autorità, riuscisse di trovare il modo per strappare alla alleata Germania una sorta di consenso per uscire dignitosamente dalla guerra; queste speranze andarono deluse; il Duce del Fascismo ebbe un atteggiamento remissivo e succube, non riuscì nemmeno ad accennare la questione ad un Hitler deciso e sicuro di se, e Mussolini ne uscì con una netta sconfitta, ponendo le premesse reali della sua destituzione.
Il bombardamento dello scalo di San Lorenzo a Roma, il 19 luglio 1943 in contemporanea con l’incontor di Feltre, da parte Alleata, in cui si violava in modo quasi irrisorio le difese antiaere, mise a nudo ancor auna volta tutta l’impotenza dell’Italia, e fu visto come il preludio ad altri lutti e rovine, se non si fosse prese decisioni drastiche.
I quarantacinque giorni
Il 26 Luglio, dopo un colloquio a Villa Savoia con il Re, Mussolini fu arrestato e il governo affidato al Maresciallo Badoglio. Questi si affrettò a proclamare che la guerra sarebbe continuata affianco alla Germania, ma in pochi , compresi i tedeschi erano orientati a crederlo. Infatti iniziarono da più parti contatti con gli Alleati per negoziare l’uscita dell’Italia dalla guerra. Nei giorni che vanno dal 27 al 30 luglio, Gli Alleati si aspettavano una prima mossa da parte del Governo Badoglio, tesa a stabilire un primo contatto per avviare trattative per arrivare al meno a far cessare le ostilità. Questa era opinione diffusa, ed anche i Tedeschi, sopresi dalla caduta del Duce in modo cos’ repentino, erano sul chi va là in merito alle vicende italiane ed anche loro avevano ben chiaro che la mossa successiva di Roma sarebbe stata una iniziativa, nonostante tutte le manifestazioni di volontà in termini di “la guerra continua”, volta ad uscire dalla guerra.[2] Anglo-americani e Tedeschi, quindi, si erano messi in misura tale di essere pronti alla richiesta italiana di uscire dalla guerra, ed avevano entrabi le idee chiare sul come affrontare questo evento. Chi invece non aveva le idee chiare ed era molto lontano dalla realtà era il Governo Badoglio ed il suo capo. Ci si era posti il problema che oramai la situazione imponeva di uscire dalla guerra. Il primo passo era stato fatto, ovvero l’allontanamento di Mussolini, che la guerra aveva voluto. Ora si tratta di attuare il come uscirne, con il meno danno possibile.
Le ipotesi erano le seguenti: a) con una immediata richiesta di resa agli angloamericani e contemporanea denuncia della Alleanza con al germania; b) guadagnare qulahce settimana al fine di intavolare serie e dignitose trattative con gli anglo americani, e nelle stesso tempo intavolare serie e risolutive trattative con i tedeschi, venendo con loro ad una franca e defintiva spiegazione sulle reali condizioni dell’Italia non più in grado di condurre la guera. In entrambi i casi alto era il rischio di venire a combattere su due fronti, quello aperto con gli angloamericani e quello interno che sarebbe stato aperto dai tedeschi. Un fattore era determinante: occorrevano decisioni fulminee, precise ed efficaci, per non dare la possibilità ai nostri avversari di preparare le contromosse alla azione italiana.
Questo non fu attuato e si percosero strade, ed anche sentieri, così tortuosi che alla fine risucimmo screditati sia agli occhi dei Tedeschi[3], sia agli occhi degli Angloamericani.
In breve ripercorriamo le tappe di queste trattative, i cui protagonisti da una parte, quella italiana, furono il Re Vittorio Emanale III, Badoglio, Ambrosio, Capo dello Stato Maggiore generale ed Acquarone, ministro della Real Casa, e personaggi minori che a vario titolo entrarono nella vicenda, dall’altra gli Angloamericani. Queste trattative passano attraverso fasi, che sinteticamente possiamo individuare in un momento in cui Badoglio spervalutò la situazone italiana, avviando trattative da pari a apari e dettando anche condizioni, una seconda fase in cui dovette constatare che i margini di discussione erano quasi nulli ed una terza in cui si accettarono tutte le condizioni senza rendersi conto delle conseguenze immediate e reali. Tutto questo, mentre continuavamo a manifestare professioni di lealtà e cameratismo verso i tedeschi, nella speranza che non sospettassero che si stava trattando segretamente con gli Alleati.
Persa l’occasione di agire immediatamente, e contemporaneamente scarata senza un reale motivo la possibilità di utilizzare emissari accreditati presso gli Alleati e di prestigio come Dino Grandi[4] e il Maresciallo Caviglia, noto antifascista, e molto stimato per i suoi trascorsi militari presso i Comandi Alleati. Fu scarata anche la possibilità di utilizzare le ambiascuate statunitensi e britannica presso il Vaticano perche non si aveva fiducia nei Codici diplomatici che queste ambasciate utilizzavano e che si riteneva fossero stati penetrati dai tedeschi. Vi furono nel contempo anche altre iniziative minori, che si sono perse nell’blio del tempo. Vi era in atto l’iniziativa dell’industriale Alberto Pirelli, che fu mandato in Svizzera ia primi di agosto, ma la sua missione non sortì effetti. Si disse che Badoglio tentò anche la carta della Massoneria, per aver autorizzato l’emissione di passaporti di comomodo, elargizione di somme ed altro, con la collaborazione del ministro della guerra Sorice e con una parte attiva del figlio di Badoglio, Mario, ma anche questo canale su perse nelle nebbie degli avvenimenti successivi. Vi era anche il tentativo del banchiere Giorgio Schiff-Gorgini[5], ma anche questo si perse nel nulla. Vi era poi il contatto stabilito a seguito della cattura di un nostro agente del SIM da parte inglese a Bendasi; gli inglesi erano disposti a mandare in cifrario e aprire questo canale, ma anche questa opportunità fu fatta cadere.
Questi tentativi che possiamo definire minori contribuirono, con il passare dei girni, ad elevare la soglia di diffidenza da parte Alleata, che di giorni in giorni divennero sempre più guardinghi per timore di essere raggirati dagli Italiani.
Si preferì, quindi, utilizzare diplomatici di secnda schiera, assolutamente sconosciuti agli occhi degli Alleati, e sostanzialemente privi di quel carisma e profilo internazionale che la situazione richiedeva. Queste missioni diplomatiche, come se la situazione fosse normale, già compromesse proprio perché tali, paetivano dal presupposto di trattare da pari a pari con gli Alleati, con l’intento di chiedere aiuti agli Alleati, nella convinzione, del tutto irreale, che era nell’interesse angloamericnao portare l’Italia nel proprio campo e quindi abbreviare la guerra, ovvero gli angloamericani dovevano portare soccorso all’Italia che era in serie difficoltà con i Tedeschi[6]
Le missioni diplomatiche avviate erano quelle el Consigliere di Legazione Blasco D’Ajeta[7] e quella del Console Alberto Berio.
D’Ajeta si doveva presentare all’ambasciatore britannico a Lisbona, sir Ronald Campbell, e presentargli gli intendimenti del governo italiano. A premessa di questi si doveva prospettare 1) l’atteggiamento apparentemente tempreggiaotre della monarchia e del governo Badoglio non doveva essere frainteso dagli Alleati, poiché era determinato dalla pressione tedesca; 2) che tale pressione si concretizzava in una massiccia occupazione militare geermanica[8] 3) che Roma era praticamente minacciata di occupazione, 4) che le condizioni dell’Italia erano disastrose.
D’Ajeta quindi doveva, al fine di attuare lo sganciamento, chiedere l’aiutoangloamericano, in attesa del quale gli angloamericani dovevano sospendere i bombardamenti e porre fine la campagna diffamatoria radiofonica contro il governo Badoglio e l’Italia in genere. In pratica D’Ajetta doveva far comprendere agli anglo americani che l’uscita dell’Italia era nel comune interesse, che se attuata ( secondo le indicazioni italiane) avrebbe grandemente giovato a Londra e Waschington.[9] L’incontor ebbe luogo a Lisbona , il 4 agosto 1943, dalle 11,30 alle 13, ma i risultati furono praticamente nulli.
Il tentativo del Console Berio si tinge dei contorni del romando d’avventure. Berio[10] era latore delle seguenti proposte: 1) i tedeschi erano padroni dell’Italia, eal primo sospetto si sarebbero impadroniti di Roma, facendo prigionieri Re e Badoglio: 2) Gli Alleati dovevano attenuare se non sospendere i bombardamenti, per agevolare la tenuta del fronte interno 3) Gli Alleati dovevano affettuare uno sbarco nella Francia meridionale, nei Balcani onde attirare forze tedesche e alleggerire la pressione sull’Italia. Tutto questo per dare la possibilità al governo italiano di effetture con successo lo sganciamento dai tedeschi e l’uscita dalla guerra. Nel corso delle conversazioni Berio doveva anche chiedere che gli Alleati effettuassero uno sbarco il più possibile a nord di Roma, onde ulteriormente agevolare l’azione italiana.
Queste proposte furono presentate al console britannico aggiunto Watkinson ( il titolare era in ferie) il 5 agosto 1943

Vari furono i tentativi di avviare trattative di armistizio,molte velleitarie, altre maldestre, che in parte insospettirono gli Alleati. Alla fine, in situazioni che daranno la stura a polemiche ancora oggi non sopite, si arrivò alla firma a Cassibile il 3 settembre 1943 del cosiddetto “armistizio corto”. Sulla base di intese non controllate e sensazioni il Governo a Roma ritenne che la proclamazione dell’armistizio dovesse avvenire non prima del 12 settembre. In realtà gli Alleati lo fecero coincidere con lo sbarco a Salerno, programmato per il 9 settembre, nella convizione che la resa delle truppe italiane avrebbe favorito lo sbarco, come in effetti avvenne. Proclamato alle 18,30 dell’8 settembre da Algeri e alle 19,45 da Radio Roma con un messaggio del maresciallo Badoglio, l’armistizio aprì una delle pagie più controverse e buie della nostra storia recente.
La non reazione per oltre 48 ore da parte delle Forze Armate italiane, combinata dalla pronta e decisa azione tedesca, fece sì che tutto l’apparato statale italiano crollò immantinente. Il Re ed il Governo si trasferono, via Pescara, a Brindisi, aprendo una crisi costituzionale gravissima. Il fatto grave da parte del Sovrano e del Governo non fu che lasciarono la capitale e si trasferirono in altra parte del territorio dello Stato al sicuro della minaccia tedesca; il fatto grave fu che per oltre 48 ore non si diede ordini a chicessia, lasciando nella più totale incertezza Comandi e Ministeri e l’intero apparato statale. Venir meno a questi doveri da parte del Re e da parte del Capo di Governo, in momenti delicati e difficili come quelli armistiziali, è inammissibile e inaccettabile sapeva quello Il motivo di questo atteggiamento?. Viarie le ipotesi

Al di là di ogni considerazione venne per ogni italiano il momento delle scelte. Prima per i soldati, che si trovarono spianate davanti le armi dei tedeschi poi per ogni cittadino italiano fu l’inizio di quella stagione, in cui a fronte di assenza di ogni autorità nazionale, non era possibile non reagire e schierarsi, pena la sopravvivenza.
Per i soldati all’indomani della proclamazione dell’armistizio le scelte erano le seguenti:
. in presenza o in assensa di ordini precisi, lasciare la divisa e cercare di raggiungere le proprie case, sottraendosi alla cattura tedesca; in molti vi riuscirono; altri, furono catturati e internati in Germania.
. resistere, combattendo, ad ogni richiesta di cessione delle armi.
Coloro che si trovarono al Sud in territorio controllato dagli Alleati, ebbero la possibilità o di rimanere alle proprie case, oppure di entrare a far parte della Organizzazione Logistica Alleata, oppure di entrare nelle fila del Regio Esercito, che si andava formando tra mille difficoltà.
Coloro che si trovarono al Nord in territorio controllato dai Tedeschi, ebbero la possibilità di rimanere alle proprie case, ma con maggiori difficoltà in quanto minacciati dalle retate tedesche, dai rastrellamenti, e dalla continua ricerca di mano d’opera forzata. Oppure di entrare nella fila del movimento partigiano sia nelle formazioni di città che in quelle della montagna, sceltà che si cominciò a palesare verso la fine del 1943. Oppure per coloro che vollero essere fedeli alla vecchia alleanza, aderire alla Repubblica Sociale Italiana, entrando nelle fila delle sue Organizzazioni civili e militari.
Sia al nord che al sud vi fu una massa di italiani che cercarono di scegliere il più tardi possibile cercando di superare la situazione contingente; diedero vita all’”attendismo” ovvero che si delineasse un vincitore certo e sicuro per poi fare le proprie scelte. L’attendismo è la mafestazione più di basso profilo della Guerra di Liberazione, frutto della sconfitta e delle necessità materiali che divennero di giorno in giorno sempre più impellenti, nella convizione che erano gli “altri” che dovevano condurre e concludere la guerra.

Per le truppe all’estero la situazione fu ancora più dolorosa. Abbiamo varie categorie, tra i soldati, che operarono diverse scelte, che furono:
Quelli che si sottrassero alla cattura tedesca, e si nascosero e nel prosieguo della loro permanenza all’estero o rimasero sempre nascosti oppure entrarono nelle fila della resistenza locale;
Gli “internati”. ovvero quelli che direttamente o indirettamente caddero in mano ai tedeschi e furono Internati nei campi di concentramento in Germania o in Polonia.
I “combattenti”, ovvero quelli che, senza abbandonare le proprie armi, raggiunsero le formazioni esistenti della Resistenza locale ed iniziarono la lotta al nazifascismo.
I “fortunati”, coloro che riuscirono a rientrare in Italia (sia quella liberata che quella occupata dai tedeschi) usufruendo dei convogli o navi, mandate dal regio Governo o organizzate anche con il consenso dei tedeschi. A questi, con il passare dei mesi, si aggiunsero coloro che, datasi alla macchia in attesa degli eventi, organizzarono attraversate dell’Adriatico o a passare i confini con mezzi di fortuna o utilizzando mezzi della Regia Marina inviati appositamente.
I “fedeli alla vecchia alleanza”, cioè coloro che accettarono le offerte dei tedeschi e passarono, anche in virtù di scelte dovute al caso ed alle circostanze, nei loro ranghi in nome degli ideali fascisti seguendo le motivazioni che a suo tempo portarono alla guerra dell’Asse. Fra questi vi furono anche coloro che, inzialmente “Internati” aderrono alle proposte tedesche e della Repubblica Sociale di entrare nelle loro organizzazioni militari.

Se gli Italiani sono chiamati a scegliere come impegnarsi e come affrontare il presente, appare chiaro che essi sono in situazione subordinata di fronte ad Alleati e a Tedeschi. Sono, in sostanza, esponenti di un Paese sconfitto, che non può accampare, al momento, alcun diritto. Hanno perso totalmente la sovranità del loro territorio. Questa è in mano al Sud agli Anglo-Americani e loro alleati, al Nord alla Germania. Sobo gli Occupatori, che instaurono le loro Amministrazioni le quali saranno, fino alla fine delle ostilità, in varia misura, le padroni assolute e le gerenti della Sovranità su tutto il territorio italiano in senso assoluto
Ogni Italiano o organizzazione o formazione italiana di qualunque tipo è al servizio al Nord come al Sud degli Occupanti, a prescindere da ogni considerazione. L’ultima parola, in ogni problema, circostanza o altro non spetta agli Italiani ma ad Angloamericani a ai Tedeschi. In base alla loro benevolenza o non benevolenza ci sarà spazio di manovra per gli Italiani per la realizzazione dei loro desideri ed interessi.
Occorre tenere sempre presente, quindi, che nella Guerra di Liberazione sia a Nord che a Sud è l’Occupante sia esso Anglo-americano o Tedesco che decide tempi e modi di ogni azione. Non vi sarà spazio per gli Italiani per incidire in questo meccanismo. Ne discende uno dei corollari della Guerra di Liberazione: gli interessi Italiani, qualunque siano, sono e saranno sempre subordinati a quelli dell’Occupante. Sarà solo la benevolenza del medesimo se qualche cosa verrà accordato, ma solo in vista o in virtù di un preciso tornaconto di chi lo concede.
Occorre prendere atto di questo, e sgombare il campo da ogni altra considerazione. E’ tipico anche della storiografia trasformare alcuni aspetti sopra descritti in elementi a noi favorevoli. Il movimento partigiano non ebbe mai la forza di sostituirsi alle Armate Alleate e la sua azione dipese sempre dal sostegno materiale degli Alleati. Il proclama Alexander del novembre 1944 fu un vero e proprio trauma per tutto il movimento partigiano, che fu superato solo per la forza morale ed etica di coloro che avevano scelto di combattere in montagna. Asserire che “furono i partigiani” avincere la guerra, significa non conoscre o non voler riconoscre ciò che realmente accadde in quei anni di guerra. Altre sono le “versioni” che nel corso di questi decenni si sono via via affastellate, a giustificare questo o quello, ma sono versioni di comodo, al servizio delle esigenze del momento e di determinate forze politiche, che nulla hanno a che fare con la realtà della Guerra di Liberazione.
Se sul piano dei rapporti di forza e sul piano strettamente materiale la situazione è quella sopra descritta, ben diversa era quella sul piano morale e politico. Se è pur vero che molti italiani si rifugiarono nell’attendismo, se forze conservatrici come la Chiesa Cattolica, peraltro fortemente compromessa con il Fascismo, furono un freno ad ogni inziativa voltà ad avere una Italia futura diversa da quella passata, è pur vero che la Guerra di Liberazione vi è stata perché alimentata da una tensione morale ed etica senza pari. Si sperava, attraverso l’impegno ed il superamento dell’attendismo e degli interessi personali, in qualcosa di diverso per le future generazioni. Si combatteva e si affrontavano rischi e difficoltà in vista di un domani migliore che non fosse il presente. Si subivano e si sopportavano gli Occupatori, e al Nord che al Sud, nella convizione che presto tutto sarebbe finito e che ci sarebbe stata la possibilità di poter scegliere un modello di vita sociale diverso da quello avuto fino ad allora. Era la spinta ideale del movimento partigiano al Nord che raccolse nelle sue fila uomini di provenienza la più disparata, spesso antagonisti tra loro, come il dopoguerra stara a dimostrae, ma uniti nel combattere il nazifascismo; come i soldati del sud, che superando il “chi to fa fa”, seppero combattere e reagire a tanto disfattismo; come gli Internati in Germania che, cn una semplice firma avrebbero posto fine a tutte le loro sofferenze, ma che resistettero in nome di un qualcosa che sarebbe stato il tessuto connettivo dell’Italia del domani; come coloro che all’estero combatterono per la libertà di altri popoli nella speranza di averla anche in Italia al loro rientro ed infine come coloro che in prigionia aderirono e collaborarono allo sforzo contro il nazifascismo come cooperatori sempre nella speranza che qualcosa dovesse cambiare per il futuro. E’ il patrimonio della Guerra di Liberazione, che subordinata all’Occupante sul piano materiale, vincolata agli interessi altrui, fu scuila e terreno di impegno morale ed etico, un investimento per il futuro, una speranza in un futuro migliore.
Questo approccio alla Guerra di Liberazione, ben può far comprendere come essa sia stata il crogiuolo della nostra storia recente e che in essa siano confluite tutte le componeti della nostra società, dall’estrema destra all’estrema sinistra, che, grazie alla partecipazione di tutti, ha fatto si che l’Italia potesse risalire con brillantezza il baratro in cui era sprofondata a seguito di una guerra malamente condotta e ancor più malamente persa.
[1] Zangradni R., 1943: 25 luglio – 8 settembre, Milano, Feltrinelli editore, 1964, pag. 40.
[2] Scrive Goebels nel suo diaro , all’indomani dell’annuncio dell’Armistizio “9 settembre 1943. Si dalla caduta di Mussolini abbiao sempre pensato ed atteso qusta mossa. Non avremo da fare mutamenti sostanziali nelle nostre misure. Possiamo mettere in motociò che il Fuhre avrebbe voluto fare immediatamente dopo la caduta di Mussolini”.
[3] Rinverdimmo agli occhi tedeschi la fama di “traditori”, ricordando il “giro di valzer” della Prima Guerra Mondiale, quando aderimmo all’Intesa dopo decenni di militanza nella “Triplice”, anche se formalmente l’alleanza era scaduta. I Tedeschi manifesteranno questo loro sentimento di disprezzo con l’insulto “Badoghlio”. Non da meno gli Angloamericani insriranno nel loro vocabolario il bereto “To badogliate” come sinonimo di inganno, superficialità mista a stupidità, mistificazione e quant’altro di ignominioso si può aggiungere nelle relazioni tra esseri umani.
[4] Grandi era stato ambasciatore per otto anni a Londra e vantava soldie amicizie anche nella cerchia più intima di Cherchill; chiese a gran voce e con insistenza di essere incaricato di condurre trattative, ma invano. Lo fu a fine agosto quando ormai tutto era compromesso e la sua missione, per l’evidenza delle cose, non fu mai avviata ma serv’ allo stesso Grandi ed alla sua famiglia di porsi in salvo in Spagna.
[5] Questi ebbe un ruolo primario nel 1914 quanto riuscì a portare a termine la sovvenzione erogata dalla Francia al “Popolo d’Italia”, diretto da Mussolini, per portarlo definitivamente, data la somma di denaro consistente, sulla sponda interventista.
[6] E’ veramente difficile capire questo modo di porre la questione di uscire dalla guerra in quanto l’Europa era dal 1939 sotto occupazione tedesca. Gli Angloamericani dovevano andare a portare soccorso all’Italia ed agli Italiani, non si sa in nome di che cosa o in cambio di chissa che cosa, mentre nulla era stato fatto ed era possibile fare per norvegesi, greci, belgi, cecoslovacchi, danesi, polacchi, russi, jugoslavi, francesi ecc. tutti sotto il gico tedesco e senza nessuna colpa.
[7] D’Ajetta era un uomo legato ad Acquarone, anche per la loro amicizia consolidata. Fu D’Ajetta che introdusse nei circoli esclusivi, che sia Acquarone che D’Ajetta frequentavano e noti per quello che una volta si sarebbe definiti di “doce vita”, Galeazzo Ciano, cosa che fruttò al genero del Duce, oltre al rancore ed all’odio della suocera Rachele, la nota fama di dissolutezza e amoralità. Si evidenzia ancor di più che la scelta del nostro emissario da mandare a trattare un così grande problema come l’uscita dalla guerra, affidata a personaggio di tal fatta, non fu proprio felice.
[8] D’Ajetta era in grado di dare ampie notizie su questo aspetto; certment el’accusa di “traditori” avanzata agli Italiani da parte tedesca in questo segmento ha fondamenti consistenti.
[9] A questa proposta, il commento di Cherchill fu “ Dalla prima all’ultima parola, D’Ajeta non ha mai minimamente alluso a termini di pace e tutta la sua esposizione non è stata che la preghiera che noi si salvi l’Italia, dai tedeschi e da se stessa, e al più presto possibile.”
[10] La copertura era data dall’assunzione del Berio del posto di console generale italiano a Tangeri, lasciato scoperto da Mario Badoglio. Si doveva avvalere dell’aiuto dei vice-consoli groppello e Castronovo oltre che dei buoni uffici della consoerte di Mario Badoglio, Giuliana. Doveva con tutte le cautele del caso prendere contatto con il console britannio Gascoigne, e porgergli le richieste italiane. Assolutamente si doveva fare attenzione affinché nulla trapelasse, dato che Tangeri era piena di spie tedesche. E’ appena il caso di far notare che appena giunto Berio a Tangeri, alcuni giornali locali avevano pubblicato la notizia che un plenipotenziario italiano era giunto per prendere contatto con gli angloamericani e trattare l’uscita dalla guerra.