Un nuovo indirizzo per questo blog

Dal 2019 questo blog ha riportato la collaborazione del CESVAM con la Sezione UNUCI di Spoleto. Con la presidenza del Gen Di Spirito la Sezione ha adottato un indirizzo di ampio respiro che si sovrappone a molti indirizzi del CESVAM stesso. pertanto si è deciso di restringere i temi del blog al settore delle Informazioni in senso più ampio possibile, e quindi all'Intelligence in tutti i suoi aspetti con note anche sui Servizi Segreti come storia, funzioni, ordinamenti. Questo per un contributo alla cultura della Sicurezza, aspetto essenziale del nostro vivere collettivo

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Contro tutti e tutto. I soldati Italiani nei Balcani nel 1943

Il Volume "La Divisione "Perugia" Dalla Tragedia all'Oblio" è disponibile in tutte le librerie. ISBN 886134305-8, Roma, 2010, Euro 20,00 pag. 329.



Ordini: ordini@nuovacultura.it, http://www.nuovacultura.it/ Collana storia in laboratorio;

Un Triste destino per la Divisione "Perugia"

Un Triste destino per la Divisione "Perugia"
La Divisione "Perugia" avrebbe avuto miglior sorte se Informazioni ed Intelligence avessero trovato più ascolto presso i Comandi Superiori

Cerca nel blog

martedì 30 aprile 2013

Foligno e la sua Caserma



Grazie alle attente cure di Mario di Spirito ha visto la luce il volume "La Caserma e la città", uno spaccato iconografico della Caserma "Ferrante Gonzaga del Vodice " di Foligno
Il volume è possibile richiederlo al Comando caserma ed alla Pro Loco di Foligno che è stata, insieme ad altri Enti istituzionali la promotrice della iniziativa

domenica 21 aprile 2013

Deganutti Cecilia, medaglia d'oro della guerra di liberazione


Deganutti Cecilia nata nel 1914 ad Udine. Infermiera Volontaria della C.R.I. Partigiana combattente
Biografia




Insegnante elementare a Castione di Strada dal 1941, frequentò i corsi di infermiera volontaria della CRI presso il Comitato provinciale di Udine e prestò per qualche tempo servizio all’ospedale civile e in quello militare di Udine. Trasferita al posto di soccorso ferroviario ivi vi si trovava nel settembre 1943 quando militari e civili italiani venivano caricati nei carri bestiame e deportati in Germania. Le dolorose scene alle quali assistette la spinsero a partecipare alla lotta di resistenza e divenne partigiana. Affiancatosi al gruppo di assistenza ai feriti, disimpegnò anche opera di collegamento collaborando attivamente con i radiotelegrafisti della Missione alleata. Arrestata il 6 gennaio 1945 ad Udine sotto l’accusa di spionaggio e favoreggiamento al nemico, fu fucilata a Trieste il 4 aprile successivo.










domenica 24 marzo 2013

Seconda Guerra Mondiale


Il preludio della guerra: la conferenza di Monaco del settembre 1938
di Giovanni Cecini

La La Grande Guerra nella sua travolgente evoluzione e nel riassetto dell’Europa, attraverso la Conferenza della pace di Parigi, ridisegnò completamente la carta geografica del continente. Tra i nuovi stati che videro la luce in quell’occasione vi fu la Cecoslovacchia. Essa venne creata con  il trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919) accorpando alcune regioni, storicamente separate, dei vecchi Imperi tedeschi, del Regno d’Ungheria e delle piccole nobiltà polacche. Il territorio si suddivideva così tra la Boemia e la Moravia, per cultura, etnia e lingua più vicine al mondo tedesco, la Slovacchia e la Rutenia subcarpatica, legate invece per storia al contesto slavo e magiaro, e Teschen di origine polacca.
La situazione variegata e per nulla omogenea della popolazione, con posizione dominante degli slovacchi e dei cechi, questi ultimi forti della designazione di Praga a capitale, non favoriva una buona conciliazione tra le diverse realtà regionali che componevano il giovane stato. Per di più il contesto generale della Mitteleuropa, uscito traumatizzato dal conflitto mondiale, non era di per sé fattore di stabilità. Una menomata Germania, le umiliate Austria e Ungheria da una parte e le rafforzate nazionalità polacca e rumena dall’altra erano tutti fattori di forte agitazione nel contesto geopolitico della zona e quindi elementi scatenanti di revisionismi e recriminazioni.
Se gli anni Venti erano passati senza troppi turbamenti, a fronte della moderata politica di Gustav Stresemann da parte tedesca e per merito della decisa politica della Piccola Intesa,[1] l’ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1933, mostrò all’Europa come la zona tra le Alpi e i Carpazi fosse un’area calda non meno dei cruenti Balcani. In questo senso la politica aggressiva nazista, dopo aver occupato militarmente la Renania nel marzo del 1936 ed essersi annessa l’Austria (Anschluss) nel marzo del 1938, puntava i suoi rapaci artigli sullo Stato cecoslovacco, serio baluardo contro l’espansione tedesca verso lo spazio vitale a Est (Lebensraum im Osten). Rispetto ai precedenti colpi di mano, Berlino però in questa circostanza doveva giocare la partita con molta più prudenza. Infatti oltre a una forte difesa naturale costituita dall’arco montagnoso al confine con la Germania e a una solida capacità economica e industriale (Škoda), la Cecoslovacchia poteva contare su un presidente incorruttibile come Edvard Beneš e sulle alleanze con Francia e Unione Sovietica, a cui Praga si sarebbe sicuramente appellata in caso di imminente minaccia tedesca.
Lo stato di cose portò quindi Hitler a progettare un piano molto sottile da abile giocatore d’azzardo quale era. Attraverso l’opera «squadrista» del partito nazista sudeto (Sudeten Deutsche Partei), capeggiato da Konrad Henlein, la Germania iniziò a reclamare la tutela della popolazione germanofona abitante nella regione dei Sudeti, che secondo le accuse tedesche, come minoranza, era oggetto di vessazioni da parte dello Stato cecoslovacco. In realtà gli oltre 3 milioni di tedeschi di questa zona, se da un lato si sentivano diversi dalla maggioranza boema e morava, dall’altra non avevano mostrato tutto quell’entusiasmo di separarsi da Praga e essere inglobati sotto la protezione totalitaria del Führer, che invece il movimento di Henlein con ostinazione diffondeva.
In questo clima, a tratti conciliante e a tratti aggressivo, davanti a una folla immensa Hitler il 13 settembre 1938 si profuse in un discorso molto violento in cui presentò richieste estreme di cessione territoriale, che Beneš non solo rifiutò, ma rigettò come vero e proprio ultimatum militare. A questo punto, dopo anni di tacita indifferenza, le diplomazie di Londra e Parigi, garanti dell’integrità e dell’indipendenza della Cecoslovacchia al tavolo della Pace, tentarono di intervenire per riportare a buoni consigli le pretese espansionistiche tedesche. Le astute argomentazioni del Führer, intervallando suppliche e minacce, e le azioni violente dei nazisti sudeti, presentate come difesa contro il razzismo antitedesco dei cecoslovacchi, portarono le grandi potenze europee a intervenire affinché si preservasse l’incerta pace, convinti della buona fede del cancelliere tedesco.
Neville Chamberlain, primo ministro britannico, iniziò quindi un’intensa trattativa per risolvere la questione senza l’uso delle armi. Il 15 settembre si recò nel rifugio alpino di Hitler a Berchtesgaden per incontrarsi con il dittatore. Questi si dimostrò risoluto nelle sue posizioni, disposto anche a intraprendere una guerra totale pur di salvare i connazionali dei Sudeti, tuttavia accettò una dilazione dei suoi propositi, per attendere le consultazioni del governo a Londra. Tornato in patria e ottenuto l’appoggio del suo esecutivo, il premier inglese si mise in contatto con il governo francese di Édouard Daladier e arrivò alla conclusione che per il mantenimento della pace era necessario sacrificare l’integrità della Cecoslovacchia. Per questo Londra e Parigi fecero intendere a Beneš che ogni ulteriore resistenza nazionale, avrebbe comportato da parte anglo-francese l’abbandono del suo popolo al proprio destino. In tale clima a Praga le reazioni a questa ipotesi furono decisamente negative creando inquietudine e instabilità, anche perché a questo punto anche la Polonia aveva la possibilità di inoltrare rivendicazioni su Teschen.
Nonostante la crisi non mostrasse via d’uscita, Chamberlain incontrò di nuovo Hitler il 23 settembre a Bad Godesberg, accordando la disponibilità di Gran Bretagna e Francia a favorire il Reich nei Sudeti. La risposta tuttavia, secondo il gioco al rialzo del Führer, era arrivata troppo tardi. Le agitazioni al confine, secondo Hitler, imponevano alla Germania di agire e farlo subito. L’inglese non sapendo come controbattere a questo nuovo ultimatum, chiese quindi il motivo dell’incontro e se fosse stato possibile un ulteriore rinvio dell’attacco. Il dittatore sembrò inamovibile, pronto a entrare nei Sudeti il 1° ottobre.
I contatti diplomatici tra i governi a questo punto si fecero febbrili, frammisti da dichiarazioni di disponibilità a mobilizzare le truppe in caso di guerra e tentativi di trovare un’ultima possibile conciliazione. Ecco quindi che Chamberlain cercò di giocare l’ultima carta e il 28 settembre chiese a Hitler e a Mussolini di superare la crisi in una conferenza internazionale per risolvere pacificamente la situazione.
La Gran Bretagna e la Francia, sentendosi impreparate di fronte a uno sforzo bellico lontano e impegnativo, scelsero la negoziazione a tutti i costi, puntando sulla reciproca simpatia che il Duce, considerato allora uomo saggio e moderato dalle democrazie occidentali, accordava al dittatore austriaco. In extremis per il giorno successivo venne convocata una conferenza a Monaco su proposta del «mediatore» Mussolini (in realtà su iniziativa del maresciallo Hermann Göring), spinto dall’impreparazione dell’Italia a una guerra su vasta scala e dal timore di un eccessivo rafforzamento della Germania. Facendo un grosso favore a Hitler, l’italiano era riuscito a convincere gli interlocutori diplomatici a un incontro con francesi, inglesi e tedeschi, senza però il coinvolgimento del governo di Beneš, che rimaneva escluso dalle decisioni finali. Questa scaltra mossa non poteva che indispettire la Cecoslovacchia, oggetto stesso del contendere, dovendo i rappresentanti valutare la legittimità delle rivendicazioni tedesche su una porzione del proprio territorio e quindi stravolgere l’integrità fisica e sociale del suo Stato sovrano.
Il congresso aprì la sessione dei lavori il 29 settembre, alla quale parteciparono le quattro delegazioni, anche se il peso dei padroni di casa si rivelò sin dall’inizio preponderante. Considerata l’impreparazione e la mancanza di coordinamento tra inglesi e francesi, Chamberlain e Daladier arrivarono a Monaco come semplici comparse, lasciando la scena alla teatralità di Hitler e di Mussolini. Il Führer ricevette di persona il dittatore italiano al confine di Kufstein, concordando con lui la linea politica da seguire e spettacolarizzò al massimo l’evento con ostentazioni e riviste militari.
Dopo un’intensa giornata dove Hitler si dimostrò sempre più intransigente sui suoi propositi, i rappresentanti dei quattro paesi convenuti firmarono l’accordo (ricalcando quasi alla lettera i contenuti espressi nell’ultimatum di Bad Godesberg) con dei protocolli esecutivi aggiuntivi, nei quali si sanciva il passaggio della regione dei Sudeti al Reich a partire dal 10 ottobre, senza che il governo di Praga potesse esprimere obiezioni. Tale cessione comportava per la Cecoslovacchia la perdita di una superficie di oltre 25.000 kmq, costituita da una regione ricca di risorse minerarie e di vitale importanza militare, in quanto unico baluardo naturale nei confronti di un’eventuale successiva aggressione tedesca sull’intero paese.
In maniera ingenua Chamberlain e Daladier si reputarono soddisfatti e non mossero riserve, anche perché il Führer ribadì in quella circostanza di chiedere solo cittadini tedeschi, non cecoslovacchi. Assicurò che questa sarebbe stata la sua ultima pretesa territoriale, avendo sanato in pieno le ingiustizie della Conferenza della pace del 1919, che aveva reso i suoi compatrioti stranieri tra loro e soggetti a paesi diversi. Mussolini insieme al ministro degli Esteri, nonché suo genero, Galeazzo Ciano tornò in Italia pieno d’orgoglio per il ruolo di arbitro internazionale ricoperto, ma vide di cattivo auspicio il largo entusiasmo degli italiani verso la pacifica soluzione raggiunta. Cosciente dell’impreparazione del suo paese per una possibile nuova guerra, concretizzò ancora di più il forte allineamento tra Italia e Germania, che porterà alla firma del «Patto d’acciaio», sancendo un’alleanza difensiva-offensiva e consacrando le due nazioni come sorelle, solidali e compagne sia in pace che in guerra.
Anche Chamberlain, al rientro in patria, fu accolto trionfalmente come garante della pace, a fronte anche della firma di un patto di reciproca amicizia tra Germania e Regno Unito, siglato sempre a Monaco il 30 settembre. Appena sceso dall’aereo in un commovente discorso, esibendo alla folla di curiosi e di giornalisti la firma di «Herr Hitler» accanto alla sua sui trattati, il premier non mancò di lodare oltre misura quello che in realtà era un simulacro giuridico come un atto di concordia e di pace. Tra le poche voci critiche oltre la Manica, si alzò quella di Winston Churchill, allora senza incarichi governativi, il quale sostenne, in un discorso polemico tenuto davanti alla Camera dei Comuni il 5 ottobre, che non si stava profilando la fine, ma l’inizio di un incubo: «Regno Unito e Francia potevano scegliere tra la guerra e il disonore. Hanno scelto il disonore. Avranno la guerra».
Come era facilmente intuibile per il futuro premier britannico, Hitler fino ad allora aveva solo ripetuto il suo ritornello preferito e sei mesi dopo l’accordo siglato a Monaco, il Führer gettò la maschera e occupò la Boemia e la Moravia. L’avanzata fu fulminea e il 15 marzo le truppe tedesche entrarono a Praga. L’annessione ora comprendeva territori mai appartenuti a stati tedeschi, annullando qualsiasi scusante di tipo nazionale o etnico. Il presidente ceco Beneš venne obbligato a dimettersi e a esiliare; al suo posto i tedeschi crearono un protettorato tedesco in Boemia e Moravia e il governo fantoccio filonazista (primo di una lunga serie) del monsignor Jozef Tiso nell’«indipendente» Slovacchia. L’annullamento della Cecoslovacchia se da una parte cancellava una costruzione artificiale della Pace di Parigi, dall’altra dava un pesante colpo non solo alla stabilità d’Europa e alla «santità dei trattati» (per usare le parole del ministro britannico Antony Eden, fortemente critico verso l’Appeasement), ma ai concetti stessi di libertà e democrazia. L’occupazione infatti garantiva ai tedeschi un numero ragguardevole di uomini validi da utilizzare come schiavi, ampie risorse economiche e un trampolino di lancio verso Est, avendo annullato un altro impedimento strategico alla propria avanzata, che doveva con la conquista dello spazio vitale, portare alla costruzione della «Grande Germania».
Di fronte alla barbaria nazista i governi britannico e francese non si rivelarono all’altezza delle responsabilità di cui erano portatrici e furono incapaci di reagire, ancora nella speranza di preservare «la causa della pace» nella logica ingenua del dialogo e della sincerità dei propositi hitleriani. Per di più questa estrema arrendevolezza delle democrazie occidentali lasciò il diritto internazionale in balia degli eventi. Se tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939 Ungheria e Polonia si annettevano alcune porzioni di territorio cecoslovacco ai loro confini, anche l’Italia nella primavera del 1939 volle saldare i conti con le sue rivendicazioni, attaccando e occupando l’Albania. Stessa logica seguì Stalin, che nella politica antibolscevica del governo conservatore di Londra non era stato né considerato, né interpellato a proposito delle trattative sulle sorti dei Sudeti. Per questo  motivo l’Unione Sovietica si sentì autorizzata anch’essa a trattare con Hitler, per preservare e rafforzare il suo fianco europeo, questa volta a spese degli Stati baltici e della Polonia. Era la prova generale della guerra, ormai con una Germania consolidata nelle sue posizioni strategiche e con in campo potenti forze armate, in procinto di terrorizzando il mondo.


[1] L’alleanza, nata contro il revisionismo ungherese nel 1920 tra Cecoslovacchia e Jugoslavia, a cui si aggiunse poi anche la Romania, negli anni Trenta trovò la sua principale ragione nell’ostacolare l’espansionismo tedesco, anche grazie all’appoggio politico esterno della Francia.

martedì 19 marzo 2013

La difesa di Ancona Pontificia: un nuovo volume


Presentato
 al Cenacolo Marchigiano di Roma, lo scorso 16 marzo 2013, il volume di Massimo Coltrinari, 
L'ULTIMA DIFESA PONTIFICIA DI ANCONA
7-29 SETTEMBRE 1860
La fine del potere temporale dei Papi nelle marche.
 Tomo I La piazzaforte
Roma, Editrice Nuova Cultura, 2012, pag. 346
per informazioni sul volume:www.storiainlaboratorio.blogspot.com
 Il volume è anche presente al bar Belli, al passo della Somma, sopra Spoleto

sabato 9 febbraio 2013

Comunicazioni della Presidenza


PROGRAMMA DI MASSIMA DELLE ATTIVITA’  GENNAIO-GIUGNO 2013

GENNAIO
Lunedì 28                   Conferenza a cura del Magg. Gen. Massimo COLTRINARI.
Ore 16,30                    Tema: “L’8 settembre in Albania”. 1^ Parte del ciclo dedicato ai Reparti Militari dell’Umbria nella 2^ G.M..
 
FEBBRAIO
Mercoledì 13              Udienza del S. Padre in Vaticano. Viaggio in pulman organizzato da   Mons. G.Rotondi  Cappellano dei CC di Perugia. Partenza ore 5,00 e rientro in giornata. Costo a persona € 30,00 compreso il viaggio, pranzo, colazione e ricordo per il Papa. Programma dettagliato in Sezione. Prenotazione e versamento quota entro il 31 gennaio p.v..

Mercoledì 20
Ore 17,00                   Incontro con Padre Maurizio BUIONE, Teologo dell’Ordine dei Passionisti di Madonna della Stella. Tema “ La Fede in Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI”.

Martedì 28                  Partenza settimana Bianca presso la Base Logistica dell’Esercito di COLLE ISARCO.  9° Turno: 28 feb- 6 mar. – Mezzi propri.
Prenotazione in Sezione entro il 31 gennaio p.v..

MARZO                     Visita presso lo Stabilimento Militare del Munizionamento Terrestre di Baiano di Spoleto, in data e modalità da definire con l’Ente. 

APRILE                                 .
Lunedì 22                   Conferenza a cura del Magg. Gen. Massimo COLTRINARI
ore 17,00                    Tema: “La Divisione Perugia” 2^ parte del ciclo.  

MAGGIO                  Conferenza sulla produzione industriale delle armi in Italia, a cura del Ten. Gen. DE FILIPPIS ing. Renato.
Tema: “ Realtà produttive per la DIFESA nel 1861” , del ciclo “ Il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito”. 1^ Parte. Data e ora da definire con il Conferenziere.
GIUGNO
Lunedì 10                   Conferenza a cura del Magg. Gen. Massimo COLTRINARI.
Tema: “Salvare il salvabile”. 3^ Parte del ciclo.  

Visita alla Base della Marina Militare di Taranto. In corso la definizione della pratica per le autorizzazioni e della definizione delle date. Riserva del programma da acquisire in Sezione non appena disponibile.

NOTA            Il programma può essere suscettibile di varianti, per motivi di forza maggiore e/o per proposte di ulteriori iniziative da parte dei Soci. E’ importante, pertanto, volersi tenere costantemente informati presso la Sezione telefonando al n. 0743-224227 e/o attraverso la posta elettronica.

ORARIO DI APERTURA             
   Lun- Mar.  10,30 – 12,30     Merc.  18,00 – 20,00  Ven. 19,00 -20,00

domenica 3 febbraio 2013

Programma Attività e Vita della Sezione


           

Carissimi Soci,
nel segno e nel ricordo nel cuore di Franco e M. Grazia, ci accingiamo ad affrontare questo nuovo anno UNUCI con spirito sereno e voglia di continuare a fare. Il calendario 2013 vuole  essere soprattutto un segno di profondo affetto per i nostri due AMICI “che sono andati avanti”,  ancor, prima di essere stato un impegno doveroso per realizzare un preciso e sentito  desiderio di Franco che, fin dall’inizio del 2012, non mancava mai di esternarlo. Spero che la veste che gli è stata data, nella grafica e nel contenuto, abbia incontrato l’ apprezzamento anche da gran parte di voi.
Sento ancora  il dovere di ringraziare sentitamente tutti quei Soci che con il proprio voto hanno voluto concedermi la fiducia nell’affidarmi la guida della Sezione per il prossimo quinquennio. Un ringraziamento particolare mi è gradito rivolgere al 1° Cap. F.Pais e al 1° Cap. M. Bucca per la preziosa collaborazione che mi hanno costantemente assicurata nell’incarico di Commissario Straordinario, contribuendo a rendermi il compito, considerate le circostanze del momento, meno gravoso e più leggero.
Come pochi di voi sanno, la mia carriera di militare da Ufficiale del Corpo Ingegneri dell’Esercito si è svolta nel settore tecnico degli armamenti terrestri, nel ramo armi e munizioni, assolvendo incarichi previsti negli Stabilimenti ed Enti a carattere industriale e negli Organi Centrali della Difesa, a predominanza di personale dipendente civile. Seppur la mia preparazione professionale si differenzia necessariamente da quella acquisita e posseduta dall’Ufficiale d’arma, come lo siete in gran parte di voi provenienti dal servizio permanente e dal complemento, tuttavia i valori di amor patria che ci portiamo dentro impressi a fuoco nel nostro animo ci accomunano e ci rendono orgogliosi di appartenere a quella grande e numerosa Famiglia che sono le Forze Armate Italiane. Appartenenza che non riteniamo gelosa, esclusiva ed impenetrabile, ma aperta a quanti nutrono nell’animo e condividono con noi gli stessi valori e sentimenti di amore e rispetto per le Istituzioni.
E il nostro Sodalizio è l’espressione genuina di questa magnifica realtà, avendo nel proprio seno due mondi – militare e civile - che si incontrano, condividono e vivono in armonia questi nobili e sublimi sentimenti. 
  
L’anno in corso si presenta difficile e pieno di sacrifici, come è evidente dalla storia di tutti i giorni. Ma questo non significa rinunciare ai nostri ideali, aspirazioni e propositi, ma piuttosto ci spinge a porci la domanda “cosa posso fare io per l’Italia perché diventi migliore,  più equa e più giusta socialmente?” Ed io vorrei poter rispondere a tale domanda attraverso la voce del nostro Sodalizio con iniziative e partecipazione attiva di tutti noi agli eventi più significativi della nostra Città, proponendo e sviluppando temi di particolare interesse in stretta sinergia con le altre istituzioni locali, quali il Comune, la Scuola, la CRI, la Protezione Civile, le Associazioni, ecc.. Per realizzare  tutto questo la Sezione ha la necessità di avvalersi del prezioso contributo di pensiero e di fatti di ciascuno di noi, nessun escluso, che potrà essere assicurato tanto meglio quanto più assidua sarà la   frequentazione degli incontri tra di noi, punto fondamentale per la conoscenza reciproca e l’arricchimento dei valori. A tergo è riportato il programma delle attività che vi propongo per il 1° semestre, nel quale  volutamente ho lasciato ampio spazio per le iniziative e le proposte che attendo da voi per renderlo più ricco e più vicino alle aspettative che risulteranno maggiormente condivise.
Perciò vi lascio con il mio saluto più affettuoso aspettandovi in Sezione ed invitando chi ancora non ha provveduto al versamento della quota sociale, ferma attualmente a € 50,00, a farlo, preferibilmente presso la Sezione oppure tramite l’allegato bollettino postale, aggiungendo in tutta libertà un modesto quanto gradito contributo volontario per il funzionamento della Sezione.     
                   IL PRESIDENTE DI SEZIONE
                  B. Gen. (r) ing. Antonio CUOZZO        

martedì 29 gennaio 2013

Un progetto per ricordare Franco Fuduli, presidente

Nel giugno 2012 si era ipotizzato di stampare il volume della Storia del Reggimento "Cacciatori delle Alpi" con le opportune presentazioni ed integrazioni al fine di dare consistenza e documetazione alla presenza militare a Spoleto ed in special modo quella del 52° Reggimento di tradizione e stampo Garibaldino. Un progetto che con la morte improvvisa e drammatica del Presidente Fuduli è stato momentaneamente sospeso.
Dopo la elezione del gen. Antonio Cuozzo, in una riunione informale tenutasi ieri in occasione della Presentazione del Volume sull'Armitizio in Albania", al fine di per ricordare la figura di Franco Fuduli e di sua moglie Maria Grazia da parte della Sezione UNUCI di Spoleto, si è presa in considierazione l'ipotesi di adattare il progetto di cui sopra, realizzandolo nella sua architettura generale e introducento note ed interventi che ricordino la figura di Franco Fuduli come Presidente della Sezione di Spoleto.
 Le modalità sono allo studio e qualcheduna già indiduata.
Gli Autori sono quelli istituzionali: Mario di Spirito ed Antonio Cuozzo, con la collaborazione di tutti i soci, con capofila Massimo Coltrinari ed Osvaldo Biribicchi. Inoltre Sante Dionigi, presidente del Circolo Filatelico Numismatico "G. Romolin" metterà a disposizione il volume sul 52° reggimento.
 Il manoscritto in prima bozza dovrebbe essere pronto entro la fine di marzo per la prima lettura. Al riguardo una riunione operativa è già da adesso convocata per il 10 Aprile, lunedi alle 15,30 presso la sede UNUCI in occasione della conferenza sugli uomini della "Perugia"

martedì 22 gennaio 2013

Volume: L'Armistizio in Albania. Presentazione lunedi 28 gennaio 2013 ore 16,30. In sede

Per il ciclo dedicato agli eventi armistiziali del 1943, viene presentato il libro "l'8settembre "in Albania. La crisi Armistiziale tra impotenza, errori ed eroismo.8 settembre - 7 ottobre 1943.
Il volume ha la prefazione dell'Ambasciatore di Albania in Italia e l'introduzione dell'Addetto Militare della stessa ambasciata.
La presentazione assume la veste  di un cordiale incotro con l'Autore
Si riporta una breve sintesi  del volume di Alessandra Verdecchia




La collana Storia in Laboratorio, diretta da Massimo Coltrinari, presenta il libro L’“8 Settembre” in Albania – La crisi armistiziale tra impotenza, errori ed eroismo   8 Settembre – 7 Ottobre 1943, scritto dallo stesso Coltrinari con l’obiettivo di condurci alla lettura ed alla conoscenza delle vicende storico-militari originatesi a conseguenza dell’armistizio dell’8 Settembre 1943, che sul piano storico segnò la chiusura dell’alleanza tra Italia e Germania, mentre su quello militare portò l’esercito italiano ad una vera e propria crisi armistiziale che lo stesso autore non esita a definire “una disfatta morale prima di una sconfitta militare e politica”.

Dalle pagine del libro traspare in più passi come la citata crisi armistiziale, attorno alla quale ruota l’intero testo, può essere considerata una vera e propria tragedia. I soldati italiani si videro abbandonati a se stessi e compresero che il loro destino sarebbe stato esclusivamente determinato dalle proprie scelte, anche individuali e forse, in parte, anche sull’aiuto del popolo albanese. Cosa fare a questo punto? Accettare gli ordini e arrendersi ai tedeschi? Aderire alla vecchia alleanza tentando di dare vita all’ultima stagione del fascismo? oppure, scegliere la strada della montagna dando sostegno a quei movimenti di resistenza che in quegl’anni emergevano tanto in Italia e Albania come altrove?
Particolare attenzione viene riservata dall’autore all’analisi delle vicissitudini che hanno interessato le sei Divisioni che al momento dell’armistizio si trovavano stanziate in Albania e che coltivavano come unica speranza quella di tornare al più presto in patria: la Divisione “Parma”, la “Arezzo”, la “Puglie”, la “Firenze”, la “Brennero” e la Divisione “Perugia”. A tal proposito Coltrinari si sofferma, in modo dettagliato, sulle esperienze dirette vissute da ogni singola divisione. Ad esempio la Divisione “Parma” era impegnata nella difesa della città di Valona, ma alla fine si arrese; mentre la Divisione “Arezzo” nel Corciano, decise di rimanere fedele alla vecchia alleanza; la Divisione “Puglie”, invece, fu oggetto di rappresaglie e venne lasciata al suo destino in Kosovo; la Divisione “Firenze” non si arrese e nel Settembre 1943 combatté una dura battaglia contro i tedeschi prima di unirsi alla lotta sostenuta dall’Esercito di Liberazione Albanese; la Divisione “Brennero”, invece, fu rimpatriata dai tedeschi, prima a Trieste e poi a Venezia, per poi decidere di essere internata in Germania; per concludere l’attenzione viene lasciata alla Divisione “Perugia” che, dopo aver tenuto il porto di Santi Quaranta fino all’Ottobre 1943, resistendo come gli era stato ordinato, fu abbandonata a se stessa e al suo tragico epilogo nonostante nei suoi ultimi giorni di vita avesse respinto un massiccio attacco tedesco in mare.

Il testo in analisi, oltre a proporre una descrizione puntuale degli eventi realmente accaduti, mira a trovare risposta agli innumerevoli  “perché” sorti dai tanti fatti storici e dallo studio degli stessi, soffermandosi esclusivamente su prove documentali e non su versioni memorialistiche di comodo o di parte, in quanto solo in questo modo è possibile pervenire ad una memoria comune e condivisa tra tutti i partecipanti della Guerra di Liberazione, con riguardo ai fatti che hanno caratterizzato lo stesso Conflitto Mondiale. Lo sforzo dell’autore si presenta meritevole proprio in questo senso, perché a distanza di ormai molti anni dalle vicende belliche le mozioni ideologiche si presentano scolorite, tempo opportuno allora per l’indagine dello storico. In modo che dalla correttezza nell’esposizione dei fatti possa, sperabilmente, “nascere” un passato davvero condiviso. 
                                                                                        Alessandra Verdecchia 




domenica 20 gennaio 2013

Annuncio. Ciclo di Conferenze sull'armistizio del 1943

In occasione del 70° anniversario degli eventi della crisi armistiziale del 1943, la Sezione organizzerà un ciclo di conferenze dedicate agli eventi armistiziali, con particolare riguardo ai reparti umbri che furono coinvolti nelle operazioni fuori del territorio nazionale, come la Divisione "Perugia", composta prevalentemente da soldati umbri. Verranno messe a a fuco e ricordate figure di Ufficiali e di soldati umbri che si sono distinti in queste operazioni, attraverso la presentazione di volumi che descrivano le loro odissee.
 per informazioni rivolgersi in Sezione, oppure a ricerca23@libero.it

Grandi Manovre in Umbria nel 1882. Restaurata la Foto ed il vestio della Regima Margherita




Presentazione della maxi foto restaurata dalla pro Foligno
“Grandi manovre nell’Umbria”
e del vestito della Regina Margherita indossato per l'occasione 

Presso il Circolo Ufficiali della Caserma Gonzaga del Vodice, sede del Centro di Reclutamento dell'Esercio, sono stati presentati due opere restaurate dal Centro di Restauro di Foligno, promosso dalla Associazione Pro Loco di Foligno


Le grandi Manovre di sono svolte nel 1882 ed hanno visto impegnati circa 60.000 uomini, schierati a partiti contrapposti, ordinati su quattrocorpi d'Armata. La foto presenta le truppe schierate al termine delle manovre, mentre vengono passate in rivista dal Re. Queste manovre sono importanti perchè nell'ottobre successivo fu istituito lo Stato Maggiore del Regio Esercito in forma ufficiale, con a capo il gen. Cosenz che quindi, fu il primo Capo di Stato Maggiore dell'esercito










Oltre alla foto, che meriterrbe uno studio sotto il profilo storico.milirare aprofondito, è stato restaurato il vestito che la Regina Margherita indossò al gala dato a Palazzo Trinchi a Foligno in occasione delle Grandi Manovre.
L'intervento di recupero è stato abbastanza impegnativo data il modello e la moda di allora. Per l'occasione è stato indossato da unVFP del Centro di Reclutamento, che in verità ha svolto questo compito in modo encomiabile. 


A fare da cavaliere alla Regina Marghrita è stato chiamato un Granatiere del Battaglione "Cengio" di stanza a Spoleto, in uniforma storica, con tanto di Colbacco e equipaggiamento relativo. Ne è venuto fuori un quadro veramente degno di nota


Hanno preso la Parola il Comandante del Centro di Reclutamento, il Gen. Matteis, che ha sottlineato come il Centro è sempre stato ed è attento alla relatà locale, e volentieri ha dato la corniche per presentare due opere di una attività che è molto sentita a Foligno, sopreatutto quella del cucito.


Ha preso poi la parola per i saluti esponenti della Comunità locale e la Presidente della Pro Loco di Foligno che ha voluto sottolineare come aspetti peculiari della realtà di Foligno devono essere curati e preservati per alimentare il senso di identità e di appartenenza




L'intervento del gen. Massimo Coltrinari ha avuto il significato di dare un quadro generale al contesto storico in cui devono essere inserito i due reperti restaurati. I punti trattati sono stati, L’Esercito Italiano nel 1882, dall’Armata Sarda all’Esercito Italiano 1861, la Guerra del 1866 e la Scuola di Guerra 1867, la Presa di Roma 1870 e la riforma Ricotti Magnani 1873,  dall’Ordinamento Ricotti Magnani all’ordinamento Ferrero  (1884), e le Principali caratteristiche dell’Esercito Italiano 1882, come la Istituzione della carica di Capo di SM 1882 (29 Luglio 1882), lo Stato Maggiore e le armi Combattenti, la Organizzazione Logistica, in paricolare il servizio di sanità, il servizio di commissariato, il servizio veterinario, il  servizio postale, il servizio cartografico tutti elementi che sono ricordati sulla foto restaurata; infine un rapido sguardo alla alla esigenza delle Grandi Manovre negli anni '80 dell'ottocento, sempre in relazione alla foto presentata.

La tradizionale consegna di oggetti ricordo, ha concluso la
      manifestazione, seguita da un attento e selezionato pubblico.









martedì 8 gennaio 2013

Osvaldo Biribicchi


“Nous sommes dans un cul-de-sac”
storia di Lucia Ottobrini

Maria, Leda, nomi di battaglia di Lucia Ottobrini, Medaglia d'Argento al Valor Militare, la prima gappista italiana che, sistematicamente, a partire dal 9 settembre 1943, ha condotto azioni individuali e di gruppo contro i nazifascisti. È una delle quattro ragazze, assieme a Carla Capponi, Marisa Musu e Maria Teresa Regard, dei Gruppi di Azione Patriottica fondati a Roma dopo l'8 settembre 1943. Nel libro L'ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, Donzelli Editore, la Ottobrini è citata quattordici volte. Leggendo questo libro sulla Resistenza romana rimasi subito incuriosito dalla figura di questa giovanissima combattente, per metà alsaziana e metà romana. La immaginai forte, determinata, forse anche spietata, di poche parole e, al tempo stesso, generosa e di grande sensibilità d'animo. Due posizioni contrastanti tra loro. Ma chi era e chi è questa donna che non riuscivo ad inquadrare perfettamente? Cercai altri libri, articoli di giornale per conoscerne meglio la storia, la vita. La svolta c'è stata quando, grazie all'amico Giovanni Cecini, autore del Libro I soldati ebrei di Mussolini edito da Mursia, ho conosciuto il Professore Mario Fiorentini, classe 1918, insigne matematico, esponente di spicco della Resistenza romana ed italiana, decorato con tre Medaglie d’Argento al Valor Militare, tre Croci di Guerra al Merito, la Medaglia Donovan dell’Office of Strategic Services (USA), la Medaglia della Special Force (Regno Unito) e, cosa più importante, marito di Lucia Ottobrini. L’incontro, già di per sé eccezionale, con il Professor Fiorentini mi ha consentito di conoscere Lucia di persona. Alla travolgente loquacità di Mario, fonte inesauribile di aneddoti e storie legate al suo passato di combattente, affascinante affabulatore che, con incredibile disinvoltura, passa da argomentazioni matematiche a temi legati alla cultura, all'arte, al teatro, all'impegno sociale, fa da contrappunto la austera riservatezza di Lucia. Lei, cattolica convinta, tollerante verso le altri fedi religiose, non ama parlare del suo passato in generale né, tanto meno, di quel tragico periodo che va dall'8 settembre 1943 al 15 giugno 1944 in cui fu protagonista prima della guerriglia urbana a Roma poi, dopo la nota azione di Via Rasella, della guerra partigiana in montagna, nel settore Tiburtino.
Lucia, seconda di nove figli, nasce nel 1924 a Roma ove vi rimane fino all'età di cinque mesi, ossia fino al momento in cui i suoi genitori decidono di trasferirsi in Francia, a Mulhouse, una ricca e laboriosa città dell'Alsazia meridionale, a ridosso delle frontiere con la Svizzera e la Germania, dove i bisnonni materni erano emigrati alla fine dell'Ottocento ed avviato una solida attività commerciale. Mulhouse è una città a vocazione industriale e mineraria che, negli alterni passaggi di mano, dopo la Grande Guerra era tornata a far parte della Francia. È in questa città, ove convivono sfruttati e mal pagati minatori ed operai italiani, polacchi, cecoslovacchi e francesi, che Lucia cresce e si forma, ove acquisisce quella coscienza sociale, quella sensibilità verso gli emarginati verso i più deboli che non l'abbandoneranno più e andranno a formare la base su cui poggerà il suo successivo impegno politico, la sua lotta armata contro il nazifascismo, contro le ingiustizie. La famiglia di Lucia, comprendendo in questo termine anche i tanti cugini e zii, è bella e numerosa. Tutti si vogliono bene e, soprattutto, sono molto uniti fra loro e con la comunità italiana di Mulhouse. Una vecchia foto di famiglia, in bianco e nero, scattata in occasione di un matrimonio, li ritrae tutti insieme, vicini, stretti. Nell'osservare la foto, si rimane affascinati, oltre che dal ragguardevole numero di componenti di questa famiglia, dai volti sereni delle persone, dagli sguardi fieri. Tutti, grandi e piccoli, eleganti nei loro abiti, sono caratterizzati dalla compostezza di portamento, segno esteriore di una agiatezza raggiunta attraverso non pochi sacrifici ed un duro ed intelligente lavoro. Ebbene, con l'occupazione della Francia, nel 1940, da parte dei tedeschi, questa famiglia viene direttamente e tragicamente colpita, spezzata dai nazisti. Alcuni parenti ebrei vengono brutalmente prelevati nelle loro case, deportati e gasati ad Auschwitz. Idealmente, è come se quella foto in bianco e nero venisse stracciata.
Per Lucia è un colpo particolarmente duro che le fa crescere dentro una rabbia sorda, profonda verso ogni forma di prepotenza, di arroganza, di ingiustizia. A seguito di questi eventi, Lucia ed i suoi fanno ritorno a Roma, in una casa assegnata loro dallo Stato nel periferico e povero quartiere di Primavalle.
È un periodo di grande avvilimento. I genitori vanno alla ricerca di un lavoro, lei è assunta come operaia alla Zecca dello Stato. L'avvicinamento all'antifascismo avviene attraverso la conoscenza, nella primavera del 1943, del giovane Mario Fiorentini di famiglia ebrea piccolo-borghese. Fiorentini è in contatto con gli ambienti culturali ed artistici della città. È in amicizia con scrittori come Ugo Betti, Giorgio Caproni, Francesco Jovine, Sibilla Aleramo, Sandro Penna e Vasco Pratolini; con pittori come Vedova, Turcato, Guttuso, Purificato. Conosce registi, quali Squarzina, Lizzani, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi, Mario Landi ed attori di teatro e cinema come Gassman, Lea Padovani, Nora Ricci, Caprioli e Bonucci. L'intesa fra i due giovani è immediata, naturale; si completano a vicenda. Lucia, educata e cresciuta in un ambiente sociale avanzato, multireligioso; che parla correntemente, oltre all'italiano, il francese ed il tedesco; che considera la Francia, messa in ginocchio dai nazisti ed aggredita dall'Italia, la sua seconda patria; che ha avuto nella sua numerosa famiglia dei parenti ebrei deportati e gasati ad Auschwitz; lei alsaziana proveniente da una realtà che l'ha portata a conoscenza, ancor prima degli stessi ebrei piccolo-borghesi romani, delle spaventose realtà dei campi di sterminio nazisti, accoglie con estrema naturalezza i principi antifascisti. Nella prima metà del 1943 frequenta, insieme a Mario Fiorentini, gli ambienti culturali ed artistici di Roma e partecipa alle prime azioni politiche: comizi lampo e manifestazioni di protesta. Il primo incarico politico, affidatogli da Laura Lombardo Radice, consiste nella raccolta di indumenti, medicine e cibo per i prigionieri politici. Nello stesso periodo, Mario entra in contatto con gli antifascisti di “Giustizia e Libertà”, di ispirazione democratica e repubblicana. Ed è nelle file di questo movimento politico, dal carattere popolare ed interpartitico, che, dopo la caduta del Fascismo nell'agosto del 1943, Lucia, Mario e Franco di Lernia, guidati da Fernando Norma, partecipano agli Arditi del Popolo. All'appuntamento dell'8 settembre 1943, quando i tedeschi occupano Roma, Lucia arriva dunque preparata: politicamente, spiritualmente e militarmente. Lei, rispetto a Mario, che in seguito sarebbe diventato suo marito, il compagno affettuoso della sua vita, agli altri giovani intellettuali, ai suoi coetanei è politicamente in vantaggio per il semplice motivo che ha conosciuto prima di loro, in Alsazia, la brutalità dei nazisti. La Ottobrini, fortemente ideologizzata e con un bagaglio di sofferenze anche più pesante e tragico di quello di Mario, che pure aveva subito le leggi razziali, che aveva visto, il 16 ottobre 1943, portar via brutalmente dai nazisti i suoi genitori i quali solo fortunosamente erano riusciti ad evitare la deportazione ad Auschwitz, non esita nemmeno un istante a scendere in campo contro gli occupanti. Il 10 settembre, dopo che si erano spenti i furiosi combattimenti iniziati la notte dell'8 con l'attacco dei paracadutisti tedeschi alle postazioni del I Reggimento Granatieri nei pressi del ponte della Magliana e proseguiti a Porta San Paolo, Lucia e Mario sono in via del Tritone, all'angolo di via Zucchelli, ad osservare muti ed angosciati il transito dei carri armati e delle truppe tedesche di occupazione. Lo sfilamento non è ancora terminato che Mario prende Lucia per un braccio ed esclama “nous sommes dans un cul-de-sac”. Subito dopo, vanno alla Pineta Sacchetti, al Flaminio, a Monteverde a raccogliere le armi abbandonate nelle caserme, soprattutto bombe ed esplosivi. In questa particolare e concitata ricerca, gli iniziatori della guerriglia urbana sono guidati da un Ufficiale dell'Esercito, il Tenente Prat. Ai primi di ottobre del 1943 è, insieme a Mario Fiorentini, tra i fondatori dei Gruppi Armati Patriottici Centrali i quali hanno lo scopo di indebolire il potenziale bellico nazista a Roma ed impedire che la “Città Aperta” venga utilizzata per il transito delle colonne di rifornimenti dirette al fronte. I GAP romani sono quattro, divisi in otto zone che coprivano l'intero perimetro urbano; ognuna di esse ha un comandante militare, un commissario politico ed un responsabile organizzativo.
La Ottobrini partecipa alle più importanti ed audaci azioni militari dei GAP romani. Fra le più importanti e conosciute, senza contare i ripetuti improvvisi attacchi a colpi di bombe agli automezzi e carri armati tedeschi in sosta ed in transito per il fronte, quella del 4 marzo 1944 davanti alla caserma dell'81° Reggimento di fanteria in via Giulio Cesare, per ottenere la liberazione dei civili arrestati; l'attacco, il 10 marzo, al Battaglione “Onore e Combattimento” della Guardia Nazionale Repubblicana in via Tomacelli; l'attacco in via Rasella, il 23 marzo 1943, alla Compagnia del Reggimento di Polizia SS “Bozen”, formato da altoatesini che avevano optato per la cittadinanza tedesca. Questa azione è pianificata da Fiorentini, fondatore e comandante del Gap Centrale Antonio Gramsci. 
L'attacco, fulmineo, portato a termine da diciassette gappisti, fra cui la Ottobrini e la Capponi, comandati da Carlo Salinari, provoca la morte di trentatre tedeschi, ventotto sul colpo e cinque in ospedale a causa delle gravissime ferite riportate. Un centinaio i feriti. Nessun gappista, invece, rimane ucciso o ferito; nessuno viene catturato. In via Rasella si svolge una vera e propria battaglia. Dopo aver fatto esplodere l'ordigno al passaggio dei militari, i gappisti attaccano a colpi di bombe e d'arma da fuoco i tedeschi, ingaggiano con questi una violentissima sparatoria. Ogni SS ha  cinque o sei bombe a mano appese alla cintola. Anche queste scoppiano e contribuiscono ad accrescere il numero delle vittime. La compagnia SS viene praticamente annientata da un manipolo di guerriglieri che, dopo l'azione, svanisce nel nulla. I tedeschi sono furibondi, dal punto di vista militare il durissimo attacco subito, peraltro nel cuore di Roma, è uno smacco umiliante mai accaduto prima nelle città dell'Europa occupata. Il giorno dopo segue la fulminea tremenda rappresaglia tedesca alle Fosse Ardeatine, ove vengono trucidate 335 persone di età compresa fra i 14 ed i 75 anni. Dopo l'azione di via Rasella, “Maria” e “Giovanni”, ricercati dai nazisti, vengono inviati dalla giunta militare del CLN a dirigere le operazioni nella zona di Tivoli e Castelmadama.  Intanto, a pochi chilometri da Roma, ad Anzio, gli Alleati sbarcati due mesi prima, alle prime luci del 22 gennaio 1944, sono ancora li, inchiodati dai tedeschi. I romani che aspettavano da un momento all'altro l'ingresso degli anglo-americani in città avrebbero dovuto aspettare sino alla domenica del 4 giugno.
Di quel periodo, Lucia ricorda, con il dolore nel cuore, i terribili devastanti bombardamenti americani che si abbattevano quotidianamente sulla povera gente, quella stessa gente che l'8 settembre 1943 aveva festeggiato l'armistizio come la fine di un periodo buio, che aveva visto in quell'armistizio il ritorno a casa di figli e mariti dai lontani fronti di guerra e guardato con ottimismo all'immediato futuro. Lei non comprendeva il senso di quelle devastazioni che colpivano duramente più la popolazione che i tedeschi. Tivoli fu quasi interamente rasa al suolo, case ed ospedali distrutti. Dopo quei bombardamenti, viene inviata sulle alture di Castel Madama per dirigere un nucleo partigiano al quale è affidato il compito, fra gli altri, di preservare una centrale idroelettrica che i tedeschi intendono far saltare. "Niente di particolarmente eroico", afferma in una intervista, "eravamo gente costretta a lottare e non guerrieri in cerca di gloria".
 Sempre di questo periodo, il Professor Fiorentini ama raccontare la pietà di Lucia sia nei confronti dei civili, stremati dai continui, quanto inutili, bombardamenti anglo-americani, che dei tedeschi. A questo riguardo, racconta di quando Lucia, con il cuore straziato, vide una colonna di giovanissimi soldati germanici che, provati dai durissimi combattimenti, stanchi ma orgogliosi, cantavano “Andiamo a casa dove staremo bene”. Nell'ascoltare questa struggente canzone, la gappista alsaziana che capiva il tedesco scoppiò a piangere. In questo episodio è, forse, racchiusa la complessa e profonda personalità di  Lucia Ottobrini.
Sulla sua scelta politica e militare di combattere il nazifascismo, ha dichiarato: “La principale motivazione della mia scelta antifascista fu sicuramente l'entrata in guerra contro la Francia, la mia seconda patria, l'infamia di un'aggressione contro un Paese che era stato già piegato dai tedeschi. Poi le leggi razziali. Molta gente, specie nel "popolino", aveva creduto in una matrice proletaria del fascismo e in una certa propensione ad occuparsi della povera gente e questo spiega il consenso di massa che il fascismo, e il fascino personale di Mussolini, avevano conseguito. Con i fallimenti della campagna di Grecia e di Russia, si capì subito però che la guerra non sarebbe stata la passeggiata imprudentemente promessa. Fu il fatto di aver passato la prima parte della mia esistenza in un ambiente proletario e i miei trascorsi in Francia, che fecero maturare in me la coscienza di stare dalla parte degli operai e del popolo”.
Nel 1953 le è stata assegnata la medaglia d'Argento al Valore Militare con la seguente motivazione:
"Ottobrini Lucia di Francesco e di Domenica De Nicola, Roma, classe, 1924, partigiana combattente. Giovane e ardimentosa partigiana, dava alla causa della Resistenza a Roma e nel Lazio, apporto entusiastico e infaticabile. Raccoglieva e trasportava armi, procurava notizie, contribuiva validamente alla organizzazione di numerosi atti di sabotaggio. Con coraggio virile non esitava ad impugnare le armi battendosi più volte a fianco dei compagni di lotta, sempre dando esempio di impareggiabile ardimento e facendosi ricordare tra le figure rappresentative della Resistenza romana. Zona di Roma, settembre 1943- giugno 1944)".
Ad oltre sessantacinque anni di distanza da quei dolorosi giorni in cui tutti, uomini e donne, furono chiamati a delle scelte difficili e drammatiche, in Lucia rimane un profondo senso di umanità. Un senso di pena per tutte le vittime di quel periodo, compresi quei giovani tedeschi, di cui parlava la lingua, che con la paura nel cuore cantavano “A casa, a casa, che li staremo meglio”.