giovedì 24 marzo 2016
venerdì 18 marzo 2016
Mosca: il suo ritorno nella scena internazionale
| Putin centometrista o maratoneta? La forza della Russia alla prova dei tempi lunghi Paolo Calzini 13/03/2016 |
L’uso dei militari annuncia la mobilitazione nazionale
Attivo su diversi fronti, il governo di Putin ha saputo, per generale riconoscimento, far ritrovare al paese un ruolo globale, facendo leva su una strategia allo stesso tempo aggressiva ed efficace.
Pesantemente ridimensionata dalla sconfitta subita nella guerra fredda, la Russia è stata in grado di compiere un primo importante passo per superare quella riduzione a mera potenza regionale, nella quale era stata confinata.
Dopo l’intervento in Ucraina, che ha assunto un grande valore emblematico, grazie alla riannessione della Crimea, Mosca è passata, dando prova di rilevante capacità operativa, all’appoggio diretto al governo alleato di Assad in Siria, assicurandosi una posizione decisiva per la gestione di quel conflitto.
Si è trattato, in ambedue i casi, di operazioni portate avanti con particolare destrezza, approfittando delle esitazioni degli Stati Uniti e degli alleati europei, nella certezza che non vi sarebbero state, in nessun caso, da quella parte, azioni di contrasto sul piano militare.
Anche se parlare di una svolta a senso unico della strategia intrapresa da Mosca appare prematuro, siamo senza dubbio di fronte a un rilancio ispirato a nuovi parametri della politica estera russa.
Alla base dei recenti successi, figura una linea d’azione fondata su un dichiarato apprezzamento dello strumento militare nella conduzione dei rapporti internazionali. Il venir meno dell’atteggiamento di cautela, che nel recente passato aveva di norma caratterizzato l’azione politico-diplomatica di Mosca, non deve stupire più di tanto.
Il ricorso all’uso della forza, in una situazione giudicata di potenziale minaccia all’interesse nazionale russo, si conferma in piena continuità con una pratica comune alla storia del paese, sia in epoca zarista che sovietica. Questa pratica e stata fatta propria dal presidente Putin, rivelatosi artefice convinto di una piena rivalutazione delle funzioni delle forze armate, nel quadro di una campagna di promozione, a tutti i livelli, di una cultura patriottico-militarista.
Nel motivare una conduzione della politica estera ispirata alla realpolitik, interpretata in chiave difensiva-offensiva, Mosca fa riferimento a esigenze, ritenute imprescindibili, di sicurezza. La nozione di sicurezza adottata in questa occasione presuppone uno stretto collegamento ai diversi livelli dell’impegno militare, politico, economico e sociale, in vista di un generalizzato processo di mobilitazione delle risorse materiali e umane del paese.
Una mancata riuscita della linea di attivazione delle energie nazionali, rilevano osservatori sia russi che occidentali, potrebbe far si che un’operazione oggi vincente, possa rivelarsi in prospettiva un successo solo temporaneo.
Impegni troppo gravosi?
Molteplici e di varia natura, in effetti, risultano gli interrogativi riguardo alla capacità e all’opportunità di proseguire nel corso intrapreso, insistendo in una politica di forza proiettata su un così esteso campo d’azione.
La Russia di Putin, con il carico di problemi irrisolti che pesano sull’assetto interno del paese, si trova ad agire da una posizione di relativa debolezza rispetto alle altre grandi potenze, in un contesto dominato da un’aspra competizione fra gli stati.
Il documento di dottrina strategica internazionale, varato nel novembre del 2015, non fa mistero dell’apprensione di Mosca di fronte alla prospettiva di dover tener testa al rafforzamento del dispositivo della Nato sul fronte europeo, al centro del continente. È in quest’area cruciale dello spazio post-sovietico, infatti, a ridosso dei confini nazionali, che si giocherà, in rapporto agli sviluppi della crisi ucraina, una partita decisiva sotto il profilo della sicurezza per la Russia.
Procede nel frattempo, sul fronte della Siria, l’azione di Mosca diretta ad assicurarsi una base di influenza in Medio Oriente, in una situazione di grande confusione caratterizzata dal faticoso processo di cooperazione in corso fra Russia e Stati Uniti, solidali nella lotta al terrorismo islamico nonostante le persistenti divergenze strategiche.
Si tratta di un’iniziativa carica di incognite, considerata la difficoltà di arrivare a un congelamento dei conflitti endemici in una regione strutturalmente instabile, distinta dalla presenza di una molteplicità di attori tradizionalmente divisi da interessi contrastanti.
Scontata la soddisfazione del governo russo, e in primo luogo del presidente Putin, per i benefici ottenuti sul piano della legittimità politica, grazie all’abilità dimostrata facendo ricorso con successo allo strumento militare nella promozione dell’azione diplomatica, resta aperto il problema di come salvaguardare le posizioni di potere guadagnate in sede internazionale in questa fase.
I limiti di una politica per diversi aspetti azzardata, tesa a sfruttare in situazioni di emergenza le opportunità offerte da una congiuntura favorevole sotto il profilo dei rapporti di forza, sono evidenti. Occorre a questo proposito aver chiara la distinzione fra l’abilità sul piano tattico di reagire a eventi imprevisti nel breve periodo, e la capacità di affrontare in una prospettiva strategica, a lungo termine, le tendenze di fondo del periodo.
Nell’attuale congiuntura, caratterizzata da grandi cambiamenti, una cosa è certa: la Russia, in tempi forse anche non troppo lontani, vedrà messe a dura prova le sue ambizioni di grande potenza globale da una somma imprevedibile di sfide sia interne che internazionali.
Paolo Calzini è Associate Fellow della Johns Hopkins University Bologna Center.
domenica 28 febbraio 2016
.Terrorismo e relativo contrasto in evoluzione
Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)
Gli attentati di Parigi avvenuti lo scorso novembre hanno
evidenziato, come era previsto da tempo, le nuove modalità e i piani operativi (diffusione
meticolose delle cellule terroristiche e commando suicida) dei soggetti
appartenenti all'ISIS, anche se ad oggi manca una definizione ufficiale della
nuova tipologia di terrorismo. I 130 morti e gli oltre 300 feriti di Parigi
rappresentano la nuova modalità di combattimento terroristica trapiantata in
Europa, attraverso il commando suicida che a sua volta è coordinato da soggetti
operativi, come già avviene da tempo nelle zone più critiche del Medio Oriente
e Nord Africa. Come detto poc'anzi non esiste ancora una definizione specifica
di terrorismo, perché le varie organizzazioni internazionali hanno diverse
opinioni, dovute anche a strategie e interessi politici. La difficoltà della
terminologia si riscontra in ambito giuridico e concettuale, indi per cui gli
stati membri delle Nazioni Unite non hanno ancora trovato una definizione
comune. Tornando alle modalità operative del terrorismo, costituite da una
tattica militare finalizzata al raggiungimento di obiettivi operativi
prefissati, il suo metodo prioritario è quello
che si inserisce all'interno di una vasta scelta di strategie, come ad
esempio quella insurrezionale. La difficoltà da parte della Comunità
internazionale nel trovare una definizione universale di terrorismo, ha spinto
alcuni specialisti del settore a catalogarlo come “Nuovo terrorismo
insurrezionale” definito come la minaccia razionale di atti estremamente
violenti, col fine ultimo di colpire i governi e la loro politica. Questa nuova
forma di terrorismo è costituita da alcuni elementi, aventi come base: la
sovversione dei governi e la conseguente sostituzione con un modello
proto-statale; la violenza come azione prioritaria e imprescindibile; l'atto
terroristico ha come obiettivo elementi politici; la manifestazione dell'azione
terroristica su scala globale; la base logistica del potere ha sede in un'area
territorialmente definita; si manifesta/colpisce attraverso il web con la
propaganda, attacchi territoriali e cyber; le azioni operative non per forza
sono connesse tra loro e i militanti possono appartenere anche alla sfera dei
non-combattenti. Il nuovo terrorismo insurrezionale, oltre ad estendersi su
scala internazionale, si pone delle precise finalità politiche, come la
sovversione dei governi e dei rapporti internazionali nell'area mediorientale,
oltre all'imposizione di una nuova forma di stato, ossia il califfato sotto la
guida di Abu Bakr al-Baghdadi.
In virtù di ciò, nel dicembre 2015, il presidente Obama in
una delle sue conferenze fa riferimento e auspica a un maggior impegno da parte dei paesi
sunniti nella lotta al Daesh, i quali hanno prontamente risposto attraverso la
coalizione di 34 paesi musulmani, incentivata dall'Arabia Saudita, visto e
considerato che le statistiche parlano di un impegno maggiore da parte dei paesi
europei, con i raid arabi che rappresentano solo il 5% nella lotta all'ISIS.
Questa nuova alleanza sunnita, oltre a comprendere i paesi arabi, ne include
alcuni africani, come ad esempio Gibuti, Costa d'Avorio, Senegal, Marocco,
Nigeria, Niger, Tunisia, Egitto, Sudan, Sierra Leone etc. Il gioco delle
alleanze si basa sulla diatriba tra sciiti e sunniti e pertanto sono assenti
dalla coalizione la Siria, l'Iraq e l'Iran. D'altro canto la Russia, alleata di
Assad, si esprime in maniera diplomatica a proposito della coalizione sunnita,
auspicando a dei miglioramenti per la Comunità Internazionale, ma al contempo
invita tutti alla calma prima di poter valutare definitivamente.
venerdì 5 febbraio 2016
Roma: lo spirito dell'origine: Ventotene
| Italia e Unione europea Di ritorno da Ventotene Flavio Brugnoli 05/02/2016 |
Definire un’Unione europea scossa da dubbi esistenziali “il più grande successo politico del dopoguerra”, sostenere che "nessun muro può fermare la libertà", sottolineare che la memoria si preserva costruendo ponti verso le nuove generazioni sono tutte affermazioni coraggiose. Ma, una volta tornati sulla terraferma, l’agenda politica nazionale e quella europea chiamano ad atti concreti, impegnativi e lungimiranti.
Il fatto che la visita di Renzi a Ventotene sia arrivata subito dopo l’incontro a Berlino con la Cancelliera Angela Merkel consente di mettere ben a fuoco la triplice crisi che stiamo vivendo: quella economica, quella dei migranti, quella dei conflitti alle porte dell’Europa.
I dilemmi da affrontare sono davanti a tutti noi. Rigore nei conti pubblici e credibilità nelle politiche di rientro del debito, ma flessibilità nelle soluzioni possibili e nuove vie europee per ritrovare il sentiero della crescita.
Ricerca di un equilibro fra gestione dell’emergenza rifugiati, che pone sotto stress governi e strutture nazionali, e consapevolezza che siamo di fronte a un cambiamento epocale, che durerà decenni (senza mai dimenticare - come ha detto Renzi a Ventotene - che "chi vuole distruggere Schengen vuole distruggere l’Europa").
Necessità di dare risposte coordinate su scala europea all’"arco di instabilità" che circonda l’Europa, dalla Libia, alla Siria, all’Ucraina - in cui anche il tema dell’energia gioca un ruolo chiave per la sicurezza del nostro continente.
Cittadini e leader europei
Per rispondere a tutto questo, un ruolo di leadership da parte di alcuni governi europei rimane indispensabile. Come cittadini europei dobbiamo anche chiedere alle istituzioni dell’Unione di giocare fino in fondo il loro ruolo.
Una Commissione più politica, che gode della fiducia del Parlamento europeo (con una "grande coalizione" tra le forze europeiste), ha il compito di agire per l’interesse europeo, che non potrà mai scaturire dalla sommatoria di 28 interessi nazionali.
Il Parlamento europeo è chiamato a promuovere il massimo d’integrazione possibile a trattati vigenti, a proporre le modifiche ai trattati necessarie per un’Europa federale, a evidenziare il collegamento fra un adeguato bilancio dell’Unione e dell’eurozona e un’Europa dello sviluppo e della coesione sociale.
Gli Stati membri, nel Consiglio europeo e nel Consiglio, devono ricostruire la fiducia reciproca, perché il ritorno dei muri non darà ai loro cittadini né più sicurezza né più benessere. All’Alto Rappresentante europeo, Federica Mogherini, dobbiamo chiedere di lavorare a una "strategia globale dell’Ue" (che presenterà al Consiglio europeo nel giugno prossimo) che non sia una media al ribasso fra le timidezze e i ripiegamenti nazionalistici degli Stati membri. Per dirla di nuovo con le parole di Matteo Renzi a Ventotene: "Quando l’Europa perde il senso della propria vocazione e diventa un insieme di egoismi rischia di crollare".
Ci attende un biennio con altri appuntamenti carichi di valenza simbolica: quest’anno il trentennale della morte di Spinelli; nel 2017 il sessantennale dei Trattati di Roma e i 110 anni dalla nascita di Spinelli. Sarebbe suicida ridurli a rituali autoconsolatori - o a pur suggestivi eventi come il carcere di Santo Stefano che comincerà una nuova vita quale centro di formazione europea per i giovani del Mediterraneo.
Nella primavera del 2017 avremo un appuntamento cruciale, previsto dal Rapporto dei cinque Presidenti “Completare l'Unione economica e monetaria dell'Europa”, con il Libro bianco della Commissione sul passaggio dalla prima fase (“approfondire facendo”) alla seconda (“completare l’Uem”). Uno snodo fondamentale per chi ritiene che quello che manca al completamento della costruzione europea sia un’Unione politica dotata di risorse adeguate alla scala dei problemi che abbiamo di fronte.
Europa a due velocità
Il tema dell’Europa a due velocità, evocato di recente dal Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, è da tempo in agenda. Lo stesso Consiglio europeo, nel giugno 2014, ha accolto la prospettiva della “integrazione differenziata”, che deve permettere ai Paesi “che intendono approfondire l’integrazione di andare avanti”.
Il dibattito sulla Gran Bretagna e il suo rapporto con l’Ue deve essere un’opportunità per chi vuole andare avanti, non una zavorra da parte di chi non sa dove vuole andare. L’Italia si appresta anche a lanciare un messaggio sul futuro dell’Europa, insieme con gli altri Paesi fondatori. Un altro atto benvenuto e impegnativo, che dovrà indicare ambiziosi contenuti condivisi, in primo luogo per l’eurozona.
Il Presidente del Consiglio Renzi, in chiusura del suo appassionato discorso a Ventotene, ha ripreso la celebre frase che chiude il Manifesto: “La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”. A Ventotene sono le radici e là è nato un progetto di pace che può ancora dare un senso e un orizzonte all’Europa.
Ma un redivivo Altiero Spinelli si porrebbe anzitutto il problema di come rifondare nel presente e nel futuro quei valori, su quali alleanze politiche, sociali, culturali rimettersi in cammino. Si deve dire come, con chi ed entro quando percorrere quella via, né facile né sicura. Il tempo si sta facendo breve, il rischio e i costi del fallimento più grandi.
* Questo articolo è un estratto da un contributo più ampio pubblicato sul sito del Centro Studi sul Federalismo.
Flavio Brugnoli è direttore del Centro Studi sul Federalismo.
giovedì 21 gennaio 2016
Il caso della Enrica Lexie interminabile
| Disputa Italia-India Il caso marò e i tempi dell’arbitrato Natalino Ronzitti 18/01/2016 |
L’interminabile vicenda dell’Enrica Lexie
Facciamo il punto sulla vicenda dell’Enrica Lexie, che si trascina dal 15 febbraio 2012, giorno in cui la nave fu attirata nel porto indiano di Kochi, con la scusa che il comandante doveva testimoniare su episodi di pirateria accaduti al largo delle coste del Kerala.
Vista l’impossibilità di risolvere la questione in via diplomatica, nonostante le speranze suscitate dall’ascesa al governo del nuovo premier Nerendra Modi, l’Italia ha notificato all’India il 26 giugno 2015 la decisione di devolvere la controversia a un Tribunale arbitrale, secondo l’Annesso VII alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Nello stesso tempo ha chiesto al Tribunale Internazionale per il diritto del mare di Amburgo, Itlos, misure provvisorie volte al rientro dei due Fucilieri di Marina (Salvatore Girone e Massimiliano Latorre) in Italia.
In verità Latorre si trovava già in Italia essendogli stato concesso per motivi di salute di restare nel nostro paese fino al 15 gennaio 2016. L’India si è opposta alla concessione di misure provvisorie, ma l’Itlos ha salomonicamente concluso (ordinanza del 24 agosto 2015) che i tribunali indiani e italiani non avrebbero potuto prendere nessuna misura che potesse aggravare la controversia, intimando ai due paesi di sospendere tutti i procedimenti in corso e di non iniziarne di nuovi.
Tradotto in chiaro, questo significa che Girone avrebbe potuto mantenere il suo status di libertà condizionata (movimento solo in New Dehli e obbligo settimanale di firma), mentre Latorre poteva restare in Italia, non essendo consentito all’India di prendere una misura per il suo rientro alla scadenza del termine.
Ovviamente i tribunali indiani non avrebbero potuto prendere nessuna misura peggiorativa. La Corte Suprema indiana si è espressa invece favorevolmente per la proroga fino al 30 aprile per il permesso a Latorre, fissando una nuova udienza per il 13 aprile per fare il punto della situazione.
Il nostro governo, con un comunicato della Farnesina, si è affrettato a statuire che Latorre potrà restare in Italia per tutta la durata del procedimento arbitrale, essendo preclusa alla Corte Suprema indiana ogni decisione al riguardo. Comunque la decisione della Corte Suprema impedisce all’India di considerare l’Italia inadempiente per non aver fatto rientrare Latorre a New Dehli il 15 gennaio.
Il Tribunale Arbitrale e la competenza del processo ai marò
Il Tribunale arbitrale, composto da cinque giudici, è stato costituito abbastanza celermente. Due giudici sono stati nominati rispettivamente da parte italiana e indiana, gli altri tre sono stati designati dal Presidente dell’Itlos che funziona anche da presidente del collegio. Ovviamente tutti gli arbitri sono indipendenti e rispondono soltanto alla legge, inclusi quelli nominati da Italia e India.
All’occorrenza, formule compromissorie possono essere avanzate dalle parti, cioè Italia e India, tramite i loro avvocati. Il Tribunale arbitrale non è da confondersi con la Corte permanente di arbitrato, Cpa, dell’Aja che presta i suoi servigi al Tribunale arbitrale e funziona come ufficio di cancelleria.
È stata fissata la data del 18 gennaio per la riunione degli arbitri che dovranno scegliere la sede del Tribunale (l’Italia gradirebbe l’Aja, mentre l’India una località diversa), le regole di procedura e la tempistica, con cui si dovranno modulare le fasi per la presentazione dei ricorsi e delle repliche.
Altro nodo da sciogliere riguarda la pubblicità delle udienze. È consigliabile orientarsi per la pubblicità del solo verdetto finale e optare per la confidenzialità del procedimento al fine di evitare interferenze mediatiche? Secondo taluni la confidenzialità potrebbe evitare inutili clamori e assecondare intese a livello diplomatico durante la procedura arbitrale.
L’oggetto della controversia - è bene ricordarlo - non riguarda la colpevolezza o l’innocenza dei due Fucilieri di Marina, ma la competenza a giudicarli, cioè se essa spetti ai tribunali italiani o a quelli indiani.
Tra l’altro durante l’udienza per le misure provvisorie sono emersi fatti nuovi a favore dell’Italia, essendo stata avanzata dal nostro agente la circostanza che l’Enrica Lexie non sia entrata volontariamente nel porto di Kochi, ma vi sia stata costretta.
L’Italia ha chiesto al Tribunale arbitrale una nuova misura provvisoria, consistente nel rientro di Girone in Italia, in attesa che si concluda il procedimento, implicitamente impegnandosi a riconsegnare i due fucilieri, qualora la sentenza arbitrale fosse sfavorevole.
Ma l’India potrebbe opporsi e ricordare, come ha già fatto dinanzi all’Itlos, che l’Italia non rispetta le sentenze internazionali, non avendo eseguito quella della Corte internazionale di giustizia nel caso Germania contro Italia (2012).
Si corre il rischio che il Tribunale rimetta in discussione le misure provvisorie già adottate. Ma la condotta indiana sarà un test per verificare la volontà di pervenire ad una rapida e ragionevole chiusura della controversia. In altri termini l’India, se intende veramente percorrere questa strada, dovrebbe, tramite i suoi avvocati, non opporsi alla richiesta italiana.
Un po’ di grinta
Un po’ di grinta non guasta e dovrebbe essere elemento di propulsione per un eventuale negoziato. L’Italia si è opposta all’ingresso dell’India in alcuni fori per il controllo delle armi di distruzioni di massa e dei relativi vettori, caldeggiato da Stati Uniti e Francia.
Il settembre scorso l’India non è potuta divenire membro del Missile Technology Control Regime a causa dell’opposizione italiana. A livello europeo l’accordo commerciale Ue-India è in una fase di stallo per la nostra opposizione, così come la visita del Premier Modi a Bruxelles nel 2016. Addirittura si è pensato di ricorrere ai buoni uffici del Presidente Obama.
Soluzione diplomatica ancora possibile
L’esistenza di una road map per pervenire ad una soluzione diplomatica della vicenda è stata smentita dalle due parti, ma si tratta di smentite in qualche modo di routine nel mondo della diplomazia.
Una trattativa, qualora avesse esito positivo, potrebbe determinare l’estinzione della controversia e quindi la chiusura del procedimento arbitrale. I precedenti non mancano. Altrimenti occorre attendere altri due-tre anni e l’alea della sentenza, in tutto 6-7 anni da quando l’incidente si è verificato!
Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
lunedì 11 gennaio 2016
Cultura della Sicurezza in Europa
| Stato di emergenza Sicurezza e diritti fondamentali: un connubio impossibile? Filippo di Robilant 10/03/2016 |
Già nel 1849, dunque, il grande scrittore francese si poneva la questione della ricerca di un punto di equilibrio tra sicurezza e libertà, un tema ancora irrisolto al giorno d’oggi.
Cultura della sicurezza
In questi tempi, si sente tanto parlare di “cultura della sicurezza”: fa parte dello spirito dell’epoca. Ma è imperativo, allora, che ne faccia parte il tema della protezione dei diritti fondamentali individuali, con particolare riguardo al rispetto delle convenzioni internazionali; proprio come, viceversa, è in egual misura importante per il mondo del c.d. droit-de-l’hommisme fare proprie le esigenze di sicurezza. Come nel principio dei vasi comunicanti, il risultato cui puntare è quello di ottenere uguali livelli.
Purtroppo non è mai stato così. Usa dire che si può avere “uno stato sicuro senza libertà, ma non uno stato libero senza sicurezza”. Il che darebbe ragione al filosofo inglese Jeremy Bentham, inventore del Panopticon (1791), che diceva: “quando sicurezza e uguaglianza sono in conflitto, non bisogna esitare un momento: l’uguaglianza va sacrificata”.
Oggi, alla luce anche del progresso tecnologico che consente una sorveglianza massiva e capillare su di noi, un equilibrio tra le due necessità si è avvicinato o si è ulteriormente allontanato?
Misure d’eccezione, tre paletti
Il caso Apple/Fbi scoppiato all’indomani della strage di San Bernardino dimostra che siamo ancora lontani dal trovare un equilibrio condiviso nel settore della sorveglianza, per esempio nel definire gli obblighi delle società informatiche evitando automatismi nell’accesso ai loro codici. Pertanto, rimane aperta la questione di come preservare i benefici della rivoluzione digitale senza una pericolosa e incontrollata riduzione della nostra privacy.
Anche per questo dobbiamo porci il problema prima che governi impongano lo stato di emergenza, come è successo in Francia dopo gli attentati del 13 novembre, stabilendo qualche paletto affinché le misure d’eccezione siano proporzionali alla minaccia: per ottenere questo si propongono tre caveat.
Il primo. Misure d’eccezione che procurano una sospensione dei diritti fondamentali (coprifuochi, chiusura delle frontiere, chiusura di pubblici uffici, limitazione nella circolazione, arresti e perquisizioni senza mandato, etc.) non possono essere imposte ad oltranza, ma devono avere, previa autorizzazione del Parlamento,un preciso limite di tempo. Semmai, con possibilità, quando motivate, di essere prorogate, magari con misure attenuate a mano a mano che l’emergenza si affievolisce. Per capirci: i 30 anni ininterrotti di stato di emergenza, dal 1981 in poi, proclamati dal’ex presidente egiziano Hosni Mubarak non è, di tutta evidenza, un modello a cui guardare.
Il secondo. Misure d’eccezione devono avere un chiaro e credibile obiettivo, intelligibile all’opinione pubblica. Diffidare, insomma, di generalizzazione del tipo “siamo in guerra col terrorismo” o, peggio, “siamo in guerra con l’Islam”. Ricordiamoci che siamo usciti dagli Anni di Piombo applicando le leggi ordinarie e non ricorrendo a quelle speciali, proprio come la Francia non proclamò mai lo stato di assedio in Algeria per non legittimare i combattenti del Fnl.
Il terzo. Misure d’eccezione non devono mai prendere di mira gruppi specifici, siano essi etnici, religiosi, di genere o altro. Non solo perché si scontrerebbero con dettami costituzionali, ma perché creerebbero solo ostilità e ulteriore marginalizzazione.
Francia, se l’eccezione rischia di diventare la regola
La storica contrapposizione tra Ragion di Stato e Stato di diritto qui non c’entra. Anche nello Stato di diritto un’azione normalmente considerata illegale può diventare legale in base alla circostanze - “necessitas non habetlegem” dicevano gli antichi romani - tuttavia sorprende che, dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, il governo francese, ritenendo che la legge sullo stato di emergenza del 1955 fosse superata e quindi giuridicamente fragile, abbia inteso inserire tale previsione in Costituzione.
Ha detto il Premier Manuel Valls: “Lo stato di emergenza è un principio di diritto che vogliamo costituzionalizzare per fare in modo che le misure di eccezione siano meglio inquadrate nel nostro ordinamento”.
Ma così facendo, la Francia - quella del Secolo dei Lumi - rende permanente la possibilità di ricorso ad una norma che affronta per definizione circostanze eccezionali: l’eccezione, insomma, diventa la regola. Con in più il rischio di passare dalla legittima difesa dei poliziotti a quello che viene chiamato “stato di necessità”, ossia che l’uso delle armi sia possibile quando ci si trova di fronte a persone che si suppone possano continuare a commettere atti criminali: un terreno, questo, davvero scivoloso.
Come aveva già correttamente rilevato Victor Hugo - ben centosessantasette anni fa - poteri esecutivi molto estesi, combinati con pochissimi controlli sulla loro applicazione, non possono che causare serie violazioni dei diritti fondamentali. Meglio che i suoi connazionali di oggi ci riflettano bene prima che una Marine Le Pen o suoi epigoni vadano al governo della République con poteri emergenziali sconfinati serviti su di un piatto d’argento.
Filippo di Robilant è membro del Comitato Direttivo dello IAI.
sabato 19 dicembre 2015
martedì 15 dicembre 2015
venerdì 27 novembre 2015
Harry Schidler 32° nel "Britons 2015"
DOPO LA MEDAGLIA MBE HARRY SHINDLER 32°
nel “BRITONS 2015”
DA ANNI SI BATTE
PER MODIFICARE LA LEGGE SUL DIRITTO AL VOTO DEGLI ESPATRIATI BRITANNICI
Ricostruì gli ultimi momenti di vita di Eric Fletcher
Waters e con l'Associazione “Un ricordo per la Pace” fu promotore
dell'iniziativa dei memoriali ai dispersi del 1944
LA SUA GUERRA NON È
FINITA!
di Elisa Bonacini
unricordoperlapace.blogspot.it
L'amico
veterano della seconda guerra mondiale Harry Shindler, dopo la medaglia MBE
conferitagli il 19 febbraio 2014, per il suo impegno civile e pro diritto di
voto per gli espatriati britannici si piazza ora al 32° posto tra i 50
britannici che si sono distinti nel 2015 (sondaggio pubblicato sul “the
telegraph").
La
sua tenacia porterà presto un grande cambiamento per coloro che come lo stesso
Shindler per vari motivi vivono da oltre 15 anni all'estero, ma che con il
cuore sono vicini alla loro terra e rivendicano ancora il diritto di esprimere
la propria opinione politica.
“La mia guerra non è
finita!”. Spesso mi ha ripetuto questa frase (che è anche il titolo di
una suo libro) l'instancabile Harry nato a Londra nel luglio 1921 che vive da
molti anni ad Ascoli Piceno ed è il rappresentante in Italia della “ITALY STAR
ASSOCIATION 1943-1945”, l'Associazione dei veterani britannici che
parteciparono alla Campagna d'Italia.
Nel 1944 partecipò alle aspre operazioni belliche del 1944 nel
nostro territorio aventi come finalità la liberazione di Roma. Si ricorda
ancora bene i luoghi, i fatti, le dure condizioni in cui avvennero i
combattimenti. Da anni da molti definito “il detective della memoria” si
impegna anche nel ricostruire le storie dei militari dispersi in Italia,
rispondendo alle infinite richieste dei famigliari che ancora oggi da tutto il
mondo chiedono notizie sui loro cari.
Lo incontrai per la prima volta ad Anzio nel 2012 in occasione
delle manifestazioni legate alla ricorrenza dello sbarco alleato. Armata
di macchina fotografica e videocamera gli chiesi un intervista, che Harry
gentilmente accettò di rilasciarmi il giorno seguente ad Aprilia, presso
l'Istituto Rosselli, dove era ospite per la presentazione di un libro del prof.
Samà.
L'auditorium dell'Istituto Rosselli già del 2008 ospitava parte
dei reperti storici della seconda guerra appartenuti a mio fratello Ostilio
Bonacini. La mia felicità fu grande: potevo intervistarlo proprio in quel
contesto a me così caro. Mi resi subito conto della forte personalità e della
tenacia nel voler trasmettere ai giovani la sua esperienza nella guerra di
liberazione ed i suoi ricordi, in memoria di coloro “ che hanno combattuto e
sono morti per liberare l'Europa da un
regime bestiale”.
Realizzai un articolo che venne pubblicato sul “Giornale del Lazio” che lo rese noto anche
ai cittadini apriliani.
Nacque da allora una bella collaborazione con la mia Associazione
“Un ricordo per la pace”. Nelle lunghe telefonate lo ascoltavo con ammirazione,
facendo tesoro dei suoi consigli e suggerimenti. Insieme maturammo l'idea di
fare istituire nella Città di Aprilia la data del 28 maggio, in ricordo della
data (presunta) della liberazione di Aprilia nel 1944 in memoria degli aspri
combattimenti che causarono tante vittime anche nella popolazione civile.
Nel 2013 volle essere presente all'inaugurazione dell'esposizione
"Un ricordo per la pace" sul tema "Aprilia in guerra : la
battaglia di Aprilia" donando alcuni dei suoi cimeli di guerra e le sue
mostrine di soldato semplice nel Reggimento Royal Electrical and Mechanical
Engineers.
Nel 2012 dopo i miei contatti con il manager di Roger Waters, con
il consenso del cantante iniziò le ricerche su Eric Fletcher Waters, il padre
del cantante, fino al ritrovamento delle mappe militari britanniche che
permisero di scoprire il punto di Aprilia, presso via dei Pontoni (fosso della
Moletta) dove morì il SottoTenente dei Fucilieri Britannici il 18 febbraio
1944.
Nel novembre 2013 quale presidente dell'Associazione “Un ricordo
per la pace” protocollai presso gli uffici comunali di Aprilia il nostro
progetto condiviso di realizzare i monumenti ai caduti senza sepoltura del 1944
che vennero inaugurati il 17 e 18 febbraio 2014 alla presenza eccezionale di
Roger Waters.
Non mi resta ora che esprimere la mia soddisfazione per il nuovo
riconoscimento di Harry (che in questi giorni è a Londra) nel “Britons 2015” e
propongo a seguire parte dell'intervista che realizzai nel 2012.
Mr. Shindler, quale è l'immagine più
drammatica che i suoi occhi non avrebbero mai voluto vedere?
“ Senza dubbio per me
la scena più terribile di tutta la guerra è stata quella dei bombardamenti su
Londra nel 1939-40 : la mia Londra che bruciava...!”.
Quale è l'ordine che non avrebbe mai
voluto eseguire?
“E molto difficile rispondere. Obbedire agli ordini fa parte del
“gioco” della guerra. Potrei dire che un ordine che non avrei voluto accettare
sarebbe stato quello di partire come militare per la guerra, ma questa
logicamente è una risposta ironica, superficiale”.
Ritiene che al giorno d'oggi le guerre
siano ancora necessarie per raggiungere la pace?
“Non è vero, come dicono molti, che le guerre siano inutili. Ci
sono guerre giuste. La guerra che abbiamo combattuto noi con tanta sofferenza
era giusta. Prima che cominciasse, tutta l'Europa era coperta da dittature.
C'erano i campi di concentramento e di sterminio. Winston Churchill, capo del
governo inglese, diceva che noi combattevamo contro il più mostruoso regime
della storia, ed io sono d'accordo con lui. Dopo la guerra l'Europa è diventata
democratica, i campi di concentramento non c'erano più!”.
Ha un messaggio che vuole trasmettere
alle giovani generazioni?
“Questa libertà, conquistata al prezzo di tanta sofferenza e di
tanto sangue, deve essere difesa. Voi giovani dovete difenderla. E non appena
qualcuno vuole toccare un pezzo di questa libertà, ci si deve alzare in piedi e
dire : No, No!!! Questo No!”.
mercoledì 18 novembre 2015
martedì 10 novembre 2015
ANRP. Una lettera del 2009.
Internati Militari
Chiarissimo Prof. Enzo Orlanducci,
ho il piacere di scriverle su indicazione del Dott. Ferrazzoli del CNR, che ha illustrato recentemente a Perugia un libro su G.Guareschi.
Mio padre Bruno (1920-1979) è stato tra gli internati di Wietzendorf. A suo tempo, poco prima del decesso, cedette gratuitamente all' A.N.E.I la maggior parte dei documenti che riguardavano il periodo di internamento (lui l'ha sempre definto "prigionia"!), tra cui alcuni acquerelli che, a quanto ricordo, erano destinati ad una mostra itinerante dell'ANEI.
Ho la sensazione ora che la persistenza di quelle testimonianze si stia disperdendo: un po' per disinteresse e molto per cause naturali.
Nel timore che i documenti a suo tempo conferiti possano andare dispersi e nell'esigenza di rendere pienamente consapevoli i miei figli dei valori morali ed etici che ispiravano l'esistenza di un giovane Ufficiale, sarei lieto di avere la sua conferma sull'effettiva esistenza dei documenti in parola o, in subordine, di poter reintrare in possesso degli stessi.
La ringrazio per l'attenzione
Dott. Marco Terzetti
UNUCI Sez. Spoleto
3472637157
Chiarissimo Prof. Enzo Orlanducci,
ho il piacere di scriverle su indicazione del Dott. Ferrazzoli del CNR, che ha illustrato recentemente a Perugia un libro su G.Guareschi.
Mio padre Bruno (1920-1979) è stato tra gli internati di Wietzendorf. A suo tempo, poco prima del decesso, cedette gratuitamente all' A.N.E.I la maggior parte dei documenti che riguardavano il periodo di internamento (lui l'ha sempre definto "prigionia"!), tra cui alcuni acquerelli che, a quanto ricordo, erano destinati ad una mostra itinerante dell'ANEI.
Ho la sensazione ora che la persistenza di quelle testimonianze si stia disperdendo: un po' per disinteresse e molto per cause naturali.
Nel timore che i documenti a suo tempo conferiti possano andare dispersi e nell'esigenza di rendere pienamente consapevoli i miei figli dei valori morali ed etici che ispiravano l'esistenza di un giovane Ufficiale, sarei lieto di avere la sua conferma sull'effettiva esistenza dei documenti in parola o, in subordine, di poter reintrare in possesso degli stessi.
La ringrazio per l'attenzione
Dott. Marco Terzetti
UNUCI Sez. Spoleto
3472637157
sabato 7 novembre 2015
giovedì 29 ottobre 2015
giovedì 15 ottobre 2015
Conferenza del 3 Novembre. La brigata Alpi dalle Argonne alle trincee delle Dolomiti
Massimo Coltrinari
. La conferenza si
articolerà sui seguenti punti. Dopo aver fatto un rapido cenno alla situazione
dell’Italia all’indomani della proclamazione della Neutralità il 2 agosto 1914,
si traccerà un breve profilo del volontarismo garibaldino e della costituzione
della Legione Garibaldina in Francia nel dicembre 2014 e gennaio 2015 ed il suo
impiego in linea. Terminata questa esperienza i volontari garibaldini rientrano
in Italia e si arruolano nel 51° e %2° Reggimento fanteria “Garibaldi” della
Brigata Alpi di stanza in Umbria.
Al momento della
Mobilitazione i due reggimenti vengono messi sul piede di guerra ed inviati al
fronte, nell’area dolomitica, nell’ambito della 4a Armata, composta dal i e dal
IX Corpo d’Armata. La brigata Alpi fu assegnata al IX Corpo d’Armata al comando
del gen. Vittori Carpi.
Seguendo il Diario
di Peppino Garibaldi, iniziato a scrivere a Perugia al Momento
dell’arruolamento nel maggio 1915, si descriverà le vicende del 51° Reggimento
Fanteria che aveva stanza a Spoleto e le sue vicissitudini fino all’arrivo in
liea. Si sottolineerà come la preparazione italiana fosse incompleta e solo nel
luglio 1915 si avranno gli attacchi alle posizioni austriache.
Un particolare cenno
si farà sulla tradizione garibaldina con i superstiti dei nipoti di Garibaldi
Sante, Ricciotti ed Ezio, (Bruno e Costante erano morti nelle Argonne) e gli
altri nipoti Menotti Jiunor e Ricciotti Jiunior,; un particolare cenno al
movimento volontaristico che fu non esaltante e che si tramutò in un
sostanziale fallimento nei primi mesi di guerra
La descrizione dei
combattimenti del luglio e dell’agosto 1915, ripresi nei mesi successivi, con
le considerazioni relative, chiuderanno la conferenza
domenica 4 ottobre 2015
sabato 5 settembre 2015
lunedì 31 agosto 2015
Note a margine
TERRORISMO
LA DISPERAZIONE DELL’EMARGINATO
Le responsabilità della politica
La affermazione di Karl von Klausewitz che la politica è la
continuazione della guerra, e di contro, la guerra è la continuazione della
politica, anche se come formula militare è stata sostituita oggi dal
“coomprensive approach”, spiega in se i germi del terrorismo. Fermo restando
che tutti coloro che, giustamente, sono contro la guerra, intesa come scontro
violento armato, devono riflettere su cosa è la politica e come viene fatta la
politica. Oggi è indubbio che l’attuale maggioranza, al di la delle scelte,
sparge semi ad ampie mani in termini di incapacità economica, amoralità assenza
di etica,arroganza, autoritarismo gratuito, mancanza di senso dello Stato,
controllo delle informazioni, tutti ingredienti per probabili e, speriamo, mai
concretizzabili conflitti sociali. L’esempio di Tunisia e Egitto sono sotto i
nostri occhi a dimostrare questo assioma.
La politica quindi come premessa della guerra. Quando la politica non
trova la soluzione agli opposti interessi ricorre alla guerra. In breve, la
guerra può essere classica ( come nell’800 e fino alla seconda guerra mondiale,
in cui le parti si contrappongono su un campo di battaglia) rivoluzionaria (
quando si vuole sostituire le elites al potere cambiando la struttura dello
Stato) sovversiva ( quando, lasciando le strutture si cambiano gli uomini).
Altri tipi di guerre non vi sono; guerra santa, legittima, patriottica, di
liberazione, partigiana, ideologica, simmetrica, asimmetrica, sono solo
aggettivazioni. Politica e guerra si conducono alla stessa maniera.
Come si conduce la guerra: con la strategia, che può essere diretta o
indiretta, del forte al forte, dal forte al debole, dal debole al forte.
Nell’ambito della strategia del debole al forte, vi si colloca, come
modalità, il terrorismo. Il debole sa che non può vincere il forte perché è
debole. Allora ha due possibilità: la prima, può coinvolgere strati delle
popolazione che, organizzati, diano vita a forme di guerriglia via via sempre
più estesa ( sono le guerre degli ultimi sessanta anni di indipendenza),
oppure, non avendo la partecipazione popolare ed i mezzi, ricorre all’azione
del singolo o di piccoli gruppi, e si arriva al cosiddetto terrorismo, inteso
questo come azione limitata nel tempo e nello spazio, violenta, istantanea,
volta a produrre risultati strategici.
L’esempio classico è l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre
2001. Un Gruppo di “soli 100/150 uomini, hanno inferto una sconfitta strategica
alla superpotenza dominante, gli USA, con risultati strategici enormi, primo
fra tutti la frantumazione del principio che la guerra non può essere portata
sul territorio degli Stati Uniti. Per gli Statunitensi la vita è cambiata, d
come per i Francesi, e per gli Europei in genere, all’indomani di Waterloo.
Si ricorre al terrorismo, quando non vi sono altre possibilità, ma la
situazione è tale che non può essere accettata. Questo è il punto di partenza
per riflettere sul terrorismo: esso nasce da situazioni estreme, di miseria,
emarginazione, degrado, in cui elementi contro o perseguitanti obbiettivi di
potenza e dominio, sfruttano la situazione reclutano idee, uomini e mezzi per
l’azione violenta terroristica, riuscendo a conseguire risultati enormi a
bassissimo prezzo.
Se tutto questo è vero, il terrorismo non può essere contrastato
solamente con le forze di polizia o con strategie di difesa tipo la “homeland
security”. E’ necessario creare una mappa generale della situazione in cui si
rilevano gli aspetti geografici, economici, sociali e politici in cui queste
forme di violenza nascono. E qui si ritorna al punto centrale di von
Klausewitz: è la politica che, impotente, genera la guerra; la guerra, come visto,
può assumere varie forme, tra cui il terrorismo. Questa è l’arma dei disperati,
degli emarginati, di coloro, violentati dalla politica, reagiscono in modo non
accettabile. Ed è la politica che deve trovare in se stessa i mezzi, le idee e
le soluzioni a tutte le forme di terrorismo.
Piace concludere con il portare l’esempio storico di come la politica
ha risolto forme di terrrorismo: noi Italiani abbiamo sconfitto gli estremisti
neonazisti sudtirolesi in Alto Adige (attentato di Cima Vallona del 1970 ed
altri atti terroristici) proprio agendo all’interno della politica, (accordo de
Gasperi Gruber, Regione Speciale, soluzioni locali: tutti atti sostenuti un
adeguato supporto di forze di sicurezza da da una politica verso l’Austria
ferma e decisa.
giovedì 13 agosto 2015
LA Grande Guerra. Ricerche
IIS "N. Turriziani"
Frosinone Liceo Classico
Convegno 23/5/2015
VIVERE LA
GUERRA IN CIOCIARIA
( Gloria Sica )
Il Lazio, seppure risparmiato dalla
occupazione nemica, fu teatro, come sede di comandi, reparti addestrativi,
ospedali militari, basi navali, di una intensa attività militare.
La nostra regione fornì alla Patria 203.422
soldati :
marinai, alpini arruolati tra
le montagne dell'Appennino, bersaglieri, aviatori, artiglieri, guardie di
finanza e carabinieri.
Tutti conosciamo la storia di ENRICO TOTI, nato nel 1882 a Roma e morto a
Monfalcone il 6 agosto 1916. Suo padre era originario di Cassino. Enrico, pur
con la gamba sinistra amputata per un incidente mentre lavorava alla
lubrificazione di una locomotiva a Colleferro, era un valente ciclista.
Le sue tre domande di
arruolamento allo scoppio del conflitto furono respinte, ma Toti raggiunse il
fronte in bicicletta e fu accolto in Friuli come civile volontario.
Riuscì a farsi trasferire
presso i bersaglieri ciclisti del terzo battaglione.
Morì nella battaglia di
Gorizia, lanciando la sua stampella contro il nemico e gridando : " NUN
MORO IO ! ".
Sulla battaglia di Gorizia
torneremo.
Intanto diciamo che, studiando la
composizione dei reparti di Fanteria della Prima Guerra Mondiale, si possono
conoscere i Distretti di Reclutamento dei soldati laziali :
il Distretto di Frosinone (
con altri ) confluì nella BRIGATA PINEROLO (13°/14° Fanteria) e nella BRIGATA
MESSINA (93°/94° Fanteria).
Ora vediamo, più in particolare, la
situazione nella nostra città, che si trovò allora a vivere un periodo
terribile, tra il terremoto del 1915, la guerra e la epidemia di spagnola.
Il famoso
TERREMOTO di AVEZZANO colpì soprattutto Sora, il
13/1/1915, alle ore 7,55, XI grado della Scala Mercalli.
Anche Frosinone venne colpita, per fortuna
con minore intensità di Sora.
Non ci furono vittime, ma
molti danni.
Qui sulla Prebenda fu allestita
la tendopoli.
La città non si era ancora ripresa quando
scoppiò la Prima Guerra Mondiale, una guerra che vedrà la vita cittadina come
fermarsi per quattro lunghi anni.
Tutti attendevano il ritorno della pace e
dei giovani frusinati partiti per il Fronte, mentre in ogni famiglia cresceva
l'ansia quotidiana di ricevere la visita degli emissari dello UFFICIO NOTIZIE
per le FAMIGLIE dei MILITARI
COMBATTENTI, che aveva sede nel Palazzo de Matthaeis in via Garibaldi,
addetti al triste compito di comunicare l'avvenuta morte di un loro congiunto
nelle trincee o nei campi di battaglia.
Così fu nel caso di Norberto
Turriziani, ma anche del mio prozio Giovanni Gorirossi , sergente maggiore nato
a Frosinone nel 1874 e morto nel 1918 nell'ospedale da campo n, 256.
Le condizioni di vita nella città di
Frosinone erano molto difficili perchè quasi tutti gli uomini validi, per lo
più contadini e artigiani, erano stati richiamati alle armi e costretti ad
abbandonare il loro lavoro, unico sostentamento per le loro famiglie, le quali
trovavano scarso sollievo dagli insufficienti e saltuari sussidi governativi e
da sporadici atti di beneficenza dei benestanti locali.
Molti frusinati, in quegli anni, patirono la
fame e furono le DONNE di Frosinone, come
in tutta Italia, a manifestare anche
pubblicamente la loro contrarietà alla guerra, invocando il pane per i
bambini e, con la pace, il ritorno dei loro uomini.
All'epoca Frosinone aveva 12.000 abitanti :
191 furono i caduti del
conflitto, centinaia i feriti, i mutilati, i malati.
Ricordiamo che, per i piedi
congelati, si amputavano gli arti, e ciò era molto frequente al Fronte.
Per esempio ciò accadde a
Giacinto Sangena, nato a Torrice nel 1892 e morto a Col di Lana per
congelamento e ferite durante il conflitto.
Nei Comuni dell'attuale provincia di FR i
morti furono 6.330.
Come non bastasse, nei mesi
di settembre e ottobre 1918, si diffuse in città l'epidemia di spagnola, che
causò più di 300 morti, di cui 100 bambini.
Si chiusero scuole, uffici, chiese; fu
sospeso il mercato del giovedì; il Cimitero divenne insufficiente ad accogliere
i morti!
Eppure la gente ciociara
resisteva !
Durante gli anni del conflitto, attraverso
l'incessante propaganda, si creò nel Paese il c.d. "FRONTE INTERNO" :
tutti dovevano partecipare al
clima bellico, evitando idee neutraliste e pacifiste.
"Chi non dà alla Patria
il braccio deve dare la mente, i beni, il cuore, le rinunce, i sacrifici",
diceva il capo di governo Salandra nel 1916.
Un esempio clamoroso è costituito dalla PRESA
DI GORIZIA :
quando venne conquistata, in
realtà la città era già deserta, tutta distrutta dai bombardamenti.
Vi erano rimasti solo 1.500
abitanti.
Ma l'impatto sul Paese fu
enorme:
finalmente c'era una vittoria
da festeggiare e si poteva sperare nella fine della guerra!
Così leggiamo nella LETTERA che MARGHERITA
DEL NERO, da VEROLI, scrisse il
12 agosto 1916 al marito al Fronte, raccontando i grandi festeggiamenti svolti
nella cittadina alla notizia della vittoria, nella speranza di veder terminare
la guerra molto presto......
In realtà la battaglia
di GORIZIA (9-10 agosto 1916) costò,
secondo dati ufficiali, la vita a :
1.759 ufficiali e circa
50.000 soldati di parte italiana;
862 ufficiali e circa 40.000
soldati di parte austriaca.
Fu una delle stragi più
pazzesche di una guerra che fu tutta
"una inutile strage"|
La verità era ben altra rispetto alle bugie
della propaganda e i soldati lo sapevano sulla loro pelle......
Lo testimonia il testo della canzone
" O GORIZIA TU SEI
MALEDETTA", che da sempre appartiene alla tradizione
antimilitarista e che costituisce un autentico atto di accusa contro coloro che
avevano voluto quel conflitto.
Chi veniva sorpreso a cantarla durante la
guerra era accusato di DISFATTISMO e poteva essere fucilato !
Ma torniamo alla vita quotidiana in
Ciociaria durante la guerra.
A
CASTRO DEI VOLSCI
vennero costituiti 2 COMITATI
CIVILI DI SOCCORSO, per iniziativa di 2 insegnanti,
GIOVANNI ANGELONI e
VITTORIO GIROLAMI.
In questi Comitati alcuni studenti di Liceo
e dell'Università spendevano il loro tempo per scrivere e leggere lettere ai
richiamati e alle loro famiglie, fornendo gratuitamente carta da lettere e
francobolli, raccogliendo anche fondi per le famiglie più bisognose.
Nel libro di Aldo Cazzullo, "La guerra
dei nostri nonni", leggiamo una interessante testimonianza del
nipote di MARIO LOFFREDA, classe
1890, di ISOLA LIRI, il quale Mario, in guerra, pur
appartenendo al reparto Zappatori, era tra i pochi soldati a saper leggere
e,dunque, scriveva lettere anche per gli altri...
Il COMITATO
DI MOBILITAZIONE CIVILE
di Frosinone, invece, agiva
PRO CORREDO DEL
SOLDATO :
signore e signorine frusinati confezionavano
indumenti di lana per i soldati al Fronte, coordinate da MARIA SCIFELLI.
E mentre a Sora , nel febbraio 1916, si
reclutava manodopera da inviare al fronte (muratori, carpentieri, minatori,
fabbri, braccianti), nel giugno del 1916 si concedevano ai nostri militari
delle LICENZE per svolgere i lavori agricoli, soprattutto la mietitura !
Nel 1918, a CASSINO, nella contrada Monterotondo, si costituiva
anche un campo di concentramento per prigionieri di guerra.
Qui fu tenuto prigioniero il
filosofo Wittgenstein, fino al 1919; come ci racconta lo storico Franz Parak,
nel libro "Wittgenstein prigioniero a Cassino", qui il filosofo
scrisse il celebre "Tractatus".
E intanto si requisivano grano, farine,
cereali, in tutti i paesi del circondario di Frosinone e la fame aumentava.
Come sappiamo tante cose sulla
guerra?
La memoria della Grande
Guerra - racconti , fotografie, lettere - è custodita soprattutto
dalle DONNE.
Così sappiamo che negli Uffici della Censura
si accumulavano montagne di cartoline in cui i soldati contadini invitavano i
loro parenti rimasti a casa a non seminare, così sarebbero arrivate la carestia
e la fine della guerra!
Una
CANZONE DI TRINCEA
diceva :
"Sian maledetti quei
giovani studenti
che hanno studiato e la
guerra voluto,
hanno gettato l'Italia nel
lutto,
per 100 anni dolor sentirà".
E oggi, celebrando il Centenario di quel
terribile conflitto, che vide morire 4 persone per ogni minuto di guerra, in
cui le valanghe e i fulmini uccidevano più dei cannoni;
in cui le donne subirono
stupri e violenze, rimossi dalla storia, e dovettero abbandonare i "figli
del nemico", i "piccoli tedeschi", gli "orfani dei
vivi", nati da quegli stupri;
in cui gli "scemi di
guerra" costituirono un vero esercito di matti, impazziti per le atrocità
viste e subìte;
in cui tanti ebbero il volto
e il corpo dilaniati da ordigni o da autolesionismo e persero la loro identità
e dignità di esseri umani...
vogliamo concludere il nostro
intervento con questi versi di BERTOLT BRECHT :
" LA GUERRA
CHE VERRA' NON E' LA
PRIMA.
PRIMA
CI SONO STATE
ALTRE GUERRE.
ALLA FINE
DELL' ULTIMA
C' ERANO VINCITORI
E VINTI.
FRA I
VINTI LA POVERA
GENTE
FACEVA LA
FAME.
FRA I
VINCITORI FACEVA LA
FAME
LA POVERA
GENTE EGUALMENTE "
Bibliografia
"Il Lazio e la Grande
Guerra" , Regione Lazio 2010, a cura di P. Guerrin e M. Vittucci
I. Barbagallo,
"Frosinone - Lineamenti storici dalle origini ai nostri giorni",
Editrice frusinate, 1975
M. Federico, "Frosinone
e i suoi pompieri", Frosinone, 2006
A. Cazzullo, "La guerra
dei nostri nonni", Mondadori, 2014
"Albo d'oro dei militari
della provincia di Frosinone caduti nella guerra nazionale 1915-18", La
Tipografica, Frosinone, 24/5/1937
www.antiwarsongs.org
http://fotografiaprimaguerramondiale.blogspot.it
M. Cerroni, "Prima
Guerra Mondiale - Torrice ricorda i suoi soldati nel centenario", 2014
Archivio di Stato di
Frosinone, "1915-18 - Testimonianze di vita in tempo di guerra - Mostra
documentaria ", 5/10/2014
Gloria Sica insegna Storia e
Filosofia presso il Liceo Classico “Norberto Turriziani” di Frosinone.
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