venerdì 27 aprile 2012
Spoleto e l'anniversario dell'Unita d'Italia
IL PASSAGGIO DELL’UMBRIA DALLO STATO PREUNITARIO ALLO STATO NAZIONALE
1860
IL RUOLO DI SPOLETO
Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entrava a Napoli e proclamava chiaramente che dopo il potere borbonico avrebbe abbattuto il potere temprale dei Papi, ovvero marciare e conquistare Roma. Il processo unitario italiano aveva avuto la sua nascita nel 1799 con la formazione delle repubbliche filofrancesi. A Vienna veniva ripristinato il potere temporale dei Papi ma il sentimento nazionale si sviluppo per tutta la prima metà dell’ottocento.
Sconfitto nel 1848-49, si sviluppò attraverso quello che fu definito il decennio di preparazione. Papa Pio IX con gli altri regni conservatori si opponeva ad ogni forma di unità nazionale.
Nel 1859 La Francia scese in campo per aiutare i protagonisti del processo unitario e con l’Armistizio di Villafranca sembra tutto compromesso. Ma nel maggio 1860 l’iniziativa Garibaldina , voluta dal partito progressista, volta a portare la rivoluzione nel meridione, altera ogni cosa. . Napoli in mano garibaldina apre nuovi scenari.
L’equilibrio europeo poteva essere fortemente alterato da questa iniziativa. La Francia, e soprattutto, l’Austria, non avrebbero permesso un simile affronto al Soglio pontificio ed erano pronte ad intervenire. Era necessario fermarlo.
Cavour colse questa occasione che l’iniziativa progressista e rivoluzionaria gli offriva e offri a Napoleone III la soluzione per mantenere la situazione in equilibrio. Il 31 agosto 1860 due suoi plenipotenziari, Cialdini e Farina si recarono a Chambery ove incontrarono Napoleone II. Esposero il piano del primo ministro sardo, che consisteva nello scendere nella bassa Italia, attraverso l’Umbria e le Marche, non toccare il Lazio e incapsulare la rivoluzione garibaldina nell’alveo moderato. Napoleone vedeva in questo un ridimensionamento dell’influenza austriaca in Italia e una limitazione del potere del Papato, a tutto vantaggio della Francia, che avrebbe sicuramente portato nella sua orbita il nuovo Stato. Sembra che in questa occasione abbia pronunciato la famosa frase “Fate, ma fate presto”.
Ottenuta l’approvazione francese, il Cavour operò immediatamente, in una situazione ad alto rischio in quanto non si era certi dell’atteggiamento dell’Austria. Posto a difesa della Lombardia e del restante territorio sabaudo il grosso dell’Esercito (147.000 uomini) incaricava Manfredo Franti di organizzare una forza di invasione che doveva conquistare, in una prima fase le marche e l’Umbria, e successivamente scendere nel meridione per andare incontro a Garibaldi e fermarlo.
Fanti organizzò questa forza su due Corpi d’Armata (Lastrina 21) il IV, al comando di Enrico Cialdini ( 20.000 uomini) che doveva operare lungo la litoranea adriatica con obiettivo Ancona; il V, al comando di Enrico Morozzo della Rocca, (15.000 uomini) che doveva invadere l’Umbria con obiettivo Perugia nella loro marcia dovevano conquistare e rendere inoffensive le piazzaforti pontificie catturane le guarnigioni, sostituendole con forze sarde. La 13a Divisione, al comando di Raffaele Cadorna , doveva operare lungo la dorsale appenninica con compiti di collegamento e raccordo con i due Corpi d’Armata.
La difesa pontificia era in mano al generale francese Cristoforo de La Moricière, l’eroe di Costantina e delle guerre per la conquista del nord Africa e l’inventore del corpo coloniale degli Zuavi. Il piano di difesa approntato nel maggio-giugno 1860 prevedeva di lasciare Roma e il Lazio alla difesa delle truppe francesi (Gen. Goyon, 15.000 uomini), mentre tutte le forze operative pontificie furono stanziate in Umbria sull’asse terni, Spoleto, Foligno perugia. La 1a Brigata (3500 uomini, al comando del Gen. De Pimodan, a terni; la Brigata di Riserva ( 3000 uomini, gen. Cropt, a Spoleto-Foligno, la 2a Brigata (3000 uomini, gen.Schimdt, quella che si era resa protagonista delle sanguinose giornate del 1859 a Perugia passate alla storia come “le stragi di Perugia) tra Foligno Città della Pieve e Perugia. Quartier Generale, baricentro, a Spoleto. La 3a Brigata operativa ( 3500 uomini, al comando del gen. De Courthen), a Macerata ed Ancona con elementi irradianti in tutte le Marche per controllare il territorio da ogni insorgenza e per assicurare i collegamenti con Ancona e quindi con l’Austria. La minaccia principale era l’azione garibaldina da sud, materializzatesi alla fine di agosto, e tutto il dispositivo sia operativo che quello ancorato sulle piazzeforti era orientato a sud. L’Esercito Pontificio aveva già sconfitto i garibaldini. Durante la sosta a Talamone, Garibaldi sbarco un contingente di 60 uomini al comando dello Zambianchi con il compito di portare la rivoluzione nello stato pontificio, a sostegno della sua azione da sud. Queste forze furono disperse il 19 maggio 1860 dal de Pimodan al comando di una colonna di gendarmi e cavalleria alle Grotte di Castro, e i garibaldini furono costretti a riparare in Toscana.
L’11 settembre, dopo un ultimatum di Torino al Governo Pontificio, naturalmente respinto, iniziano le operazioni di invasione, al comando del Fanti mentre la Flotta al comando del Persano lascia Napoli destinazione Ancona. Cialdini in breve si rende padrone di Pesaro e Fano e macia su Senigallia che raggiunge il 14 settembre.
Le truppe del V Corpo d’Armata, non da meno, operarono celermente. Varcato il confine con la Toscana, primo obiettivo era occupare Città di Castello, che fu conseguito alla sera del 12 settembre; senza por tempo in mezzo le forze di Morozzo della Rocca puntarono su Fratta che fu investita e conquista nella giornata del 13. A sera le truppe sarde erano in grado di minacciare Perugia.
A fronteggiarle si era diretta la Brigata del gen. Schimdt pontificia, ma presto dovette ritornare su i suoi passi e rinserrarsi a Perugia.
Intanto le forze pontificie stanziate in Umbria, si erano radunate, nei giorni 11 e 12 settembre e avevano preso la strada per Macerata ed Ancona, via Colfiorito, tanto che alla sera del 13 settembre l’Umbria non aveva più truppe operative pontificie. Il loro intento era di raggiungere Ancona, rinserrarsi e dare vita ad un assedio, per permettere ad Austria e Francia di intervenire. Durante la marcia su Ancona, De La Moricière riceve un dispaccio da Roma che lo informa che “L’Imperatore ha dato ordine a truppe di fanteria di imbarcarsi a Tolone”. Questo viene interpretato come il primo segnale dell’intervento francese. In realtà tali truppe servono solo a rinforzare la guarnigione francese di Roma.
Certo che i Francesi non si sarebbero mossi dal Lazio, Morozzo della Rocca il 14 settembre diede l’assalto a Perugia, alla fortezza Paolina che, in virtù dell’ardimento e del valore del I Reggimento Granatieri, ove trovo gloriosa morte il cap. Ripa di Meana, medaglia d’oro alla memoria, fu conquistata. La guarnigione pontificia si arrese e Morozzo della Rocca potè comunicare a Fanti che il suo obiettivo era stato raggiunto. Ma la situazione era in movimento e tutto il V Copro d’Arma, oltrepassa perugia e il 15 settembre raggiunge Foligno. Qui si riordina e organizza colonne di marcia per raggiungere, via Colfiorito, sulle orme delle truppe pontificie, Ancona. Mentre inizia a valicare l’Appennino, Morozzo della Rocca distacca un colonna, al comando del generale Brignone, con il compito di conquistare Spoleto.
Lo scopo di questa azione era quello di crearsi, per le forze Sarde, un avamposto in funzione antifrancese. Infatti la conquista di Spoleto avrebbe permesso di sbarrare alle massime distante eventuali azioni francesi o anche pontificie, anche se queste erano estremamente improbabili. Avere le spalle coperte era essenziale, in caso di alterazione della situazione generale. Nessuno poteva assicurare che Napoleone III non avrebbe, sotto la pressione del partito cattolico, cambiato politica e deciso l’intervento. In questo caso la situazione sarebbe precipitata e il Regno di Sardegna avrebbe dovuto fronteggiare a nord la minaccia, o l’intervento, dell’Austria,a sud l’intervento Francese. Il Due corpi d’Armata avrebbero, secondo il piano di Fanti, assunto una nuova funzione. Il IV, operante nelle Marche, si sarebbe ritirato verso le Romagne ed avrebbe costituito il fianco sud del fronte contro l’Austria; il V Corpo operante in Umbria, passati gli Appennini, percorrendo la litoranea adriatica, avrebbe assunto il ruolo di unità di riserva del IV Corpo Tutte queste operazioni sarebbero state svolte nel presupposto che i Francesi sarebbero stati fermati, con arresto temporaneo, a Spoleto, dalle unità ivi stanziate. Questo il significato ulteriore del distaccamento della colonna Brignone per la conquista di Spoleto
La Rocca spoletina è difesa, come vedremo, da un battaglione di Irlandesi, il Battaglione San Patrizio. Cattolici ferventi e determinati, oppongono una serie resistenza, e solo dopo reiterati assalti, il 17 settembre 1860, Brignone si rese padrone di Spoleto. Fu una azione precisa e persistente, ed efficace, volta soprattutto a por termine nel più breve tempo possibile la resistenza pontificia, anche per il desiderio del gen. Brignone di riunirsi al più presto alle unità del V Corpo per partecipare agli eventi che lui considerava principali della campagna.
Con la conquista di Spoleto e il passaggio dell’Appennino da parte del V Corpo d’Armata, che aveva lasciato guarnigioni nelle principali piazzeforti pontificie conquistate, si completa il passaggio dell’Umbria dallo stato preunitario allo stato nazionale; in pratica viene a finire il potere temporale dei Papi, iniziato dieci secoli prima.
Contemporaneamente, il 18 settembre i pontifici furono sconfitti a Castelfidardo e, con i due corpo d’armata convergenti su Ancona, la piazzaforte cadde il 29 settembre, in virtù anche dell’Azione del Cialdini e del Persano Il re arrivò ad Ancona il 3 ottobre e con questo gesto la campagna di invasione per l’annessione dell’Umbria e delle Marche ebbe termine.
Fatto l’Italia occorreva fare gli Italiani e in questo ruolo si distinsero le Forze Armate che nei 50 anni successivi cementarono il sentimento di unità nazionale e che messo a dura prova nella Prima Guerra Mondiale, si affermò definitivamente, al costo di gravi sacrifici, con la vittoria del 1918.
Spoleto, centro della difesa pontificia
Se per la parte sarda, Spoleto era una piazzaforte da conquistare per trasformarla subito in un punto di difesa nel quadro generale delle operazioni nelle Marche, Spoleto nel 1860 fu un centro essenziale per la difesa pontificia.
Per la sua posizione e per la sua organizzazione come piazzaforte, erede di un grande passato, Spoleto fu scelta dal de La Moricière come Quartier generale dell’Esercito Pontifico, in posizione baricentrica rispetto a Roma ed Ancona, le due principali piazzaforti dello Stato: la prima che permetteva di tenere i contatti con la Francia, la seconda che permetteva di tenere i contatti con l’Austria; Francia ed Austria erano le due potenze cattoliche che in caso di bisogno, secondo i responsabili pontifici, sarebbero accorse a difendere il Papa, come già era avvenuto nel biennio rivoluzionario 1848-1849.
Dopo aver assunto il comando dell’Esercito il giorno di Pasqua del 1860, e svolto la più fervida attività per rendere o strumento militare atto a fronteggiare la minaccia descritta in precedenza, ai primi di settembre 1860 le forze pontificie erano così composte e distribuite sul territorio.
I Brigata , con quartier generale a Foligno, al comando del gen. Schmidt, così articolata:
. 2° Reggimento di linea, su due battaglioni
. 2° Reggimento di linea esteri, su due battaglioni
. 6a Batteria , su sei pezzi
. Una compagnia di Gendarmeria mobile
. Un distaccamento di Gendarmeria a cavallo
In totale quattro battaglioni di fanteria, una batteria e una compagnia rinforzata di gendarmeria.
II Brigata , con quartier generale a Terni, al comando del gen. De Pimodan, così articolata:
. I Battaglione Cacciatori
. II Battaglione Cacciatori
. II Battaglione Bersaglieri
. I Battaglione Carabinieri Svizzeri
. mezzo Battaglione Franco-Belga (Cacciatori)
. due Squadroni di Dragoni
. uno Squadrone di Cavalleggeri
. 11a Batteria su sei pezzi
In totale quattro battaglioni e mezzo di fanteria, tre squadroni di cavalleria, ed una batteria
III Brigata , con quartier generale a Macerata, al comando del gen. De Courten, così articolata:
. I Battaglione Bersaglieri
. II Battaglione Bersaglieri
. I Battaglione Fanteria di Linea
. II Battaglione Fanteria di Linea
. uno Squadrone di Gendarmeria
. 7a Batteria su sei pezzi
. 10a Batteria su sei pezzi
Brigata di Riserva, con quartier generale a Spoleto, al comando del gen. Cropt, così articolata:
. 1° Reggimento di linea esteri, su due battaglioni
. I Battaglione Volontari Pontifici a cavallo
. II Battaglione Volontari Pontifici a cavallo
. 8a Batteria su sei pezzi
Le piazzeforti erano presidiate dalle seguenti forze
Ancona, con la guarnigione composta da:
.. IV Battaglione Bersaglieri Austriaci
.. metà del V Battaglione Bersaglieri Austriaci ( in via di completamento)
.. metà del Battaglione di San Patrizio (Volontari Irlandesi)
.. 1a Compagna del 2° Reggimento fanteria esteri
.. 2a Compagna del 2° Reggimento fanteria esteri
.. Una Compagnia di Gendarmeria mobile.
Pesaro, la cui guarnigione era composta da 600 uomini;
Perugia, la cui guarnigione era composta da 500 uomini;
Orvieto, la cui guarnigione era composta da 200 uomini;
Viterbo, la cui guarnigione era composta da 600 uomini;
Spoleto, la cui guarnigione era composta da 800 uomini;
San Leo, la cui guarnigione era composta da 200 uomini;
Pagliano, la cui guarnigione era composta da 200 uomini;
Civita Castellana, la cui guarnigione era composta da 200 uomini;
A Roma, per i servizi di guardia vi erano circa 300 uomini, due compagnie meno, del 1° Reggimento di Fanteria esteri.
Tranne il Battaglione San Patrizio, che era suddiviso nelle guarnigioni di Spoleto, Perugia ed Ancona, i battaglioni erano ordinati su otto compagnie.
In totale le forze disponibili assommavano a 16 battaglioni, più due mezzi battaglioni, di cui 14 operativi in quanto due battaglioni dovevano essere assegnati alla guarnigione di Ancona.
Sotto il profilo logistico la situazione era abbastanza seria. Il servizio sanitario praticamente inesistenza, disponendo di poche ambulanze; i treni di equipaggi mancavano in assoluto; l’armamento individuale lasciava a desiderare, in quanto uno solo dei battaglioni era armato con carabina “miniè”, mentre un altro era armato con carabine svizzere che richiedevano un approvvigionamento particolare, aggravando quindi il sistema di sostegno logistico; due battaglioni e mezzo erano armati con fucili rigati; i rimanenti con fucili ad anima liscia, ormai superati. Il Governo Pontificio fece ogni sforzo per avere dalle potenze europee amiche armamento adeguato, ma tutto fu inutile.
L’artiglieria era stata formata in fretta; quella da fortezza aveva in retaggio pezzi delle epoche precedenti, spesso inutili o inefficienti o assolutamente superati; quella da campagna era in condizioni precarie; ogni pezzo era tirato da quattro cavalli; quando necessitava il tiro a sei si dovevano requisire cavalli o buoi, con scompensi non indifferenti; gli uomini, poi, erano scarsamente addestrati e l’impiego tattico dei pezzi lasciava molto a desiderare.
Il morale era un problema costante. Dover tenere uniti uomini provenienti da vari paesi europei, che parlavano diverse lingue, ma soprattutto avevano formazioni e motivazioni diverse rappresentava uno sforzo costante che i Comandanti pontifici dovevano fare e la loro azione di comando, spesso era compromessa da eventi esterni.
Uno di questi fu la comunicazione, giunta ai primi di settembre, “di S. M. l’Imperatore Francesco Giuseppe indirizzata agli Ufficiali ed ai soldati dei quattro battaglioni bersaglieri reclutati in Austria, (che) venne a gettare qualche esitazione tra loro, e fra i reggimenti di lingua tedesca. Ciò era avvenuto, a mio avviso, per una falsa interpretazione del pensiero di S. Maestà. Ma siccome nella citata circolare prevedevasi il caso in cui il nostro esercito assalito da forze superiori, vedesse trionfare la rivoluzione, e si prometteva a coloro che avessero gloriosamente resistito e combattuto fino all’ultimo momento di riceverli nell’esercito austriaco, in cui la maggior parte aveva già servito, certe immaginazioni lavoravano su questo tema. Licevasi che S. Maestà prevedendo il caso in cui la rivoluzione doveva trionfare, ciò provava che noi avevamo essere assaliti, ad una volta, dalla parte del Nord e dalla parte del Sud, e che non saremmo sostenuti da alcuna potenza. E ciascuno misurava dal suo coraggio la lunghezza della resistenza che bisognava fare per ottenere i promessi vantaggi. Gli avvenimenti dovevano ben tosto metter fine a queste preoccupazioni senza danneggiare tuttavia il deplorevole effetto.”[1]
Se questo era vero per i soldati di lingua tedesca, lo era ancor più per gli Irlandesi che componevano la guarnigione di Spoleto. Nel corso delle operazioni, nel momento in cui tutte le forze presero la via delle Marche, si sentirono quasi abbandonati, ed il morale ne fu intaccato. La loro resistenza fu breve anche per questo, in quanto non si vedeva prospettive di sorta ed ogni sacrifico appariva inutile.
La difesa dello Stato nel 1860 era un vero problema. Spoleto come centro della organizzazione di questa difesa vide i grandi sforzi fatti dal de Merode e dal de la Moricière per dotare lo stato Pontificio di un esercito degno di questo nome.
Le difficoltà incontrate nel riorganizzare l’esercito pontificio partendo sulle basi dell’ordinamento esistente furono tantissime; né è espressione la frase, già citata, del De Merode, che pressappoco suona così “ il voler introdurre riforme in vaticano sarebbe lo stesso che pulire le piramidi d’Egitto, con uno spazzolino da denti”. Una frase che da la misura della quantità di resistenze incontrate, anche nell’ora del pericolo, da chi sovraintendeva alla organizzazione militare.
Nelle Forze Armate pontificie è sempre presente il dualismo tra l’elemento italiano, che sostanzialmente non credeva in una difesa armata diretta, e l’elemento straniero, soprattutto dei legittimisti francesi e belgi, che invece volevano battersi direttamente a difesa del Soglio Pontificio. Tutta l’opera di rinnovamento e preparazione fu un opera di riorganizzazione che dovette pagare lo scotto di questa frattura interna allo Stato pontificio.
La riorganizzazione dell’Esercito ebbe momenti veramente interessanti dal punto di vista della partecipazione e dell’entusiasmo di chi credeva nella difesa diretta dello Stato, tanto che il ricordo di quei mesi, in tutto sei, riecheggiò per molti decenni a venire ed anche oggi in Francia e in Belgio se ne hanno echi.
La riorganizzazione si estese ad ogni ramo dipendente dal Ministero delle Armi, fu lodevole, energica, ma arrivava in ritardo. Come è sempre stato e sempre sarà anche in questo caso si dimostra che un ordinamento militare non si improvvisa nè si modifica con le sole doti di chi lo presiede, ma che occorrono programmazione, pianificazione tempo ed ambiente favorevole. Uno Stato che non cura le sue Forze Armate e le tiene a livello tale da fronteggiare le possibili minacce reali e potenziali, secondo convenienza, è destinato a soccombere se non a scomparire.
In questo contesto Spoleto rappresentava sempre uno dei punti di riferimento della attività messa in atto dal De La Moricière e dai suoi diretti collaboratori.
Le prime attenzioni furono dedicate ai Quadri dell’Esercito, di cui in parte già si è detto; per avere volontari si davano spalline da ufficiale a chiunque conducesse un gruppo di quaranta soldati; molti gradi furono dati a rappresentanti giovani della nobiltà e dell’alta borghesia. Con questi sistemi, però, si arrivò ad avere i quadri al completo di quattro nuovi battaglioni, quando se ne erano formati solo tre. Si pose rimedio ordinando il divieto, verso luglio, a qualsiasi arruolamento di ufficiali. Una ampia riesamina delle posizioni degli Ufficiali trovati in organico portò a pensionarne un numero discreto, nella constatazione che questi erano solo degli impiegati o funzionari atti alle cerimonie ed alle parate ma carenti su tutto il resto; i vuoti lasciati dal personale estromesso furono rimpiazzati con la promozione di ufficiali meritevoli o con volontari.
Le maggiori cure furono dedicate al reclutamento all’estero.
Sotto l’usbergo di una intensa propaganda, fatta verso i cattolici di tutta Europa incentrata sul tema della “crociata cattolica” contro i nuovi mussulmani quali erano definiti rivoluzionari italiani, si sollecitò l’arruolamento volontario, le rimesse in denaro e la raccolta d’armi da far affluire all’esercito. Anche queste iniziative approfondirono il solco con l’elemento romano ed italiano, che si vide sempre più messo da parte e soprattutto guardato con diffidenza, come potenziale traditore. Fu un grave errore. Oltre ad agire tra popolazioni ostili si perse quell’utile strumento che era l’elemento indigeno che poteva frenare e contrastare, con l’esempio, l’azione dei rivoluzionari.
Il reclutamento avveniva per lo più in Francia e in Austria.
A Vienna fu istituito un ufficio arruolamento presso la Nunziatura, con il beneplacito del Governo austriaco. Le reclute vestite ancora con la divisa o parti di esse austriaca, venivano concentrate a Trieste e qui, con vapori del Lloyd austriaco, fatte affluire in Ancona. Ancona, di conseguenza, divenne il centro principale di raccolta di austriaci, intendevano con questo nome tutti i volontari delle sedici nazionalità che componevano l’Impero d’Austria, o tedeschi in genere, ma anche di belgi ed irlandesi.
Da Ancona, dopo un primo sommario addestramento, le reclute venivano mandate ai vari corpi di destinazione. Ancona formò con questo sistema i 5 battaglioni bersaglieri austriaci, per un totale di 5 mila uomini, nonché il battaglione San Patrizio, che ebbe la sua stanza a Macerata. e poi inviati a formare la guarnigione di Spoleto
Il centro di reclutamento dei francesi e in parte dei Belgi ed Irlandesi, era a Marsiglia. Da qui le reclute venivano fatte affluire a Civitavecchia e quindi smistate ai corpi di destinazione. Civitavecchia formo il battaglione Tiragliatori o dei franco-belgi, nucleo base di quello che poi diverrà, nel dicembre del 1860, il reggimento degli Zuavi Pontifici. Inoltre fu creato, con i figli delle migliore famiglie dell’aristocrazia francese, un nucleo di cavalleggeri chiamato “Guide del De La Moricière”, che assolse anche compiti di stato maggiore e coordinamento.
Il reclutamento dei francesi creò qualche problema. I Francesi, tutti legittimisti, erano inclini alla critica ed alla discussione; ogni occasione era buona per sottolineare la loro superiorità ed erano fermamente convinti di essere superiori a tutti; come se ciò non bastasse manifestavano con grandi sottolineature il loro profondo disprezzo per i romani in particolare e per gli italiani in generale e questo, essendo legittimisti, si estendeva al Governo francese ed al suo esercito. Questo rendeva problematico ed impossibile ogni forma di convivenza con le forze francesi a Roma, creando ulteriori problemi[2]
Gli Svizzeri risposero con la tradizionale lealtà alla Santa Sede e si arruolarono in 4000, secondo il sistema di reclutamento ormai ben collaudo. Alimentarono soprattutto il battaglione “carabinieri esteri” che tanto si distinse nelle operazioni di settembre.
Gli Irlandesi si presentarono in buon numero tanto da poter formare un battaglione Tra costoro che si dimostrarono subito ottimi soldati e combattenti, però, vi erano anche molti disillusi, molti in cerca di avventure, alcuni malcontenti e un certo numero di delinquenti e facinorosi. Il comportamento di quest’ultimi fu tale che si ebbero diversi problemi con la popolazione civile e in qualche caso si mise a repentaglio la vita degli stessi Ufficiali d’inquadramento arrivando a dar vita a vere e proprie rivolte. L’imbarazzo per queste situazioni per il Governo pontificio fu notevole; a peggiorare le cose, molti trovarono gli ingaggi e le possibilità offerte al di sotto delle loro aspettative e non vollero arruolarsi. Il De La Moricière, con estrema decisione, impose la disciplina e risolse il problema rinviando in Irlanda chi non era in grado di dare un sicuro affidamento. Il battaglione di San Patrizio non risultò a pieno organico, ma si dimostrò compatto e degno della fierezza irlandese che ostentava ad ogni occasione.
Non vi fu un afflusso in massa da parte dei cattolici Spagnoli e Portoghesi. Uno dato oggettivo, se si pensa che a Castelfidardo nelle fila pontificie vi era un solo spagnolo. Certamente avrà influenzato questa non affluenza la situazione politica dei due Stati, la Spagna ed il Portogallo, in piena decadenza dopo i fasti del sei-settecento.
In tutto questo fervore di attività, non poteva non sorgere delle difficoltà e problemi che avrebbero potuto compromettere in gran parte il lavoro svolto. A Roma si presentò un personaggio pittoresco con un piano di arruolamento atto a formare un battaglione senza un preciso organico i cui componenti, desiderosi di combattere i nemici della santa sede, dovevano indossare una tunica con una gran croce sul petto, firmare una ferma temporanea di sei mesi, avere completa libertà di impiego e di istruzione, avere la possibilità di eleggere i loro ufficiali, adottare una bandiera propria. Era, in versione pontificia, quello che in campo sardo rappresentavano i volontari che accorrevano agli ordini di Garibaldi. Ma la situazione era alquanto diversa. Simili organizzazioni devono avere un fortissimo controllo, altrimenti non sono utili e possono solo fare danni. Il De La Moricière, valutando tutto ciò, impose delle condizioni molti restrittive ( nessuna bandiera, adozione del regolamento di disciplina, uniforme approvata dal Comandante in Capo ed altro). Questo portò a frizioni con l’elemento volontario francese, che in parte sosteneva il Cathelinau. La questione si protrasse fino alla fine di agosto fino a che il Cathelinau non fu allontano da Roma. Troveremo questo personaggio accanto al Quatrebarbes, ad Ancona a difesa della Dorica.
Per l’Artiglieria De La Moricière trovò maggior difficoltà. Constatò che non vi era la scuola di artiglieria, l’arsenale, i poligoni di tiro, ne armaioli abili nonché operai specializzati. Affidò l’organizzazione di questo settore al Blumensthil, la cui esperienza era assicurata in quanto aveva fatto la campagna di Crimea; essendo capitano nell’esercito francese e non avendo ottenuto il benestare a servire in quello pontificio, dette le dimissioni e subito fu promosso tenente colonnello. Come prima azione ci si ripromise di rimettere in funzione la celebre fonderia vaticana che nel passato aveva prodotto pezzi di artiglieria di gran valore[3]. Fu rimesso in ordine e a posto fucine, macchine, attrezzi e liberato di quanto non era di pertinenza. In un mese la fonderia cominciò a funzionare a fornire all’esercito i primi manufatti. Lo stesso fu fatto per i magazzini d’artiglieria dislocati accanto al Museo del Belvedere nella cinta leonina. Fu fatta una ricognizione di tutti i pezzi esistenti nelle piazze e risultò che gran parte di tale materiale era arrugginito, fuori uso, parte risalente ai secoli passati e per lo più inservibile; praticamente pochi i pezzi moderni.[4]
Il lavoro fu notevole e all’inizio delle ostilità il materiale da campagna in dotazione era accettabile. Consisteva in pezzi di bronzo da 6 rigati (sistema La Hitte), calibro 86,5 cannoni da 4 da montagna, modi 1859, cannoni da 18 da campagna, che venivano chiamati cannoni di riserva, obici da 120 mm .,
Per l’artiglieria da piazza si faceva assegnamento su cannoni, obici, mortai e petriere. I cannoni da piazza erano da 36, che lanciavano proietti dal peso di 22 kg , da 24 in ferro fuso e da 18 in bronzo; gli obici da 22 in ferro fuso ed in bronzo, da 16, da 12, da montagna, con un affusto di 100 chili sommeggiabile. Molto di questo materiale in precarie condizioni fu sostituito da cannone da 4 rigato. I mortai erano di quattro specie: da 320 mm ., da 270 mm ., da 220 mm ., da 150 mm ., e lanciavano proiettili, rispettivamente, da 72, 49, 22 15 chilogrammi ; le petriere da 410 mm.
Per l’Intendenza le cose non erano semplici. Scrive il Vigevano:
“Per ciò che riflette l’amministrazione del vestiario, risultando in generale il versamento giornaliero delle masse era troppo meschino, e che quindi specialmente le scarpe si trovavano in cattivo stato e che gli abiti erano logori e di varie foggie, allo scopo di far fronte all’occorrente in poco tempo, si ordinarono stoffe e confezioni anche all’estero e…..si prescisse il modo unico di confezionare e prelevare gli oggetti di vestiario e si ordinò la creazione a Roma di una sartoria militare centrale per vestiti, camicie, mutande, cravattini, borse di pulizia sotto la direzione diretta del Ministero delle Armi ed una sartoria succursale in Ancona, che doveva anche attendere a ritirare tutti i panni provenienti per mare dall’estero. Vennero stabilitigli oggetti da mettersi nello zaino, il modo col quale dovevano esservi disposti[5]i
Questa attività di organizzazione gestionale veniva affiancata da quella necessaria per far fronte a situazioni pregresse negative.
La Piazza, come in tutto lo Stato, vedeva frodi ed imbrogli in tutto quello che erano le forniture militari. Con la sartoria militare centrale ogni contratto preesistente fu rescisso Per il vitto le cose erano molto gravi. Il generale de La Moricière intervenne personalmente presso gli organi del Ministero per rescindere il contratto del pane per l’esercito. Aveva fatto analizzare ed esaminare da professori della Sapienza, a Roma, la composizione del pane fornito all’esercito e questi vi avevano trovato di tutto, tra cui polvere di marmo e terra, meno che la farina. Vi fu una forte tensione, e il de La Moricière dovette minacciare le dimissioni se non si provvedeva a rescindere il contratto e farne uno con altri fornitori onesti..
Oltre alla attività di riordino all’interno, molta attenzione fu rivolta all’estero, ove si chiese la maggior parte delle armi e del materiale occorrente.
Fu chiesto al Duca di Modena di inviare le proprie truppe, che assommavano a 3000 uomini, ancora in armi, ma ai primi di settembre ancora la questione non fu risolta ed il De La Moricière se ne ebbe a lamentarsi. La questione era abbastanza complessa. In un
Un'altra richiesta a Sovrani simpatizzanti per la causa pontificia fu inoltrata alla ex Duchessa di Parma. Tramite il conte Carini, che ne aveva informato il De La Moricière, si era appreso che la Duchessa aveva consegnato tutta la sua artiglieria al comandante della piazza di Mantova. Fu inoltrata una richiesta volta a convincere la Duchessa ed il comandante la piazza a cedere questa artiglieria o sotto forma di cessione o di prestito. Allo scoppio delle ostilità, ancora non si era ottenuto nulla.
In Belgio il de La Moricière, tramite il duca di Bisaccia, ligio alla causa del Papa, chiese di costruire una batteria di pezzi di riserva. Su questa scia, poco dopo, come vedremo più avanti, scrisse all’Imperatore d’Austria una richiesta per la cessione di artiglieria e materiali di equipaggiamento.
Tutta questa attività era incentrata sul fatto che il de La Moricière aveva sufficienti informazioni per constatare che i rivoluzionari erano ben sostenuti dall’Inghilterra e dal Regno di Sardegna. In una lettera ebbe a lamentarsi in questo modo:
“L’Inghilterra ed il Piemonte ne danno ai nostri nemici, La Francia non vuol fornirci nulla, non possiamo dirigerci che all’Imperatore d’Austria, pregandolo a vederci ciò che occorre per difendere lo stendardo di Lepanto, che noi porteremo da Loreto ad Ancona, se saremmo costretti a rinchiuderci in quella città” [6]
In tema di Fortificazioni, l’attività concernente il reperimento all’estero delle armi, munizioni ed equipaggiamento fu costante. Furono creati Comitati in Francia e in Austria oltre che nello Stato: in poche settimane fu possibile acquistare, con i fondi raccolti da questi Comitati, carabine e fucili rigati in Francia in Belgio e in Svizzera, mentre si insisteva con l’Austria per invio di bocche da fuoco per l’artiglieria. de La Moricière nominò apposite commissioni per l’acquisto di cavalli per l’artiglieria, muli per le ambulante presso le unità, nonché furono acquistati carri che dovevano seguire le unità in marcia. Questi carri furono destinati anche per il trasporto dei feriti e dei malati, ma si dimostrarono poco adatti.
Alla prova dei fatti, tutta questa attività si rilevò inutile.
Infine un ultima annotazione. Il Comandante della guarnigione di Spoleto, magg. O’ Really fu protagonista di una vicenda che vale la pena di ricordare. Fatto prigioniero a Spoleto, e portato in Piemonte, fu lasciato libero sulla parola. Rientrato nei ranghi pontifici, rimase nell’esercito fino al 21 settembre 1860, quando, congedato per lo scioglimento dell’esercito pontificio, rientrò in Irlanda. Qui imperversava in quei anni la carestia dovuta alla malattia delle patate. Decise di emigrare negli Stati Uniti; fece il viaggio nella stessa nave che trasportava la famiglia Kennedy , progenitori del Presidente degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti si arruolò nell’Esercito e fu manato nella Cavalleria, in quel 7 Reggimento Cavalleggeri che, al comando de gen. Caster, affronto le tribù indiane a Little Big Horne nel 1875. Qui cadde ucciso. Fonti accreditate americane sostengono che Toro Seduto si ornasse per molto tempo della Medaglia di Castelfidardo presa al maggiore O’Relly come trofeo e che il maggiore si era conquista a Spoleto.
[1] Relazione De La Moriciére.
[2] Come è facile constatare all’interno della compagine pontificia vi erano profonde fratture: quella tra i due partiti in seno al Governo, quella fra “indigeni” ed esteri nell’esercito, quella fra le varie nazionalità, ognuna altezzosa e intollerante. Questo on fece che minare in ampia misura ogni capacità di efficienza.
[3] Oltre ai cannoni, la fonderia era famosa per la produzione di campane, anche di grandi dimensioni. Un momento felice fu la fornitura delle placche della colonna Vendome a Parigi.
[4]Russo F., La difesa costiera dello stato pontificio dal XVI al XIX secolo, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1992
[5] Vigevano A., Campagna delle Marche e dell'Umbria, Roma, Stabilimento Poligrafico dell'Amministrazione della Guerra, 1923, pag. 120
[6] Vigevano A., Campagna delle Marche e dell'Umbria,cit., pag. 115
lunedì 30 gennaio 2012
Conferenza: La Guerra Italiana alla URSS
Martedi 31 Gennaio alle ore 17.00 Presso la sede dell'UNUCI, Caserma Garibaldi,
Massimo Coltrinari ed Osvaldo Biribicchi terranno una conferenza sul tema
LA GUERRA ITALIANA ALLA URSS 1941-1943
IL TRADIMENTO TEDESCO
I Camerati italiani traditi dai tedeschi in Russia
Nota:
La partecipazione dell’Italia alla guerra alla Urss (1941-1943) nel giugno 1941 , non richiesta dall’alleato germanico, non fu neanche gradita dai vertici militari tedeschi, convinti che la Urss crollasse in pochi mesi. Fermati a Mosca nell’inverno 41, la campagna di primavera richiese ai tedeschi maggiori forze, e furono costretti a richiederne ai loro alleati, ungheresi, romeni, spagnoli, croati, finlandesi ed italiani. L’Italia inviò altri 170.000 oltre ai 60.000 inviati nel 1941; questi uomini operarono sotto comando tedesco in Ucraina e nel dicembre 1941 erano attestati sul Don.
Il loro compito era quello di tenere, insieme agli alleati, la linea: in caso di attacco, resistere fino a che le forze mobili tedesche, attestate a tergo, intervenissero, e, tamponate le falle, lanciare la controffensiva.
Nel dicembre 1942 gli Italiani furono attaccati dai Sovietici (Operazione Piccolo Saturno). Ottemperano al compito tenendo la linea per oltre 10 giorni, fino al 21 dicembre. Le puntate offensive sovietiche sconvolsero,tra l’altro, le retrovie e l’organizzazione logistica dell’Asse. Le forze mobili tedesche, attirate dalla fornace di Stalingrado, non intervennero e gli Italiani, come i Rumeni e gli Ungheresi furono abbandonati a loro stessi, con in più il tradizionale disprezzo dei tedeschi verso tutti i loro camerati.
Stalingrado divorò tutto, ed i Tedeschi vi colsero la più grande sconfitta della guerra, figlia diretta dei loro errori strategici ( primo fra tutti la divisione delle forze). I Comandanti Italiani, privi di mezzi per affrontare una ritirata in inverno, anziché arrendersi sul posto dopo aver assolto il loro compito, nel constatare che i Tedeschi li avevano abbandonati, presero la decisione fatale: ritirarsi dalla linea del Don. Senza una adeguata struttura logistica alle spalle era pura follia ritirarsi. E fu tragedia: si perse il 54%, della forza, ovvero101.000 uomini (10800 prigionieri, il resto disperso, cioè morto durante la ritirata) su 191.000 e tutto il materiale. Le forze italiane furono distrutte. Il tradimento tedesco fu palese: abbandonare gli alleati per accorrere a salvare la loro 6a Armata accerchiata a Stalingrado senza alcuna considerazione per la sorte delle forze alleate fu la scelta tedesca. Questo tradimento, per noi italiani, è l’origine della tragedia di Russia, a cui si aggiunse la resistenza culturale dei Comandanti Italiani ad arrendersi, che era l’unica forma di salvezza possibile.
Tutta questa tragedia, poi, si giustificò in Italia, con lo scarso equipaggiamento in dotazione da parte italiana, a cui si aggiunse, da parte tedesca, i luoghi comuni soliti (italiano non guerriero, italiani brava gente; ecc.). Tutto per mascherare il tradimento consumato sul campo, ovvero l’abbandono al loro destino, quasi con disprezzo,da parte germanica dei camerati italiani, pensando solo ai propri interessi e convenienze.
La confErenza si basa sul testo di
Coltrinari M., La guerra italiana alla URSS. 1941-1943. Le Operazioni, Roma, Società Nuova Cultura, 2011, pag. 283, cartine, ill., euro 20. ISBM 9788861345744
che presenta questo indice
Presentazione, di Alessandro Cortese de Bosis
Prefazione, di Luigi Marsibilio
Ringraziamenti
Nota dell’Autore
Premessa
Introduzione
1. La guerra
2. La partecipazione militare italiana alla guerra contro la Unione Sovietica: la missione del
fascismo nella lotta al bolscevismo
3. L’avversario
4. L’ambiente
Capitolo I 1941. Le Operazioni del Corpo di Spedizione Italiano in Russia. (C.S.I.R.)
1. La Costituzione del Corpo di Spedizione Italiano in Russia.
2 Il quadro di battaglia del C.S.I.R alla data del 1 agosto 1941
3. La partenza dall’Italia e l’arrivo nella zona di radunata.
4. L’inserimento del C.S.I.R. nello schieramento tedesco.
5. La situazione operativa nell'agosto-ottobre 1941.
6. L'arrivo dell'inverno; considerazioni sull’impiego del C.I.S.R.
Capitolo II. 1942. Da un impegno non voluto ad un impegno richiesto
1. Le operazioni primaverili del C.S.I.R nella primavera del 1942 e la ripresa della offensiva da
parte Germanica.
2. La Costituzione dell'Armata Italiana in Russia – ARMIR - e le operazioni del giugno 1942.
3. Le operazioni dell’ARMIR dal giugno al novembre 1942. La Marcia verso il Don.
Capitolo III . 1943. Tutti i nodi vengono al pettine
1. La Seconda Battaglia Difensiva del Don.
2. L'attacco Sovietico contro l'8a Armata; la Battaglia di Logoramento (11 – 15 Dicembre 1942).
La Battaglia di Rottura (16 –19 Dicembre 1942) sul fronte del II Corpo D’Armata; l’attacco
contro il XXXV Corpo d’Armata; gli attacchi contro la Divisione “Celere”.
3. I Risultati degli attacchi sovietici. L’arretramento del Fronte. La Ricostruzione della linea
difensiva arretrata (21 Dicembre 1942) . Il Ripiegamento delle unità del XXXV e del XXIX Corpo
d’Armata. Il Blocco Nord ed il Blocco Sud.
4. L'attacco Sovietico contro l'8a Armata; la Battaglia di Logoramento (11 – 15 Dicembre 1942);
La battaglia di Rottura (16 –19 Dicembre 1942) sul fronte del II Corpo D’Armata; l’attacco
contro il XXXV Corpo d’Armata; gli attacchi contro la Divisione “Celere
Capitolo IV. Caduti, Dispersi, Prigionieri della Campagna di Russia:
1. Le Perdite in termini di materiali.
2. Le Perdite in termini di Personale.
3.Le ricostruzioni dagli anni sessanta alla caduta del muro di Berlino (1989).
4. La Ricostruzione dopo l’apertura degli Archivi Sovietici.
5. Un ulteriore tentativo di sapere le Perdite di questa Campagna
6. La situazione allo stato attuale.
7. Le Cause che hanno determinato questa cifra abnorme.
8. La ricostruzione delle cause dovuta all’UNIRR
Capitolo V. Un amaro bilancio
1.Era necessario partecipare alla campagna di Russia?.
2. I difficili rapporti con l’Alleato.
3. Un tentativo di individuazione delle cause di perdite così abnormi.
4. Una goccia in un immenso mare: la guerra italiana all’URSS
Postfazione, di Nelia Zamponi
Documenti: L’ordine di battaglia delle forze contrapposte
Bibliografia, a cura di Laura Coltrinari
Indice dei Nomi
Indice delle Illustrazioni
per informazioni ed ordini
lunedì 21 novembre 2011
Polacchi in Italia
ACCADEMIA POLACCA DELLE SCIENZE
CENTRO DI STUDI A ROMA
invita alla conferenza di
Prof. Jerzy Adam RADOMSKI
sul tema
I soldati del II Corpo d’Armata polacco
del Generale Władysław Anders
alle università italiane negli anni 1945-1951
la conferenza sarà preceduta dalla presentazione del libro di
Cristina MARTINELLI
“Salento d’altre storie”, Ed. Grifo 2011
introduce Ijola Hornziel Martinelli
la presentazione in collaborazione con Associazione Italo-Polacca di Roma (AIPRO)
Martedì, 22 novembre 2011, alle ore 18.30
presso il Centro di Studi dell’Accademia Polacca delle Scienze a Roma, vicolo Doria, 2 (Piazza Venezia)
R.S.V.P. tel.: 06.6792170 fax: 06.6794087 E-mail: accademia@accademiapolacca.it
venerdì 11 novembre 2011
Conferenza 16 novembre 2011 nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia
Mercoledi 16 novembre alle ore 17 presso la sede dell'UNUCI di Spoleto, Massimo Coltrinari terrà una conferenza dal tema
Il 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
La questione agraria: una questione che ha segnato la nostra storia unitaria
Il sillabus della conferenza è il seguente:
La spedizionde dei Mille: il confronto tra moderati (Cavour) e democratici e prgressiti ( Mazzini e Garibaldi).
Andrea Costa e la nasciat del socialismo. La tassa sul macinato
Bava Beccaris e le rivolte di Milano del 1996
Il regicidio del 1900
La Settimana Rossa del 1914 ad Ancona e nelle Romagne Mussolini socialista e Nenni repubblicano
L'11 novembre 1917: la fima di una cambiale. Il proclama del re alle Truppe
Il 1922. La marcia su Roma. La cambiale disattesa. la rivolta degli agrari e l'arrivo dell'uomo della provvidenza
Il 1943. la crisia rmistiziale, la guerra di liberazione la fine della guerra la scelta istituzionale
La repubblica e la soluzione della questione agraria.
lunedì 19 settembre 2011
Napoleone: la fase iniziale della seconda cmapagna d'Italia
Storia Militare III
Une armée n’est rien que par la tête ( )
Storia MIlitare III
Anche nella seconda campagna risalta, prima ancora che l’aspetto tattico, la grande intuizione strategica. Bonaparte, Primo Console, costituì in brevissimo tempo un’armata di riserva a Digione, valicò le Alpi dove nessuno lo aveva immaginato possibile, aggirò l’intera armata austriaca protesa dal Piemonte verso la Provenza sull’onda dei successi ottenuti l’anno precedente, realizzando così la sorpresa non solo in campo tattico ma addirittura strategico. Battè infine l’armata austriaca al comando del feldmaresciallo von Melas a Marengo (14 giugno 1800).
Marengo non fu però il capolavoro di Bonaparte che egli si sforzò di far credere, in verità riuscendoci. Tanto fu brillante la manovra che condusse l’armata francese nella pianura padana alle spalle degli austriaci quanto la condotta dello scontro di Marengo fu miope. Napoleone errò nella valutazione delle intenzioni del nemico e disperse le forze. Il Corpo di Desaix solo fortunosamente ritornò in tempo sul campo di battaglia.
La battaglia di Marengo non consentì l’annientamento dell’Armata di von Melas, lasciò i contendenti alla sera del 14 giugno sulle stesse posizioni sulle quali si trovavano al mattino, indebolì quasi nella stessa misura austriaci e francesi. Fu vinta da Bonaparte solo perché il Comandante in capo austriaco non trovò di meglio che arrendersi spontaneamente. Marengo non pose termine alla guerra che sarebbe terminata solo a febbraio dell’anno successivo (Pace di Lunéville), dopo la vittoria, questa sì determinante, del Generale Moreau a Hohenlinden nel dicembre del 1800.
Il felmaresciallo von Melas accumulò sbagli su sbagli:
• perse l’occasione di occupare la Provenza in primavera;
• sottovalutò l’Armata di riserva e non averla bloccata sulle Alpi;
• disseminò l’Armata in Piemonte e in Lombardia;
• accettò lo scontro invece di portarsi verso Mantova o Genova;
• suddivise la propria cavalleria, che era un punto di forza determinante;
• non effettuò ricognizioni sul terreno, pur avendo preso l’iniziativa;
• costituì colonne d’attacco “ad hoc” smembrando reparti organici;
• informò scarsamente i Comandanti in sottordine sul piano d’operazioni;
• non motivò i reparti alla vigilia della battaglia;
• abbandonò al nemico il giorno 13 sera proprio l’area di Marengo che il giorno dopo fu costretto a riconquistare a caro prezzo.
A Marengo anche Bonaparte non fu però immune da errori:
• non individuò a tempo le intenzioni offensive degli austriaci;
• distaccò tre Divisioni (Desaix e Lapoype) in inutili esplorazioni;
• non perseguì l’annientamento dell’Armata austriaca.
Une armée n’est rien que par la tête ( )
Storia MIlitare III
Luigi Manfredi
Anche nella seconda campagna risalta, prima ancora che l’aspetto tattico, la grande intuizione strategica. Bonaparte, Primo Console, costituì in brevissimo tempo un’armata di riserva a Digione, valicò le Alpi dove nessuno lo aveva immaginato possibile, aggirò l’intera armata austriaca protesa dal Piemonte verso la Provenza sull’onda dei successi ottenuti l’anno precedente, realizzando così la sorpresa non solo in campo tattico ma addirittura strategico. Battè infine l’armata austriaca al comando del feldmaresciallo von Melas a Marengo (14 giugno 1800).
Marengo non fu però il capolavoro di Bonaparte che egli si sforzò di far credere, in verità riuscendoci. Tanto fu brillante la manovra che condusse l’armata francese nella pianura padana alle spalle degli austriaci quanto la condotta dello scontro di Marengo fu miope. Napoleone errò nella valutazione delle intenzioni del nemico e disperse le forze. Il Corpo di Desaix solo fortunosamente ritornò in tempo sul campo di battaglia.
La battaglia di Marengo non consentì l’annientamento dell’Armata di von Melas, lasciò i contendenti alla sera del 14 giugno sulle stesse posizioni sulle quali si trovavano al mattino, indebolì quasi nella stessa misura austriaci e francesi. Fu vinta da Bonaparte solo perché il Comandante in capo austriaco non trovò di meglio che arrendersi spontaneamente. Marengo non pose termine alla guerra che sarebbe terminata solo a febbraio dell’anno successivo (Pace di Lunéville), dopo la vittoria, questa sì determinante, del Generale Moreau a Hohenlinden nel dicembre del 1800.
Il felmaresciallo von Melas accumulò sbagli su sbagli:
• perse l’occasione di occupare la Provenza in primavera;
• sottovalutò l’Armata di riserva e non averla bloccata sulle Alpi;
• disseminò l’Armata in Piemonte e in Lombardia;
• accettò lo scontro invece di portarsi verso Mantova o Genova;
• suddivise la propria cavalleria, che era un punto di forza determinante;
• non effettuò ricognizioni sul terreno, pur avendo preso l’iniziativa;
• costituì colonne d’attacco “ad hoc” smembrando reparti organici;
• informò scarsamente i Comandanti in sottordine sul piano d’operazioni;
• non motivò i reparti alla vigilia della battaglia;
• abbandonò al nemico il giorno 13 sera proprio l’area di Marengo che il giorno dopo fu costretto a riconquistare a caro prezzo.
A Marengo anche Bonaparte non fu però immune da errori:
• non individuò a tempo le intenzioni offensive degli austriaci;
• distaccò tre Divisioni (Desaix e Lapoype) in inutili esplorazioni;
• non perseguì l’annientamento dell’Armata austriaca.
sabato 17 settembre 2011
Napoleone ed i principi dell'arte della Guerra
Storia Militare II
Nel 1796 durante la guerra contro la prima coalizione (Inghilterra, Austria, Piemonte) il Direttorio riteneva che il fronte principale fosse a nord delle Alpi e considerava le operazioni dell’Armata d’Italia secondarie e destinate solo a fare cassa nella ricca Italia.
L’offensiva di Bonaparte ribaltò la gravitazione degli sforzi e le sue brillanti vittorie furono la dimostrazione della bontà della sua strategia. Contravvenne anche alle direttive del Direttorio che intendeva salvaguardare il Piemonte dei Savoia mentre egli volle neutralizzarlo e costringerlo a una pace separata. Partendo da Nizza arrivò quasi alle porte di Vienna. La sua genialità rifulse nella prima parte della campagna, quando aveva di fronte ancora le due armate piemontese ed austriaca.
Contro due armate, una austriaca di 40.000 uomini al comando del feldmaresciallo Beaulieu e una piemontese di 42.000 uomini al comando del feldmaresciallo Colli, avendo a disposizione 47.000 uomini in pessime condizioni, facendo leva sulla disciplina ma anche sulla promessa di onori e di bottino, riuscì a galvanizzare una truppa sfiduciata, senza soldo, senza viveri e senza scarpe, a separare le due armate, battere la piemontese costringendola, dopo appena un mese dall’inizio delle ostilità, all’armistizio di Cherasco e proseguire poi contro gli austriaci. Fu certo aiutato in questo dalla mancanza di cooperazione tra gli avversari che fecero a gara per farlo vincere.
In sintesi, gli austriaci e i piemontesi commisero errori esiziali:
• operarono con obiettivi divergenti (salvare Torino e salvare Milano) ed esclusivamente in difensiva;
• non strinsero un patto di comando unico;
• disseminarono le forze (doppie dei francesi);
• non coordinarono operazioni di soccorso reciproco;
• non sfruttarono successi locali, che pur ci furono.
Bonaparte non fece invece praticamente errori e l’offensiva che condusse all’armistizio di Cherasco fu una guerra lampo “ante litteram”.
La fase iniziale della prima campagna d’Italia
Luigi Manfredi
Nel 1796 durante la guerra contro la prima coalizione (Inghilterra, Austria, Piemonte) il Direttorio riteneva che il fronte principale fosse a nord delle Alpi e considerava le operazioni dell’Armata d’Italia secondarie e destinate solo a fare cassa nella ricca Italia.
L’offensiva di Bonaparte ribaltò la gravitazione degli sforzi e le sue brillanti vittorie furono la dimostrazione della bontà della sua strategia. Contravvenne anche alle direttive del Direttorio che intendeva salvaguardare il Piemonte dei Savoia mentre egli volle neutralizzarlo e costringerlo a una pace separata. Partendo da Nizza arrivò quasi alle porte di Vienna. La sua genialità rifulse nella prima parte della campagna, quando aveva di fronte ancora le due armate piemontese ed austriaca.
Contro due armate, una austriaca di 40.000 uomini al comando del feldmaresciallo Beaulieu e una piemontese di 42.000 uomini al comando del feldmaresciallo Colli, avendo a disposizione 47.000 uomini in pessime condizioni, facendo leva sulla disciplina ma anche sulla promessa di onori e di bottino, riuscì a galvanizzare una truppa sfiduciata, senza soldo, senza viveri e senza scarpe, a separare le due armate, battere la piemontese costringendola, dopo appena un mese dall’inizio delle ostilità, all’armistizio di Cherasco e proseguire poi contro gli austriaci. Fu certo aiutato in questo dalla mancanza di cooperazione tra gli avversari che fecero a gara per farlo vincere.
In sintesi, gli austriaci e i piemontesi commisero errori esiziali:
• operarono con obiettivi divergenti (salvare Torino e salvare Milano) ed esclusivamente in difensiva;
• non strinsero un patto di comando unico;
• disseminarono le forze (doppie dei francesi);
• non coordinarono operazioni di soccorso reciproco;
• non sfruttarono successi locali, che pur ci furono.
Bonaparte non fece invece praticamente errori e l’offensiva che condusse all’armistizio di Cherasco fu una guerra lampo “ante litteram”.
martedì 6 settembre 2011
Storia Militare I
Une armée n’est rien que par la tête ( )
Napoleone ed i principi dell’Arte della Guerra
di Luigi Manfredi
Napoleone a Sant’Elena affermò, conscio delle sue eccezionali qualità, che anche dopo la sconfitta di Waterloo di lui si sarebbe parlato in futuro mentre invece i suoi avversari sarebbero stati dimenticati. Anche in questo la sua intuizione è stata esatta: pare che su Napoleone Bonaparte siano state scritte più opere che su qualsiasi altro personaggio storico.
Napoleone aveva sicuramente assimilato la teoria dell’arte della guerra sin dai tempi della scuola di Brienne, alla quale l'aveva iscritto il padre e, soprattutto, alla scuola militare di Parigi, dove però i risultati negli studi non furono brillanti: diventò infatti sottotenente di artiglieria classificandosi tra gli ultimi del suo corso.
Ciò peraltro non deve stupire se si pensa che Napoleone era un piccolo nobile di una provincia d'oltremare, la Corsica, in mezzo ai più noti rampolli della grande nobiltà francese che lo prendevano in giro per la sua pelle olivastra e la scarsa conoscenza del francese. Anche allora probabilmente non era estraneo il principio della raccomandazione.
Inoltre, non si deve dimenticare che Napoleone Buonaparte (così si chiamava fino al marzo del 1796, quando francesizzò il proprio nome in Bonaparte) non padroneggiava la lingua francese come i suoi compagni di scuola ed eccelleva in matematica ma non nelle altre materie.
La teoria ha codificato i principi dell’arte della guerra sostenendo che essi sono immutabili nel tempo. Nella storia moderna i maestri in materia sono stati, come tutti sappiamo, Machiavelli e Clausewitz e nei testi didattici delle scuole militari moderne sono ormai consolidati alcuni principi fondamentali che tutti conosciamo, come la massa, la velocità, la sorpresa.
Machiavelli è stato sicuramente studiato da Napoleone ed è stata pubblicata anche un'edizione de “Il principe” annotata da Napoleone; il testo sarebbe stato ritrovato nella carrozza dell'imperatore al rientro dall'infausta campagna di Russia. Le annotazioni di Napoleone appaiono verosimili perché sostanzialmente confronta la figura del principe con se stesso, ma si ritiene che l’opera sia sostanzialmente apocrifa.
Clausewitz, invece, ha scritto la sua opera “Della guerra” avvalendosi delle esperienze e degli ammaestramenti tratti anche e soprattutto dalla strategia e dalla tattica napoleonica.
Il celebre aforisma di Clausewitz “La guerra non è soltanto un atto politico, ma un vero strumento politico: una prosecuzione dell'attività politica, una sua continuazione con altri mezzi” è una perspicace osservazione della vicenda napoleonica.
Bonaparte fu prevalentemente un autodidatta ed era notoriamente un grande lettore e conosceva approfonditamente i classici della storia e della strategia, da Tito Livio a Giulio Cesare e Machiavelli, per non citare che i più noti, e ne portava i testi con sé anche durante le campagne di guerra. Derivò però la sua vera cultura in tema di strategia e di tattica soprattutto dagli insegnamenti del Maresciallo Maillebois, un condottiero francese della metà del settecento che egli studiò e apprezzò in modo particolare.
Napoleone tuttavia non fu mai un teorico bensì un grande pragmatico. Le memorie che dettò a Sant'Elena possono apparire come una codificazione di principi dell'arte della guerra che egli aveva sperimentato e padroneggiato. Non è così: sono piuttosto un tentativo brillantemente riuscito di mettere in rilievo per la posterità le sue straordinarie capacità non solo di ingegno ma anche di lavoro, determinazione e soprattutto di ambizione.
Napoleone Bonaparte durante le sue campagne, sia come giovane generale, sia come Primo Console e anche come imperatore, ha applicato i principi dell'arte della guerra in maniera intuitiva e pragmatica; egli stesso sostiene, infatti, che nessuna battaglia è uguale alla successiva e che nessuna battaglia è condotta e terminata come era stata pianificata.
Il piano strategico-tattico preventivo è indubbiamente necessario ma è ancor più necessario, affermava, avere il coraggio e la capacità di adattarlo alla situazione del momento e all'evolvere del conflitto ( ).
L’immaginario collettivo è, ad esempio, affascinato dalla vittoria di Austerlitz nella campagna del 1805 contro la terza coalizione (Inghilterra, Austria e Russia) che si concluse appunto con quella celeberrima battaglia.
a quella campagna non fu caratterizzata solo dall’esito della giornata di Austerlitz ma, soprattutto, dalla determinazione e dalla capacità dell'Imperatore di spostare nel giro di un mese dalle coste della Manica un esercito di 300.000 uomini, con i quali si riprometteva di invadere l’Inghilterra, attraversare vittorioso tutta l'Europa per giungere oltre Vienna, ad Austerlitz appunto, concentrando nel momento e nel luogo più idoneo le forze per battere la coalizione avversaria ( ).
Ritengo che sia più interessante, piuttosto che analizzare sotto il profilo teorico la genialità di Napoleone, conoscerne le vicende più significative. In altri e più chiari termini s’impara di più la strategia e la tattica studiando l’evoluzione delle campagne dei grandi condottieri piuttosto che mandare a memoria il Clausewitz. Ho scelto a questo scopo le fasi iniziali delle due campagne d'Italia del 1796 e del 1800, dove egli, ancora giovanissimo (nel 1796 aveva solo 27 anni), seppe agire con quella genialità pratica che è l’essenza della sua arte della guerra.
Non a caso ho scelto queste due campagne, anche se altri eventi bellici successivi hanno un maggior valore nell'immaginario collettivo (mi riferisco alle battaglie di Austerlitz, Jiena o Wagram, per non citare che alcune delle 100 battaglie combattute da Napoleone).
Si tratta di operazioni belliche condotte su un territorio che noi italiani ben conosciamo ma soprattutto, più che nelle altre, da esse si può capire come Napoleone abbia armonizzato brillantemente movimento, massa e sorpresa e come esigenze politiche, esigenze strategiche ed esigenze tattiche siano state un insieme inscindibile nella sua mente.
(per note ed informazioni: 57sessione@libero.it)
sabato 23 luglio 2011
L'anno "Mirabilis": il 1860 e l'Umbria
IL PASSAGGIO DELL’UMBRIA DALLO STATO PREUNITARIO ALLO STATO NAZIONALE
1860
IL RUOLO DELLE FORZE ARMATE
Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entrava a Napoli e proclamava chiaramente che dopo il potere borbonico avrebbe abbattuto il potere temprale dei Papi, ovvero marciare e conquistare Roma. Il processo unitario italiano aveva avuto la sua nascita nel 1799 con la formazione delle repubbliche filofracensi . A Vienna veniva ripristinato il potere temporale dei Papi ma il sentimento nazionale si sviluppo per tutta la prima metà dell’ottocento. Sconfitto nel 1848-49, si sviluppò attraverso quello che fu definito il decennio di preparazione. Papa Pio IX con gli altri regni conservatori si opponeva ad ogni forma di unità nazionale. Nel 1859 La Francia scese in campo per aiutare i protagonisti del processo unitario e con l’Armistizio di Villafranca sembra tutto compromesso. Ma l’iniziativa Garibaldinia, voluta dal partito progressista altera ogni cosa. Napoli in mano garibaldina apre nuovi scenari
L’equilibrio europeo poteva essere fortemente alterato da questa iniziativa. La Francia, e soprattutto, l’Austria, non avrebbero permesso un simile affronto al Soglio pontificio ed erano pronte ad intervenire. Era necessario fermarlo.
Cavour colse questa occasione che l’iniziativa progressista e rivoluzionaria gli offriva e offri a Napoleone III la soluzione per mantenere la situazione in equilibrio. (Lastrina 19)Ottenuta l’approvazione francese, il Cavour operò immediatamente, in una situazione ad alto rischio in quanto non si era certidell’atteggiamento dell’Austria. Posto a difesa della Lombardia e del restante territorio sabaudo il grosso dell’Esercito (147.000 uomini) incaricava Manfredo Franti di organizzare una forza di invasione che doveva conquistare, in una prima fase le marche e l’Umbria, e successivamente scendere nel meridione per andare incontro a Garibaldi e fermarlo.
Fanti organizzò questa forza su due Corpi d’Armata (Lastrina 21) il IV, al comando di Enrico Cialdini ( 20.000 uomini) che doveva operare lungo la litoranea adriatica con obiettivo Ancona; il V, al comando di Enrico Morozzo della Rocca, (15.000 uomini) che doveva invadere l’Umbria con obiettivo Perugia nella loro marcia dovevano conquistare e rendere inoffensive le piazzaforti pontificie catturane le guarnigioni, sostituendole con forze sarde. La 13a Divisione, al comando di Raffaele Cadorna, doveva operare lungo la dorsale appenninica con compiti di collegamento e raccordo con i due Corpi d’Armata.
LA difesa pontificia era in mano al generale francese Cristoforo de La Moricière, l’eroe di Costantina e l’inventore del corpo coloniale degli Zuavi. (Lastrina 23) Il piano di difesa approntato nel maggio-giugno 1860 prevedeva di lasciare Roma e il Lazio alla difesa delle truppe francesi (Gen. Goyon, 15 uomini), mentre tutte le forze operative pontificie furono stanziate in Umbria sull’asse terni, Spoleto, Foligno perugia. La 1a Brigata (3500 uomini, al comando del Gen. De Pimodan, a terni; la Brigata di Riserva ( 3000 uomini, gen. Cropt, a Spoleto-Foligno, la 2a Brigata (3000 uomini, gen.Schimdt, quella che si era resa protagonista delle sanguinose giornate del 1859 a Perugia passate alla storia come “le stragi di Perugia) tra Foligno Città della Pieve e Perugia. Quartier Generale, baricentro, a Spoleto. La 3a Brigata operativa ( 3500 uomini, al comando del gen. De Courthen), a Macerata ed Ancona con elementi irradianti in tutte le Marche per controllare il territorio da ogni insorgenza e per assicurare i collegamenti con Ancona e quindi con l’Austria. La minaccia principale era l’azione garibaldina da sud, materializzatesi alla fine di agosto, e tutto il dispositivo sia operativo che quello ancorato sulle piazzeforti era orientato a sud.
In caso di attacco, la Francia e l’Austria sicuramente sarebbero accorse e compito dell’esercito pontificio era resistere quel lasso di tempo per permettere alle truppe francesi, via Tolone-Civitavecchia, e austriache, via Trieste-Ancona, di portare aiuto e soccorso.
L’11 settembre, dopo un ultimatum di Torino al Governo Pontificio, naturalmente respinto, iniziano le operazioni di invasione, al comando del Fanti mentre la Flotta al comando del Persano lascia Napoli destinazione Ancona. Cialdini in breve si rende padrone di Pesaro e Fano e macia su Senigallia che raggiunge il 14 settembre.
Le truppe del V Corpo d’Armata, non da meno, operarono celermente. Varcato il confine con la Toscana, primo obiettivo era occupare Città di Castello, che fu conseguito alla sera del 12 settembre; senza por tempo in mezzo le forze di Morozzo della Rocca puntarono su Fratta che fu investita e conquista nella giornata del 13. A sera le truppe sarde erano in grado di minacciare Perugia.
A fronteggiarle si era diretta la Brigata del gen. Schimdt pontificia, ma presto dovette ritornare su i suoi passi e rinserrarsi a Perugia.
Intanto le forze pontificie stanziate in Umbria, si erano radunate, nei giorni 11 e 12 settembre e avevano preso la strada per Macerata ed Ancona, via Colfiorito, tanto che alla sera del 13 settembre l’Umbria non aveva più truppe operative pontificie. Il loro intento era di raggiungere Ancona, rinserrarsi e dare vita ad un assedio, per permettere ad Austria e Francia di intervenire. Durante la marcia su Ancona, De La Moricière riceve un dispaccio da Roma che lo informa che “L’Imperatore ha dato ordine a truppe di fanteria di imbarcarsi a Tolone”. Questo viene interpretato come il primo segnale dell’intervento francese. In realtà tali truppe servono solo a rinforzare la guarnigione francese di Roma.
Certo che i Francesi non si sarebbero mossi dal Lazio, Morozzo della Rocca il 14 settembre diede l’assalto a Perugia, alla fortezza Paolina che, in virtù dell’ardimento e del valore del I Reggimento Granatieri, ove trovo gloriosa morte il cap. Ripa di Meana, medaglia d’oro alla memoria, fu conquistata. La guarnigione pontificia si arrese e Morozzo della Rocca potè comunicare a Fanti che il suo obiettivo era stato raggiunto. Ma la situazione era in movimento e tutto il V Copro d’Arma, oltrepassa perugia e il 15 settembre raggiunge Foligno. Qui si riordina e organizza colonne di marcia per raggiungere, via Colfiorito, sulle orme delle truppe pontificie, Ancona. Mentre inizia a valicare l’Appennino, Morozzo della Rocca distacca un colonna, al comando del generale Brignone, con il compito di conquistare Spoleto.
La Rocca spolietina è difesa da un battaglione di Irlandesi, il Battaglione San Patrizio. Cattolici ferventi e determinati, oppongono una serie resistenza, e solo dopo reiterati assalti, il 17 settembre 1860, Brignone si rese padrone di Spoleto.
Con la conquista di Spoleto e il passaggio dell’Appennino da parte del V Corpo d’Armata, che aveva lasciato guarnigioni nelle principali piazzeforti pontificie conquistate, si completa il passaggio dell’Umbria dallo stato preunitario allo stato nazionale; in pratica viene a finire il potere temporale dei Papi, iniziato dieci secoli prima.
Contemporaneamente, il 18 settembre i pontifici furono sconfitti a Castelfidardo e, con i due corpo d’armata convergenti su Ancona, la piazzaforte cadde il 29 settembre, in virtù anche dell’Azione del Cialdini e del Persano Il re arrivò ad Ancona il 3 ottobre e con questo gesto la campagna di invasione per l’annessione dell’Umbria e delle Marche ebbe termine.
Fatto l’Italia occorreva fare gli Italiani e in questo ruolo si distinsero le Forze Armate che nei 50 anni successivi cementarono il sentimento di unità nazionale e che messo a dura prova nella Prima Guerra Mondiale, si affermò definitivamente, al costo di gravi sacrifici, con la vittoria del 1918.
giovedì 14 luglio 2011
Progetto Storia In Laboratorio per il 2011-2012
Riportiamo lil progetto proposto lo scorso anno al Comune di Spoleto sottolienando che anche quest'anno si è disponibili ad attivare il progetto:
AREA TEMATICA : Sorico culturale
TITOLO: Storia in laboratorio
ENTE ORGANIZZATORE : UNUCI sezione di Spoleto in collaborazione con la rivista “Il secondo Risorgimento d’Italia”
DESCRIZIONE SINTETICA DEL PERCORSO E DELLE ATTIVITA’ DIDATTICHE PROPOSTE.
Nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano, l’UNUCI, nel quadro delle attività volte a far conoscere gli avvenimenti di storia Patria, propone agli studenti delle scuole secondarie di I e II grado il progetto “Storia in laboratorio” già sperimentato negli anni passati.
La proposta prevede seminari/convegni sui temi che hanno interessato il territorio del Comune di Spoleto, a partire dal passaggio di Spoleto dallo Stato preunitario allo Stato Nazionale (17 settembre 1860) fino alla Guerra di Liberazione (1943 – 1945), allo scopo di tener viva la memoria storica locale nel più ampio contesto di quella nazionale. In particolare agli studenti, opportunamente coordinati dai loro professori, si chiede di svolgere ricerche, fare interviste, raccogliere materiali, informazioni e testimonianze, a partire dall’ambiente familiare.
Scopo del progetto è quello di guidare gli studenti, nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano (17 marzo 1861 – 17 marzo 2011), ad una riflessione sul significato profondo della ricorrenza. Un processo di unificazione che è passato, oltre al 17 marzo 1861, attraverso altre due date non meno importanti: il 4 novembre 1918, la fine vittoriosa della I Guerra Mondiale e la conclusione del processo di unificazione nazionale ovvero del I Risorgimento ed il 25 aprile 1945 che rappresenta la conclusione della Guerra di Liberazione e quindi del II Risorgimento italiano.
Sotto la guida degli insegnanti, il materiale raccolto sarà sistemato in maniera organica secondo tassonomie stabilite in precedenza al fine di attribuire ad esso un preciso valore semantico e di valenza storica. Tutti i lavori degli studenti verranno pubblicati sulla Rivista “Il Secondo Risorgimento d'Italia”.
DURATA: settembre 2010 – aprile 2011
DESTINATARI: Scuole Secondarie di I e II Grado
COSTI : Gratuito
CONTATTI : Franco Fuduli ((tel. 0743.223401), Massimo Coltrinari (tel. 06.46913238), Osvaldo Biribicchi (tel. 06.46912838)
AREA TEMATICA : Sorico culturale
TITOLO: Storia in laboratorio
ENTE ORGANIZZATORE : UNUCI sezione di Spoleto in collaborazione con la rivista “Il secondo Risorgimento d’Italia”
DESCRIZIONE SINTETICA DEL PERCORSO E DELLE ATTIVITA’ DIDATTICHE PROPOSTE.
Nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano, l’UNUCI, nel quadro delle attività volte a far conoscere gli avvenimenti di storia Patria, propone agli studenti delle scuole secondarie di I e II grado il progetto “Storia in laboratorio” già sperimentato negli anni passati.
La proposta prevede seminari/convegni sui temi che hanno interessato il territorio del Comune di Spoleto, a partire dal passaggio di Spoleto dallo Stato preunitario allo Stato Nazionale (17 settembre 1860) fino alla Guerra di Liberazione (1943 – 1945), allo scopo di tener viva la memoria storica locale nel più ampio contesto di quella nazionale. In particolare agli studenti, opportunamente coordinati dai loro professori, si chiede di svolgere ricerche, fare interviste, raccogliere materiali, informazioni e testimonianze, a partire dall’ambiente familiare.
Scopo del progetto è quello di guidare gli studenti, nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano (17 marzo 1861 – 17 marzo 2011), ad una riflessione sul significato profondo della ricorrenza. Un processo di unificazione che è passato, oltre al 17 marzo 1861, attraverso altre due date non meno importanti: il 4 novembre 1918, la fine vittoriosa della I Guerra Mondiale e la conclusione del processo di unificazione nazionale ovvero del I Risorgimento ed il 25 aprile 1945 che rappresenta la conclusione della Guerra di Liberazione e quindi del II Risorgimento italiano.
Sotto la guida degli insegnanti, il materiale raccolto sarà sistemato in maniera organica secondo tassonomie stabilite in precedenza al fine di attribuire ad esso un preciso valore semantico e di valenza storica. Tutti i lavori degli studenti verranno pubblicati sulla Rivista “Il Secondo Risorgimento d'Italia”.
DURATA: settembre 2010 – aprile 2011
DESTINATARI: Scuole Secondarie di I e II Grado
COSTI : Gratuito
CONTATTI : Franco Fuduli ((tel. 0743.223401), Massimo Coltrinari (tel. 06.46913238), Osvaldo Biribicchi (tel. 06.46912838)
mercoledì 25 maggio 2011
“Non si parte!” : il movimento di renitenza alla leva nel Regno del Sud
Il 23 novembre 1944 viene pubblicato sui quotidiani l’annuncio del bando di “Presentazione alle armi “ per i giovani delle classi dal 1914 al primo scaglione di quella del 1924, rispondente all’esigenza di completare l’organico delle forze impegnate sul campo e che avrebbe dovuto trovare realizzazione a cominciare dal Lazio e dalla Campania per concludersi in Sicilia. Si trattava in sostanza di continuare nell’azione di ricostituzione dell’esercito, intrapresa dal governo subito dopo il trasferimento a Brindisi, che si era resa necessaria in seguito allo sbandamento dei soldati dopo l’annuncio dell’armistizio .
In Sicilia, però, la reazione al provvedimento in questione non si fece attendere e, sui muri di ogni centro dell’isola, presero a comparire scritte di aperta disapprovazione per lo stesso, cui presto si accompagnò la diffusione di manifesti che sollecitavano a non rispondere al richiamo e nei quali si sottolineava il bisogno, che la Sicilia stessa aveva, di giovani di cui servirsi per ricostruire quanto era andato distrutto e per rifondare su valori nuovi e diversi lo spirito della sua popolazione martoriata dal recente conflitto. Era dunque impensabile, in una situazione del genere, che questi accettassero di buon grado di andare in guerra.
Alla necessità dello Stato di tenere fede agli impegni contratti con gli Alleati, con la quale pure si voleva giustificare il richiamo alle armi, si rispondeva che comunque la nostra era una nazione vinta e che quegli stessi Alleati che ci avrebbero potuto aiutare a ricostruirla “(...) non possono dimenticare - e a ragione - che fra loro e noi c’è un taglio più forte di loro stessi (...) aperto col sangue dei caduti loro in tre anni di guerra“ . Considerazione amara e polemica dalla quale pare trasparire una non totale fiducia a proposito del reale atteggiamento che gli Alleati potevano adottare nei nostri confronti.
Di diverso tono il contenuto di un volantino, ritrovato vicino Palermo, diffuso da un gruppo di studenti, nel quale si sottolineava che le condizioni poste con l’armistizio dell’8 settembre erano così indegne per il fiero popolo italiano che questo non avrebbe dovuto legittimarle presentandosi alle armi, essendo unica condizione valida per tornare a combattere che l’Italia venisse riconosciuta come un vero e proprio paese alleato .
Un manifesto rinvenuto ad Agrigento poneva l’accento sul fatto che l’Italia - come già era stato annunciato - avrebbe dovuto subire forti perdite territoriali, una volta terminata la guerra, e questa era una prospettiva che - al pari di tante altre - non poteva certa essere considerata come favorevole, ai fini della presentazione alle armi .
Molto forte l’attacco contenuto in un altro manifesto ritrovato, anche questo, a Palermo: “ (...) l’infame nemico di ieri e di sempre ricco di dollari e di sterline ha bisogno di carne da cannone per risparmiare i suoi preziosi soldati. Al solito i vilissimi nostrani che hanno impedito ai valorosi soldati italiani di conquistare la vittoria, vorrebbero mandare a morire per la grandezza dell’America e della Inghilterra la nostra gioventù (...)“.
La matrice politica di quest’appello è più immediatamente individuabile che nei precedenti, leggendosi ad un certo punto “ (...) I fratelli del Nord si accingono a venire a liberarvi. E’ questione di qualche mese e sarà la vera liberazione (...)“ . Nel considerare quanto accadde tra il 1944 ed il 1945 in Sicilia non si può infatti sorvolare sul ruolo svolto in proposito dai fascisti che, nel malcontento popolare, speravano di trovare terreno fertile per il progetto di una loro riorganizzazione, ora che il duce, libero e a capo della RSI sostenuta dai tedeschi, aveva ripreso fiato ed annunciava potersi ancora, sul fronte bellico, “ristabilire in un primo tempo l’equilibrio e successivamente la ripresa delle iniziative in mano germanica“ , il che avrebbe dovuto avere conseguenze facilmente intuibili sulle sorti politiche italiane .
Per diverso tempo, la contestazione mantenne un carattere non violento ma, in seguito, degenerò in atti che di pacifico avevano ben poco. Così il 14 dicembre la popolazione insorge a Catania, in risposta all’uccisione di un giovane dimostrante, colpito dal fuoco dei militari .
Il “ Tempo “ del 15 dicembre 1944 titola: “Manifestazioni di studenti contro il richiamo alle armi - Molti edifici pubblici tra i quali il Municipio, il Tribunale , e l’Ufficio Leva incendiati “.
L’insurrezione continua fino al giorno successivo, quando esercito e polizia riassumono finalmente il controllo della situazione.
Diversi quotidiani si occuparono di tale episodio sia ricostruendone la dinamica che commentandolo nel merito, seguendo, nel far ciò, una linea comune, ponendo cioè l’accento su quanto importante fosse in quel momento “la ricostruzione del paese “cui bisognava che tutti contribuissero senza lasciarsi andare a gesti istintivi ed incontrollati .
In relazione ai fatti accaduti, il 15 dicembre era intervenuto anche il C.L.N. della provincia che, nell’esprimere tutto il suo sdegno per quanto avvenuto, poneva l’accento sull’operato “(...) degli elementi separatisti in combutta con gli affini superstiti del fascismo (...)” la cui azione era certo tesa a “(...) creare imbarazzi e difficoltà ai movimenti politici ansiosi di lavorare per la ricostruzione materiale e morale del paese (...)“. Si invitava pertanto la popolazione a mantenersi estranea a tali indegni propositi .
Il punto sui disordini cittadini viene fatto anche in un articolo de “L’Unità” – sempre del 15 dicembre – in un trafiletto del quale si riporta un comunicato diramato dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio che “(…) deplora il tentativo di sabotare la guerra liberatrice, tanto più esecrabile ove si consideri che nel resto d’Italia l’arruolamento procede regolarmente e che nelle regioni ancora occupate i patrioti offrono spontaneamente il loro contributo di sangue e di martirio nell’impari lotta contro il nemico (…)” e che si conclude con un appello alla “(…) generosa popolazione siciliana perché, raccolta nelle sue organizzazioni politiche e sindacali, collabori con le pubbliche autorità per mantenere nell’isola le nobili tradizioni di solidarietà nazionale (…)” .
Nello stesso periodo violenti scontri si ebbero anche in altre zone dell’isola, nonostante l’Alto Commissario per la Sicilia - nel tentativo di prevenire ulteriori disordini - avesse disposto il divieto di riunione e di assembramento nei luoghi pubblici e presto la rivolta popolare si estese a ben cinque province dell’isola.
Uno dei luoghi più “caldi” fu certamente Ragusa, dove, dopo l’arrivo delle prime cartoline di richiamo, la popolazione venne chiamata ad una riunione e si procedette ad istituire un comitato che elaborasse un piano di azione. Tra i motivi che spingevano i richiamati ragusani a non presentarsi alle armi era di non poco conto il fatto che molti di loro avevano in precedenza militato nelle fila degli armati della RSI - anzi Ragusa, per la resistenza opposta al governo, sembra essersi meritata la medaglia d’oro della Repubblica di Salò - e pertanto, ora, ritenevano di non poter rispondere ad una “(...) assurda e mostruosa chiamata, che doveva schierarli contro quegli stessi uomini con i quali avevano condiviso le ansie, le trepidazioni, i dolori e le sofferenze di una guerra che assieme avevano voluto e combattuto (...)”. Anche in questo caso l’esito era scontato, grazie all’intervento repentino ed efficace delle forze di polizia. La città fu riconsegnata all’ordine e si avviò subito il rastrellamento dei quartieri nei quali aveva avuto origine la sommossa, tra cui quello divenuto famoso de “I mastri dei carretti” che era stato “(...) il primo a sentire il grido dei Non si parte (...)” . L’operazione si concluse con l’arresto di molti dei protagonisti dei moti e con il loro invio al confino nell’isola di Ustica, che poterono abbandonare solo nel luglio 1946 in seguito all’amnistia disposta dalla Repubblica .
A dicembre anche Palermo insorge. La sommossa palermitana aveva, però, avuto un drammatico precedente nella strage del 19 ottobre 1944, quando i soldati – pure in seguito ad una aggressione di cui vennero fatti oggetto – spararono sulla folla che manifestava contro il carovita in contemporanea con lo sciopero degli impiegati comunali. Due mesi dopo, il 15 dicembre 1944, studenti universitari manifestarono contro il richiamo alle armi, contestazione che venne subito negativamente giudicata e dal C.L.N. e dalla locale sezione del Movimento Giovanile Comunista .
A leggere però il numero del “ Popolo “ del giorno successivo sembra che la sommossa di Palermo - anch’essa inevitabilmente degenerata in fatti di sangue - si sia distinta da quella di Catania per aver avuto, quest’ultima, un carattere più politico - la reazione contraria ai richiami, appunto- che non la prima, per lo scoppio della quale decisiva sarebbe stata “(...) la fame, dovuta al prezzo governativo del pane (...)” .
Lo stesso articolista afferma inoltre che di una tale situazione avrebbero approfittato tanto i fascisti quanto i separatisti, per favorire i loro reciproci e, in certi casi, convergenti interessi, sobillando la pubblica opinione e spronando il popolo alla rivolta.
Il ruolo del separatismo
Tra i separatisti c’erano delle componenti il cui primario intento era quello di non consentire lo sviluppo ulteriore dei partiti impegnati nella guerra che si facevano portatori di istanze popolari e che così grande consenso erano già riusciti a conseguire tra le masse.
Nel movimento separatista – che sembra, però, fosse riuscito a trovare sostenitori anche fra gli studenti, “(…) per un malinteso spirito di orgoglio regionale” - militavano infatti per lo più elementi della grande borghesia agraria, la cui preoccupazione principale era la difesa del diritto di proprietà il che, evidentemente, li rendeva “nemici naturali“ del partito comunista che tanta parte ricopriva nella guerra di liberazione - e che in Sicilia era il più grande partito di massa - lasciando così supporre che , una volta che il governo dell’Italia liberata fosse riuscito ad estendere la sua giurisdizione sul resto del paese, questo si sarebbe visto riconosciuto il contributo a ciò fornito con “ricompense “ di natura politica .
Col nuovo Alto Commissario per la Sicilia, Aldisio - che sostituiva l’ex Prefetto di Palermo, Francesco Musotto, che della stessa carica era stato in precedenza investito su decisione degli Alleati e che si distingueva dal primo per le sue simpatie socialiste - era giunta al potere la Democrazia Cristiana il che si ritenne potesse aprire delle strade ad un’azione anticomunista svolta, come dice La Morsa, “dall’interno attraverso azioni più o meno indirette“ . In tal modo, offrendo ai grandi proprietari una garanzia al mantenimento del proprio status economico - il che aveva una valenza politica rilevantissima, dato chepermetteva di incanalare e di controllare le tendenze eversive che questi, con la loro presenza nel movimento separatista, sembravano sostenere - si rendeva possibile adottare, ora, nei confronti del separatismo una politica di opposizione più decisa e severa rispetto a quanto non si fosse potuto fare con Musotto il quale - per ovvie ragioni politiche - non poteva che mostrarsi disponibile ad una azione cauta e di compromesso . Sul tema del separatismo interviene in quei giorni la “Voce Repubblicana“ che nel precisare come “(...) il nome stesso del movimento separatista è un errore, tanto più grave perchè per molti è un equivoco (...)“, ridimensiona - o almeno tenta di farlo - il carattere di estremismo per cui il movimento si era distinto.
L’autore dell’articolo in proposito sostiene che il sentimento diffuso nell’isola è quello repubblicano, non volendo più la Sicilia sentire parlare di Savoia e di monarchia, chè le ricordano una gestione accentratrice e “coloniale “, un regime ed una guerra che le ha portato solo lutti.
Era da questa istituzione, deludente e poco responsabile, che ci si doveva allontanare e non dall’Italia.
E’ certo, comunque, che il Governo dell’Italia liberata prese atto dell’insofferenza che cresceva nell’isola a riguardo e dell’esigenza, che andava facendosi sempre più sentita, di affidarne l’amministrazione non più ad autorità a tale scopo inviate in Sicilia in rappresentanza dello Stato centrale ma a personale del luogo che, della propria terra, conoscesse tutte le ricchezze, i problemi e le potenzialità . Per quanto riguarda nello specifico il movimento separatista propriamente inteso, è certo che i suoi membri agirono da protagonisti nelle vicende successive al richiamo alle armi, addirittura traendo dalle sollevazioni popolari tanto di quel vigore che si impegnarono nella loro causa fino ad arrivare al punto di poter da lì a poco - queste le voci che circolavano - giungere a proclamare l’indipendenza dell’isola .
e repubbliche del 1944 – 45. La Repubblica di Comiso
Così a Comiso, dove sembrava che i tempi fossero ormai maturi perchè si potesse realizzare il progetto - preparato già da tempo - dell’on. La Rosa che aveva cercato e trovato l’appoggio dei separatisti del luogo per far partire, non appena ci fosse stato il richiamo alle armi, una rivolta che si sarebbe poi dovuta estendere al resto della Sicilia.
E così nel dicembre del 1944, gli studenti del paese, ricevuta la cartolina di richiamo, iniziarono una protesta nella quale subito coinvolsero il resto della popolazione che prese a guardare ad essi come a dei “benemeriti “.
Vennero organizzati comizi e dimostrazioni in cui i giovani intervenivano facendosi portatori del sentimento di delusione che tanti aveva assalito al momento dell’annuncio, da parte del Governo, del cambiamento di fronte. Ed ora finalmente, anche per quanti ritenevano che i morti amaramente pianti, la fame e gli stenti giustificassero la protesta molto più di qualunque scelta politica - per quanto non condivisibile essa fosse - era arrivato il tempo di ergersi contro chi a quelle durissime condizioni di vita li voleva ulteriormente costringere, piuttosto che agire concretamente per porvi rimedio.
Fu anzi addirittura necessario che gli studenti, ritenendo che non fosse ancora il momento giusto, placassero gli animi di tutti quelli che, esasperati, avrebbero voluto subito ricorrere alla forza.
Niente fu lasciato al caso. Si procedette a rifornire gli uomini di tutte le armi, di ogni specie, che fu possibile rastrellare, “(...) la città fu divisa in zone e gli uomini inquadrati nelle squadre cittadine che dovevano controllare tutta l’attività e costituire l’esercito permanente della Repubblica di Comiso (...)“ .
Venne istituito un “ Comitato del Popolo” che dichiarò decaduta l’autorità dello Stato e costituita, di contro, la Repubblica di Comiso alla quale sembra che Mussolini avrebbe conferito la medaglia d’argento della RSI .
Per diversi giorni i comisani riuscirono a respingere tutti i tentativi fatti dai militari di riconquistare le loro posizioni e ripristinare l’ordine pubblico nel paese. Tutto questo sarebbe costato ai ribelli morti e feriti ma ciò non li fece desistere dall’intento di impedire il rientro ai “(...) soldati di un Governo che aveva prostituito il Paese allo Straniero (...)“ tanto più che si sperava, sempre stando alla ricostruzione fornita da Cilia, in un repentino intervento delle forze del Nord .
Arrivò tuttavia il momento della resa. La prospettiva di vedere il paese raso al suolo, come era stato minacciato, costrinse i comisani a considerare più oculatamente il da farsi. Venne costituito pertanto un comitato parlamentare che avrebbe dovuto “(...) trattare un armistizio dignitoso e giusto (...)“. Non fu tuttavia possibile realizzare tale proposito ponendo la controparte, come unica condizione alla rinuncia a rappresaglia nei confronti della popolazione, l’accettazione della resa incondizionata.
Nel pomeriggio del 10 gennaio le forze governative rientrarono a Comiso , senza peraltro che agli abitanti venisse risparmiata - come pure era stato promesso - una violenta persecuzione che portò in carcere la gran parte di quanti avevano partecipato ai moti e costrinse molti giovani a presentarsi alle armi .
La Repubblica Popolare di Piana degli Albanesi
Anche a Piana degli Albanesi, il 31 dicembre del 1944, era stata proclamata la “Repubblica Popolare” ad opera di Giacomino Petrotta che, nella neo-proclamata repubblica, si avvalse anche dell’ accondiscendenza del Sindaco - che conservò la sua carica perchè favorevole al nuovo assetto istituzionale che era venuto configurandosi - per il compimento di alcuni atti di chiara ingerenza nella pubblica amministrazione e che si sostanziarono, ad esempio, nell’impedire oltre l’espletamento delle proprie funzioni a quanti non erano graditi specie per la loro precedente militanza fascista.
Tutto ciò fino alla fine di febbraio del 1945 quando, con l’arrivo in forza dei militari, l’ordine pubblico venne ristabilito e la repubblica soppressa . Pure, in quei cinquanta giorni l’esperienza repubblicana venne compiutamente realizzata perchè “(…) le masse sono armate, il medio ceto è legato più o meno di propria volontà agli obiettivi egemonici del popolo, perché è impedita la leva militare e resa realmente obbligatoria per gli agrari la consegna del grano ai magazzini popolari a favore delle masse più povere ed affamate (…)” .
Le conseguenze della mancata risposta al richiamo e i problemi posti nel caso di presentazione alle armi.
Questa dunque la situazione in Sicilia, fra il 1944 ed il 1945.
Ma l’ondata di contestazione al provvedimento di richiamo investì tutte le zone della penisola che da esso furono interessate e, di ciò, dovettero prendere atto le autorità competenti investite del compito di presiedere alla presentazione alle armi.
Nei rapporti inviati dalle Regie Prefetture al governo si documenta con precisione questo stato di cose sottolineando anche che la mancata risposta all’appello ben si comprendeva, ”(...) essendo facilmente intuibili gli ulteriori sacrifici cui andrebbe incontro il popolo con una più larga partecipazione alla guerra, mentre assai deboli sono le illusioni di effettivi benefici, basate solo su promesse rimaste aleatorie, non essendo ancora stato assunto dagli Alleati nessun preciso impegno al riguardo (...)” . E’ da sottolineare inoltre che la resistenza opposta al richiamo alle armi poteva finire coll’arrecare un danno all’immagine dell’Italia, già duramente penalizzata nella partecipazione alle operazioni di guerra, “(…) nella considerazione degli Alleati” .
La mancata affluenza di grandissima parte dei richiamati rappresentava, tuttavia, un enorme perdita , in termini di potenziale, per l’esercito tanto che il Ministero della Guerra si vide costretto, ai primi di gennaio del 1945, a ripresentare il bando, stabilire nuovi termini per la presentazione e promettere che non si sarebbe dato corso ad alcun procedimento penale per quanti non avevano ancora risposto al richiamo purchè, ovviamente, decidessero di farlo allora .
La nuova chiamata del gennaio 1945 riguardò anche il secondo scaglione della classe 1924 ed il primo di quella 1925 - ultima classe utile per la leva- nel tentativo di rimediare alla scarsa affluenza in precedenza registrata.
Ma ancora una volta non si ottennero i risultati sperati tanto che, nel febbraio dello stesso anno, un generale dello Stato Maggiore auspicava, per porre finalmente riparo a questa situazione, il ricorso a soluzioni drastiche che avrebbero dovuto colpire direttamente la massa dei richiamati distogliendoli dal proposito, eventualmente maturato, di opporre resistenza al provvedimento prospettando loro, come conseguenze di tale malaugurata decisione, la cancellazione dalle liste politiche o l’eliminazione dagli studi.
C’erano però anche problemi di altro genere da affrontare, che riguardavano quanti, invece, ai bandi di richiamo decidevano di rispondere, presentandosi così ai distretti.
Da alcuni telegrammi, inviati nel febbraio 1945 alle autorità competenti dall’Alto Commissario Aldisio, si desume che il trattamento ad essi riservato nei campi di raccolta non era certo tale da confermarli nella scelta fatta né, tantomeno, tale da poter incentivare altri richiamati a partire, in tal modo ponendo, evidentemente, nel nulla gli sforzi operati dalle autorità civili e militari in questa direzione.
Così, ad esempio, il 27 gennaio 1945 “(...) disertarono dal campo affluenza Afragola - nel quale i volontari si trovavano in pessime condizioni: il campo era allagato e loro non erano neanche stati forniti dei necessari “indumenti militari”- circa mille richiamati siciliani su milleduecento colà affluiti dal 15 gennaio detto (...)” .
Era naturale, dunque, che Aldisio avvertisse la necessità - testimoniata dalla qualifica di “precedenza assoluta su tutte le precedenze assolute” al telegramma da lui in proposito inviato - di informare chi di dovere su quanto stava accadendo, chiedendo un intervento immediato perché “(...) incidenti simili siano evitati curando affettuosamente i richiamati (...)” .
Conclusioni
Il quadro che emerge dall’analisi delle vicende registratesi in Sicilia tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, non sembra essere minimamente rispondente all’idea, che generalmente si è abituati a condividere, di un movimento resistenziale che ha visto impegnati sul fronte della lotta contro il nazifascismo tutte le forze “vive e sane” del nostro paese e a cui sarebbe stato dato un sostanziale apporto dalle masse popolari, spontaneamente impegnatesi nella lotta contro il tedesco invasore e nell’estirpazione della “mala pianta” del fascismo. L’Italia dell’ultimo anno di guerra fu, invece, anche il Paese dei renitenti alla leva, delle donne pronte a sfidare le autorità per impedire la partenza per il fronte dei loro figli e dei loro compagni, di quanti vivevano la frustrazione conseguente alle misere condizioni di vita cui erano costretti, di quanti si mantennero estranei all’attivismo politico, perché ormai convinti dell’inutilità di continuare a riporre fiducia in coloro che si proponevano per l’amministrazione della cosa pubblica, ogni volta promettendo risposta alle istanze più urgenti dell’isola che restavano però sistematicamente irrisolte, di quanti, invece, alla vita politica parteciparono in prima persona, tentando però la via delle Repubbliche popolari in polemica – e a volte violenta – replica all’immobilismo delle autorità competenti. Tutto ciò a riprova dell’esistenza di una situazione diversa da quella largamente propagandata e che però, non per questo, sembra essere meno attendibile pur essendo meno eroica e meno adatta alla costruzione del mito della partecipazione di massa per la rinascita del Paese alla vita democratica.
Le motivazioni con cui si giustificava la renitenza alla leva erano principalmente di carattere pratico, mentre ruolo minore sembrano aver avuto quelle di carattere essenzialmente politico ed ideologico. In tali condizioni non sembra possibile considerare disonorevole la decisione di anteporre le preoccupazioni quotidiane, gli affetti e gli interessi personali al dovere di continuare a combattere. Quella in cui fino ad allora ci si era impegnati era stata una guerra che aveva arrecato solo lutti e miserie, e sul prosieguo della quale non si era autorizzati a nutrire speranze di positivi esiti.
La volontà di proporre, come alternativa alla continuazione della guerra stessa, l’impegno per la ricostruzione civile ed economica della propria terra era lì a testimoniare il dinamismo e non l’inerzia, la determinazione e non la mancanza di volontà di quanti ritenevano fosse giunta l’ora di offrirle, finalmente, nuove opportunità.
martedì 5 aprile 2011
IL PROGETTO CONTINUA
Il Progetto Storia in Laboratorio continua anche per i mesi fino alla chisura delle scuole. I cntributi saranno pubblicati nel numero di settembre di "I Risorgimento d'Italia"
AREA TEMATICA : Sorico culturale
TITOLO: Storia In Laboratorio
ENTE ORGANIZZATORE : UNUCI sezione di Spoleto in collaborazione con la rivista “Il secondo Risorgimento d’Italia”
DESCRIZIONE SINTETICA DEL PERCORSO E DELLE ATTIVITA’ DIDATTICHE PROPOSTE.
Nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano, l’UNUCI, nel quadro delle attività volte a far conoscere gli avvenimenti di storia Patria, propone agli studenti delle scuole secondarie di I e II grado il progetto “Storia in laboratorio” già sperimentato negli anni passati.
La proposta prevede seminari/convegni sui temi che hanno interessato il territorio del Comune di Spoleto, a partire dal passaggio di Spoleto dallo Stato preunitario allo Stato Nazionale (17 settembre 1860) fino alla Guerra di Liberazione (1943 – 1945), allo scopo di tener viva la memoria storica locale nel più ampio contesto di quella nazionale. In particolare agli studenti, opportunamente coordinati dai loro professori, si chiede di svolgere ricerche, fare interviste, raccogliere materiali, informazioni e testimonianze, a partire dall’ambiente familiare.
Scopo del progetto è quello di guidare gli studenti, nell’approssimarsi del 150° anniversario della costituzione dello Stato italiano (17 marzo 1861 – 17 marzo 2011), ad una riflessione sul significato profondo della ricorrenza. Un processo di unificazione che è passato, oltre al 17 marzo 1861, attraverso altre due date non meno importanti: il 4 novembre 1918, la fine vittoriosa della I Guerra Mondiale e la conclusione del processo di unificazione nazionale ovvero del I Risorgimento ed il 25 aprile 1945 che rappresenta la conclusione della Guerra di Liberazione e quindi del II Risorgimento italiano.
Sotto la guida degli insegnanti, il materiale raccolto sarà sistemato in maniera organica secondo tassonomie stabilite in precedenza al fine di attribuire ad esso un preciso valore semantico e di valenza storica. Tutti i lavori degli studenti verranno pubblicati sulla Rivista “Il Secondo Risorgimento d'Italia”.
DURATA: settembre 2010 – aprile 2011
DESTINATARI: Scuole Secondarie di I e II Grado
COSTI : Gratuito
CONTATTI : Franco Fuduli ((tel. 0743.223401), Massimo Coltrinari (tel. 06.46913238), Osvaldo Biribicchi (tel. 06.46912838)
sabato 12 marzo 2011
giovedì 10 marzo 2011
Macrostoria e Microstoria: nota a margine
La macrostoria rappresenta la sintesi degli avvenimenti che si sono succeduti in una determinata epoca in determinato territorio. La necessità di sintesi rappresenta l’esigenza di conoscere quanto accaduto precedentemente in quel luogo al fine di avere una idea, un quadro chiaro del succedersi del tempo: con ciò la Storia assolve alla sua funzione.
Ma questa visione a tutto tondo non esclude la possibilità, anzi la sollecita, di scendere, via via a seconda degli interessi e degli scopi che si vogliono perseguire , nel particolare, a cerchi concentrici, restringendo sempre più i due parametri considerati, il tempo, ovvero l’epoca presa in esame, e lo spazio, ovvero il territorio di interesse.
Questi cerchi concentrici vengono fissati da chi si avvicina alla Storia, in base ai suoi scopi ed interessi.
Processando questo concetto di macrostoria, in un approccio lineare ed orizzontale, non ciclico, si arriva a poter individuare e definire l’antitesi della macrostoria, ovvero la microstoria. Via via che si vuole conoscere in modo sempre più preciso e definito fatti e situazioni, ci si avvina al concetto di microstoria.
La microstoria rappresenta la conoscenza di un determinato fatto o evento in un individuato punto spaziale, nella sua complementarità assoluta.. La conoscenza nei suoi minuti dettagli dell’evento è la caratteristica della microstoria che in essa si esalta, mentre, come appare ovvio, si attena e scompare nel concetto opposto di macrostoria.
In questo asse orizzontale, quindi, chi si avvicina alla Storia può muoversi e quindi fissare il suo punto di osservazione o, di conseguenza, di conoscenza.
Esiste,pertanto, un filo rosso che unisce, in modo non ciclico, ma lineare la macro e la microstoria, che permette di affrontare ogni argomento storico, o meglio di ricostruire avvenimenti del passato, in base alle motivazioni., interessi e scopi.
Nel fare un esempio, si può ben prendere Anzio è l’evento del 22 Gennaio 1944, ovvero lo sbarco Angloamericano volto ad aggirare le difese tedesche imperniate su Cassino e quindi conquistare Roma e portare il fronte più a Nord possibile.
Se prendiamo in esame il fattore spazio, in questo evento, dal punto di vista microstorico, si possono andare a visitare ed approfondire tutti gli aspetti minuti che hanno interessato Anzio e Nettuno e tutte le implicazioni relative, restringendo la ricostruzione al particolare.
Dal punti di vista della macrotoria, questo evento si inserisce come episodio della Campagna d’Italia condotta dagli Alleati, campagna che aveva come obiettivo iniziale l’uscita dell’Italia dalla coalizione dell’Asse, e poi quello di tenere aperto un fronte in Europa al fine di attirare il maggior numero di unità tedesche, per alleggerire la pressione sul Fronte russo. Per gli Italiani questo evento si inserisce nella Guerra di Liberazione, in cui le forze non aderenti alla coalizione hitleriana collaboravano con gli Alleati al fine di giungere alla fine della guerra con una partecipazione tale da poter definire in modo accettabile il futuro assetto dell’Italia, uscita sconvolta dalla crisi armistiziale del 1943
Se prendiamo in esame il fattore tempo, vediamo che per gli Italiani la Guerra di Liberazione poteva rappresentare una sorta di Secondo Risorgimento, in quanto le uniche due forze che nella prima metà del 900 erano alla guida del Paese, si erano, per motivi vari, liquefatte ed implose. Occorreva una nuova azione per definire l’assetto istituzionale dell’Italia stessa, o nuovo o quello passato rigenerato da questa esperienza.
Il riferimento in questo processo è il primo Risorgimento, in cui per fare l’Italia ci si dovete impegnare in una lotta contro Potenze straniere e contro il potere temporale dei Papi per definire lo Stato Italiano. I motivi che nei due processi sono i medesimi, ed il fine uguale. Ecco perchè, come macrostoria, si può parlare di Primo e di Secondo Risorgimento.
Quindi lo sbarco di Anzio del gennaio 1944, episodio della Campagna d’Italia per gli Alleati, per noi Italiani è un evento che permette di focalizzare gli sforzi di definire attraverso la Guerra di Liberazione il nuovo asseto istituzionale dell’Itala, avendo come riferimento il processo unitario del primo risorgimento.
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